NAZA: anatomia della distruttività. Non siamo forse ben oltre la “banalità del male”?

In un saggio del 1973 intitolato Anatomia della distruttività umana, Eric Fromm, psicologo sociale, psicoanalista, sociologo, filosofo umanista radicale e socialista democratico, tedesco di origini ebraiche, naturalizzato statunitense, tuttora considerato uno dei maggiori pensatori del Novecento ma ancora molto sottovaluto come teorico per via soprattutto del suo rifiuto dell’ortodossia in ogni ambito di ricerca e pratica – così come nella sua vita – ha indagato con un approccio interdisciplinare le radici del male e dell’aggressività umana, mettendoci in guardia rispetto al potenziale di autodistruzione insito nella società moderna.

A differenza di Freud, che lo considerava un normale processo fisiologico, per Fromm l’istinto di morte è una espressione patologica dell’istinto di vita. Anatomia della distruttività umana contiene un celebre capitolo dedicato proprio all’analisi della psicopatologia di un personaggio storico sul quale si è a lungo dibattuto – spesso rievocato in questi tempi bui – da lui definito necrofilo. La riflessione di Fromm si spinge tuttavia oltre l’analisi del caso clinico specifico, fino a desumere una lezione sul futuro.

Ho riletto le parole di Fromm dopo aver ascoltato le agghiaccianti interviste attorno alle quali ruota lo straordinario documentario NAZA, vincitore del Premio speciale della Giura a Venezia, in questi giorni nelle sale italiane, coprodotto dalla testa giornalistica inglese The Guardian e diretto dai giornalisti d’inchiesta israeliani Yuval Abraham, Rachel Szor, già parte del collettivo che nel 2024 aveva scritto, diretto e prodotto l’importante No Other Land.

Nell’ondata di reazioni mediatiche che stanno accompagnando l’uscita del film, constato che spesso viene tirata in ballo, con una certa superficialità, la tanto memorabile quanto controversa tesi sulla “banalità del male” suggerita da Hannah Arendt nel reportage che fece per il New Yorker sul processo a Adolf Eichmann, colonnello della Gestapo che aveva coordinato la messa in opera della “Soluzione finale” nei confronti degli Ebrei di tutta Europa durante l’Olocausto: Eichmann, poi condannato all’impiccagione, si difese sostenendo di essere un «grigio burocrate che eseguiva solamente gli ordini dei gerarchi importanti» e Arendt ne parlò in questi termini: «Egli non era stupido; era completamente senza idee — una cosa molto diversa dalla stupidità — e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a diventare uno dei più grandi criminali di quel periodo.» Questa tesi è stata successivamente confutata dalla filosofa e storica tedesca Bettina Stangneth, autrice di La verità del male – Eichmann prima di Gerusalemme, che nel 2015 ha ribaltato l’immagine di “piccolo ingranaggio nella macchina di annientamento nazista” che il gerarca aveva studiato a tavolino e incarnato, con intenti manipolatori, durante il processo. Eichmann non era semplicemente un burocate, un funzionario; era, assai più tristemente, un vero e proprio ingegnere della «Soluzione finale», consapevole e oltremodo orgoglioso di esserlo. Stangneth l’ha dimostrato servendosi di documenti rimasti inediti fino a metà degli anni Duemila, tra cui le Interviste Sassen, oltre 1300 pagine di note scritte a mano da Eichmann e circa 73 bobine audio di registrazioni integrali delle lunghe conversazioni che aveva avuto in Argentina, dove era fuggito ed è stato poi catturato dal Mossad, con il giornalista olandese (ex SS) Willem Sassen.

Ma cosa c’entra Fromm con tutto questo? E perché rileggerlo oggi potrebbe aiutarci a capire da dove arriva la fredda “verità del male” che trapela dalle parole degli alti funzionari dell’intelligence israeliana intervistati da Abraham in NAZA, che a noi spettatori – in tutti i sensi, del film e di ciò che sta accadendo nella realtà – suonano così sconvolgenti?

