Esperimenti di convivenza sostenibile nel Borneo malese, tra foresta e piantagioni di palme da olio.

Occupa molto più spazio di quanto si pensi: l’elefante pigmeo del Borneo non è affatto un “pigmeo”. Peraltro, gli ultimi elefanti nani, che arrivavano alla cintola dei nostri antenati, si sono estinti nella Preistoria. Sebbene sia indiscutibilmente più piccolo di un elefante africano, le dimensioni dell’Elephas maximus borneensis si avvicinano a quelle di altre sottospecie asiatiche, come per esempio l’elefante di Sumatra. L’ha precisato di recente una docente dell’Istituto di biologia e conservazione tropicale del Sabah, stato del Borneo che appartiene, insieme al Sarawak, alla federazione della Malesia (in coda al post, i link agli approfondimenti).
Ho visto una coppia di questi “elefantini” sulle sponde del fiume Kinabatangan e non mi sono sembrati, in effetti, poi così piccoli.
Il Kinabatangan è un fiume lunghissimo. Con i suoi oltre cinquecentosessanta chilometri, è il più lungo del Sabah e il secondo più lungo della Malesia, ma gli elefanti possono vivere indisturbati, senza il rischio di incappare nella recinzione elettrificata di una piantagione di palme da olio, soltanto in un’area protetta in cui, dal 2005, è stato istituito il Santuario della fauna selvatica del Kinabatangan. Il Santuario si trova lungo il corso inferiore del fiume, all’incirca negli ultimi cento chilometri, ed è una stretta striscia di foresta che oggi copre quasi 28.000 ettari. Tecnicamente, funge da “corridoio ecologico”, termine con il quale si designa uno spazio che collega habitat naturali divisi da barriere antropiche. Nel caso del Kinabatan, questo significa: macchie di foresta inframmezzate da piantagioni di palme da olio; il territorio assomiglia un po’ al manto di quel famigerato leopardo nebuloso che da queste parti non si fa più vedere ormai da molti decenni. Rendendo inattive le piantagioni, si è trovato quindi il modo di ricollegare tra loro le riserve forestali.

Nel Corridor of Life, il “corridoio della vita”, come ora lo chiamano, gli elefanti e gli altri mammiferi minacciati dall’estinzione, tra cui diverse specie endemiche del Borneo quali l’orangotango, la nasica (scimmia proboscide) e il rarissimo leopardo di cui sopra, possono vivere tranquilli, al riparo da agricoltori ostili e bracconieri. L’elefante, in particolare, può muoversi liberamente e spostarsi tra le paludi di mangrovie che costeggiano il fiume e le zone di foresta più interne.
Dal 2025, l’intera pianura alluvionale del Kinabatangan è stata ufficialmente riconosciuta come Riserva della Biosfera Unesco.
Fino alla metà del secolo scorso, qui, tutto era foresta. Sembra un passato remotissimo, ma in fondo non sono trascorsi neppure ottant’anni.

Furono i colonizzatori britannici a dare avvio al disboscamento, per alimentare l’industria del legname nel dopoguerra; la Malesia indipendente continuò l’opera, facendo ulteriori danni ma ancora contenuti. Quando, però, il settore andò in crisi e ci fu la conversione agricola, lo Stato decise di procedere con una deforestazione massiccia, fuori controllo.
A partire dagli inizi degli anni Ottanta, la quasi totalità di foresta pluviale primaria (fino all’80%) fu tagliata a raso per fare spazio alle palme importate dall’Africa occidentale, già coltivate in altre aree dell’isola su scala industriale. Con grande profitto per lo Stato, per alcune grandi aziende malesi e multinazionali asiatiche nonché, a cascata, per i piccoli proprietari, dal momento che il terreno fertile del Borneo è ideale per far crescere rigogliose questo tipo di palme; si tratta inoltre di alberi forti e robusti che non hanno bisogno di particolari cure. La resa per ettaro è eccezionale, supera di quattro volte quella di altre oleoculture. La coltivazione della palma da olio presenta quindi, da un punto di vista di efficienza economica ma anche di sostenibilità ambientale, innegabili vantaggi, se consideriamo la superficie complessivamente occupata nel mondo dalle piantagioni. Secondo alcuni studi, sostituire l’olio di palma con altri oli vegetali (soia, colza, girasole, cocco), potrebbe comportare infatti un aumento della deforestazione globale fino a 52 milioni di ettari.

