Categoria: viaggi

  • La plastica del vicino fa sempre più schifo.

    Visioni dal Borneo e storie di vizi nostrani. Non tutto è visibile agli occhi, anche se ci piace credere il contrario.

    Quando progettavo il mio viaggio nel Borneo malese, a soli due mesi dalla partenza, ho navigato senza bussola per un numero spropositato di ore nel mare magnum delle google review, per poi trasbordare sulla navicella di Reddit, dove mi sono divertita per un po’ a leggere i thread tradotti in automatico dall’AI in un italiano molto misterioso. Alla fine, sono prevedibilmente scivolata nelle acque dei fiumi social in cui oggi continua a scorrere il passaparola, insieme alla pubblicità, ma non sono riuscita a trovare neppure lì ciò che cercavo: qualcuno che smentisse il fatto che le “Maldive della Malesia”, il meraviglioso arcipelago di Semporna nel mare di Celebes, parte del mitico Triangolo dei coralli, una delle oasi di biodiversità del mondo, fosse in realtà un cassonetto straripante di plastica.

    Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica? Magari senza accorgersene, perché la plastica c’è anche quando non si vede. Insomma, possibile che tutta la plastica del mondo si concentri qui?

    E Semporna, sarà davvero la cloaca che dicono? La città più sporca del sud-est asiatico, o forse dell’Asia, o dell’Oriente intero, o magari perfino del nostro pianeta?

    Confesso che su Semporna città mi sono bevuta per comodità i racconti dell’orrore e non me la sono sentita di approfondire. Avevo pochi giorni da dedicare alla costa est del Sabah, lo stato che avevo in programma di visitare; nell’incertezza, quindi, ho preferito puntare direttamente alle isole. Alcuni italiani conosciuti in seguito, che in città ci avevano trascorso una notte, hanno approvato senza esitazione la mia scelta. Mi sono sentita meno in colpa, ma il rimpianto per non aver potuto valutare con i miei cinque sensi il grado di “bruttezza” di Semporna – inclusa la sua leggendaria puzza – mi è rimasto.

    Sull’arcipelago che da questa città prende nome posso, invece, sbilanciarmi: è davvero un angolo di mondo meraviglioso, come lo descrivono; in merito alla plastica che lo abiterebbe, tuttavia, la realtà dei fatti è molto più complessa e sfaccettata di quanto possa raccontare una fotografia postata su un social o un video pubblicato su youtube.

    Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica?

    Ho alloggiato nell’isola di Bum Bum, in un piccolo eco resort gestito dagli stessi proprietari della struttura in cui ero stata, qualche giorno prima, a Kota Belud, nella costa ovest del Borneo, affacciata sul mar cinese. Ebbene, se dovessi attenermi alla mia personale esperienza di tre giorni trascorsi a fare snorkeling in giro per il parco marino di Tun Sakaran e al largo dell’isola di Mabul, limitandomi alla sola evidenza estetica del problema, potrei affermare che al largo di Semporna di plastica che galleggia in mare ce n’è ben poca. Senz’altro infinitamente meno di quella che ho visto ristagnare intorno al porto della città e anche di quella che avevo visto accumularsi, dopo una mareggiata, sulla remota spiaggia di Kota Belud nella costa ovest.

    Non è un caso che, in prossimità di golfi e baie, il numero di bottiglie e bottigliette avvistate dai turisti tenda a lievitare. Le insenature creano zone di “stanca” dove le correnti rallentano e quando la velocità dell’acqua diminuisce, la plastica perde slancio e si deposita sul fondo o sull’arenile. Vale per tutti i mari, compreso il nostro Mediterraneo. Per non parlare degli argini dei fiumi, grandi e piccoli, contro i quali si incaglia ogni giorno un numero spaventoso di macroplastiche, le quali, se non raccolte, a loro volta vengono di nuovo inghiottite dalla corrente e da lì si riversano in mare.

    Correnti, venti e maree possono far viaggiare per chilometri le macroplastiche, prime fra tutte le bottiglie monouso, che continuano a essere gli oggetti di plastica più prodotti e utilizzati in assoluto. Basti pensare che, a livello globale, le aziende produttrici hanno al momento la capacità di produrre 20.000 bottiglie in PET al secondo, che si presume resteranno in circolazione per circa 450 anni (link di approfondimento in fondo al post).