Quali sono le radici della distruttività di cui gli intervistati si sono resi responsabili all’interno del piano militare dell’IDF, i cui dettagli loro stessi rievocano con cura, precisione e distacco, mentre schizzano sul foglio, con consumata pazienza, gli apparentemente semplici schemi tattici utilizzati in protocolli guidati dall’intelligenza artificiale come, per esempio, “Lavender”?

Sono semplici esecutori, in quanto militari, che portano avanti la missione che gli è stata assegnata – «Se non lo facessi io, lo farebbe in ogni caso qualcun altro» afferma uno di loro – oppure sono degli ingegneri del genocidio? Sono sani di mente o sono degli psicopatici?

Soprattutto, mi chiedo, ipotizzare che la crudeltà delle loro azioni possa compiersi perché c’è qualcosa di patologico che lo permette dentro la loro testa, qualcosa che non soltanto è accettato e normalizzato dalla società in cui vivono, ma magari auspicato e promosso, equivale a sostenere la vecchia tesi della mostruosità del carnefice? Quando scriveva, Harendt voleva metterla in discussione per porre l’accento, piuttosto, sulle cause politiche del genocidio. Ma oggi, ancor più che allora, esiste un legame tra patologia e politica che fatichiamo a riconoscere.

C’è ancora qualcosa che possiamo definire patologico, che porta un individuo o un’intera società a propendere per ciò che è male, che causa violenza, morte e distruzione; oppure, come esseri umani, ci siamo ormai convinti di essere tutti, in fondo, sani, incluso chi arriva a compiere atti di crudeltà estrema perché, in fondo, “è il mio lavoro”, ed è lo Stato a cui ho giurato fedeltà a chiedermi di farlo?

La stessa guerra non è forse, già di per sé, una patologia sociale, espressione patologica dell’aggressività maligna di una società che cerca costantemente di soddisfare il proprio istinto di morte?

Forse è arrivato il momento di rileggere la tesi della mostruosità del carnefice sotto un’altra luce e dovremmo chiederci a chi fa comodo assoldare tra i propri manager – non era forse un manager, per esempio, lo stesso Eichmann? – individui con una propensione alla distruttività. Come raccontano alcuni degli intervistati in NAZA, «questi posti sono molto ambiti, solo i migliori arrivano qui». Come è facile immaginare, ci arriveranno senz’altro non prima di aver superato numerose e ardue prove e selezioni, di cui ignoriamo la natura.

Concludo questa mia riflessione su alcuni degli scomodi, necessari, direi urgenti interrogativi che NAZA mi ha posto e credo ponga a tutti noi, lasciando, finalmente, la parola a Fromm. Con l’augurio che, a questo punto, non venga fraintesa ma se ne colga la portata e il monito.

L’ingenuo presupposto che l’uomo cattivo sia facilmente riconoscibile comporta grossi rischi: non si riesce a identificare tale individuo prima che abbia cominciato la sua opera di distruzione. Io credo che la maggioranza delle persone non abbia il carattere intensamente distruttivo di un Hitler. Ma anche se si dovesse calcolare che esse costituiscano il 10 per cento della nostra popolazione, sarebbero sempre abbastanza numerose da provocare notevoli danni, qualora raggiungessero prestigio e potere. Certo, non tutti i distruttori diventerebbero degli Hitler, perché non ne possiedono le capacità particolari; ma magari potrebbero trasformarsi in membri efficienti delle S.S. Hitler non era un genio, né le sue capacità erano eccezionali. Eccezionale, irripetibile era invece la situazione sociopolitica in cui egli salì alle stelle; probabilmente vi sono centinaia di Hitler fra di noi che salirebbero alla ribalta se dovesse scoccare la loro ora storica. L’analisi oggettiva, distaccata di un personaggio come Hitler non è soltanto imposta dalla coscienza scientifica, ma anche dalla necessità di apprendere una importante lezione per il presente e per il futuro. Qualsiasi analisi che deformi la sua immagine, privandola della sua umanità, servirebbe soltanto a intensificare la tendenza a ignorare gli Hitler potenziali finché non si mostrino in pieno assetto di guerra.

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