Tuttavia e innegabilmente, gli effetti funesti della deforestazione pesano sulla bilancia ambientale ben più dei vantaggi apportati da questa monocoltura.
Pesano sulla bilancia dello stato del Sabah, su quella del Borneo e della Malesia, ma non solo: la deforestazione ha drasticamente diminuito la capacità di questa foresta, una delle più antiche del Pianeta, di assorbire l’anidride carbonica dall’atmosfera. Uno dei grandi polmoni verdi del mondo è quasi fuori uso, e se consideriamo ciò che è accaduto e sta accadendo all’Amazzonia e alle foreste africane, abbiamo certo tutti di che preoccuparci. Tanto più che a questo si somma il drenaggio delle torbiere, di cui il sottosuolo della foresta del Borneo era ricco, con pericolosi rilasci nell’atmosfera di gas serra, l’alterazione dei modelli di precipitazione a livello equatoriale, e molte altre conseguenze disastrose.
Quantomeno la Malesia, a differenza dell’Indonesia, il maggiore produttore di olio di palma del mondo, si sta sempre più indirizzando verso l’obiettivo “deforestazione zero”, sotto la spinta dei nuovi regolamenti UE. Il governo ha stabilito un tetto di 6,5 milioni di ettari per la coltivazione della palma da olio e consente la creazione di nuovi impianti solo riconvertendo terreni agricoli già esistenti o degradati, in modo che le piantagioni non possano più espandersi a danno delle riserve forestali. Ha introdotto inoltre lo standard Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO), rendendo la certificazione di sostenibilità obbligatoria per l’intera filiera nazionale, così da garantire la tracciabilità digitale del prodotto e, almeno formalmente, il rispetto di alcune regole, tra cui il divieto di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti non registrati o vietati, sebbene alcuni continuino a circolare illegalmente.
Alcuni proprietari terrieri stanno infine collaborando con associazioni ambientaliste che si occupano, oltre che di ampliare il corridoio del Kinabatan, riforestando laddove possibile, di creare nuovi corridoi ecologici tra altre zone di foresta assediate dalle piantagioni e isolate tra loro. L’ONG 1stopborneo Wildlife, con sede a Tawau, nel nord-est del Sabah, sta per esempio portando avanti dei progetti significativi in quest’ambito, in collaborazione con One Tree Planted (link e approfondimenti in coda al post).

Uno di questi progetti, Plant4Tawau, crea corridoi che attraversano le piantagioni, collegando scampoli di foresta all’ampio territorio di Tawau Hills Park, una magnifica riserva protetta di foresta pluviale primaria di circa 28.000 ettari, che esiste dal 1979. Un paradiso che ho avuto la fortuna di visitare, alloggiando all’interno del parco, da dove il giovane e preparatissimo team di 1stopborneo opera.


Ma torniamo sul Kinabatangan, ai due elefanti che ho visto tuffarsi nel fiume color cioccolato. Per un attimo, ho pensato che avrebbero potuto avvicinarsi e perfino attaccarci, rovesciando le nostre barche. Per qualche secondo, a dire il vero, ci ho pure sperato: che scena epica sarebbe stata!
Invece, ci hanno ignorato, credo deliberatamente, perché non eravamo pochi e devono pur averci visto. In tutto ho contato una quindicina di barche, compresa la nostra, stazionare lì per una ventina di minuti, in attesa di uno show più promettente di un documentario old school della BBC.
Abbiamo invaso il loro territorio per soddisfare i nostri pruriti naturalistici?

Mi convinco che quindici barche che vanno e vengono in questo tratto di fiume, per trasportare turisti desiderosi, come me, di vedere e fotografare elefanti che considerano erroneamente “pigmei”, siano tutto sommato il male minore, se rapportato alle ben più gravose conseguenze della deforestazione e della pratica del bracconaggio, per il traffico illegale di avorio o per proteggere le piantagioni di olio di palma.
In fondo, non è anche grazie a noi, alla presenza di viaggiatori e turisti, se questo pezzo di Kinabatangan è diventato un “santuario” protetto dalle accette dei deforestatori selvaggi? Gli elefanti paiono, d’altra parte, tollerarci, continuando a ignorarci.
Allo stesso tempo, noi visitatori contribuiamo di certo a produrre inquinamento con i motori delle barche che ci portano in giro per le escursioni pomeridiane, notturne e mattutine. Il giro del mattino è il più proficuo per avvistare gli elefanti, e a una certa ora del giorno le barche finiscono per concentrarsi tutte nello stesso punto, a ridosso di una piana in cui questi animali sono soliti procacciarsi il cibo. Fino a una ventina di anni fa, proprio in quest’area si estendeva appunto, a ridosso della foresta, una vasta piantagione di palme che spesso gli elefanti infatti invadevano, con esiti per loro prevedibilmente funesti. Sebbene la piantagione oggi sia inattiva, le palme, di cui gli animali sono ghiotti – anche a loro piace, soprattutto, il “cuore” racchiuso nel tronco – ci sono ancora e continuano a dare loro nutrimento. Ci sono ancora anche i segni rossi sui tronchi per delimitare i confini tra piantagione e foresta, come si può notare in una delle fotografie che ho scattato.

Cosa succederebbe se le barche che si concentrano giornalmente in questo punto del fiume per avvistare gli elefanti, così come in alcuni altri “hotspots” del fiume, diventassero in breve tempo il doppio, il triplo o chissà quante?
Al momento il flusso delle imbarcazioni non è regolamentato per legge ma autoregolato dagli operatori turistici autorizzati, tra cui ci sono però, oltre alla “gente del fiume”, gli Orang Sungai che lavorano sempre più spesso come guide locali e gestori degli homestay, anche i proprietari degli eco resort, il cui peso decisionale potrebbe in futuro aumentare e risultare decisivo. Strutture ricettive più grandi significa più turisti, e quindi più “traffico” sul Kinabatangan, ma anche più acqua potabile consumata, che da queste parti è un bene a dir poco prezioso, oltre che più rifiuti prodotti.
In che misura, mi chiedo, il turismo potrebbe arrivare a minacciare in futuro la sopravvivenza dei circa 300 elefanti che vivono attualmente nel Kinabatangan (in tutto il Sabah sono un migliaio) e di tutti altri animali, che siano in pericolo di estinzione o meno?
Dell’esistenza di questo problema, e della fragilità della propria posizione nel sistema produttivo attuale, è consapevole chi, tra la gente del fiume, intende sfruttare l’attrattiva del luogo, senza tuttavia creare i presupposti per la creazione di una vera e propria “industria” turistica che, anche su media scala, impedirebbe la conservazione di questo tesoro di biodiversità, in cui convive una comunità di 127 specie diverse di mammiferi, 315 specie di uccelli, 100 tipi diversi rettili e 33 di anfibi.
Per questo, credo personalmente che la scelta più consapevole e sostenibile sia, al momento, quella di affidarsi alle meravigliose famiglie locali che operano sul territorio. Segnalo e faccio volentieri pubblicità – del tutto gratuita, tengo a precisarlo – a The Village Bed and Breakfast, dove sono stata accolta con gentilezza e calore.



Per approfondire:
https://www.theborneopost.com/2025/06/22/bornean-elephants-not-pygmies-expert-clarifies/
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