    Quelle approdate nella spiaggia di Kota Belud, pare provenissero dal porto della capitale, Kota Kinabalu, distante una settantina di chilometri, oltre che da alcuni villaggi su palafitte poco lontani. Così mi hanno spiegato i gestori del diving, ma chi può dirlo con certezza? Chiedersi da dove venga la plastica che finisce nel mar cinese o nel mar di Celebes potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora. Lo stesso, però, potrebbe accadere se ci ponessimo domande analoghe a casa nostra: da dove proviene la plastica che finisce nel Tirreno e nel mar Adriatico?

    Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica che continuiamo a sottovalutare.

    Eppure, nel nostro paese, l’accesso all’acqua potabile è per lo più garantito, diversamente da quanto accade nello stato del Sabah (ma temo nell’intera isola del Borneo), in particolare nelle zone costiere e in quelle rurali, dove spesso anche le fasce più povere della popolazione sono costrette ad acquistare l’acqua, quando la raccolta di acqua piovana non è sufficiente.

    Da noi lo smaltimento differenziato dei rifiuti è regolamentato e organizzato capillarmente, per quanto presenti drammatiche criticità a livello locale in alcune aree del paese, mentre nel Sabah la raccolta è per lo più indifferenziata e limitata alle grandi città come Kota Kinabalu, Sandakan o Tawau. In molte aree rurali, forestali e costiere i servizi municipali di raccolta sono totalmente assenti, e ne sono esclusi i villaggi tradizionali – poverissimi – costruiti su palafitte nell’acqua sia nel mar cinese meridionale sia nel mare di Celebes, dove vivono le comunità stanziali dei Bajau Laut, i nomadi del mare.

    Sono zone in cui gli abitanti si trovano spesso costretti a gettare i rifiuti direttamente in mare o ad appiccare roghi per bruciarli, come purtroppo ho potuto constatare con i miei occhi.

    Come mi hanno spiegato alcuni locali, impegnati in progetti di sensibilizzazione sui rischi di queste pratiche, questa situazione, che ricorda quella vissuta dagli abitanti della Terra dei fuochi, per fare un esempio a noi vicino e tristemente noto, è il frutto di una combinazione di fattori: mancanza di servizi, cattive abitudini di consumo, ormai difficili da eradicare anche a causa della pressione esercitata dal mercato, scarsa o quasi inesistente educazione in termini di ambiente e salute pubblica e individuale.

    Il nostro iper consumo di plastica, invece, da dove deriva? Cosa l’ha prodotto e cosa lo legittima?

    Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica.

    Anche quest’anno noi italiani ci siamo confermati tra i maggiori consumatori mondiali di acqua in bottiglia, con oltre 250 litri pro capite all’anno e circa 15 miliardi di bottiglie di plastica utilizzate ogni anno. Primato legato anche a una “percezione distorta della qualità dell’acqua di rubinetto e a strategie di marketing particolarmente incisive”(link agli approfondimenti in coda al post).

    Ma noi la plastica la ricicliamo, obietterebbe qualcuno.

    Se siamo così virtuosi nella gestione della nostra economia circolare, tanto che per esempio con il r-PET (recycled PET) ottenuto dalle vecchie bottiglie di plastica riusciamo a fabbricare, quale paradossale miracolo, nuove bottiglie di plastica di cui non possiamo assolutamente fare a meno, perché allora continuiamo ad esportare rifiuti di plastica? In passato, l’abbiamo fatto tra l’altro, e illegalmente, anche in Malesia (link agli approfondimenti in coda al post).

    Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo proprio tutta, come ci piace credere anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono in ogni caso zeppi di plastica? Di quella microscopica soprattutto, che quando diventa così piccola pare non ci faccia né schifo né paura.

    I nostri mari sono ormai fatti di zuppa di microplastiche, particelle di materiale plastico che non possiamo fotografare e postare indignati sui social ma che derivano, non solo ma in larga parte, proprio dalle macroplastiche di cui sono fatte le famigerate bottiglie che tanto aborriamo. Soltanto quando ce le troviamo davanti agli occhi sotto forma di rifiuti, si intende.

    Le microplastiche ci sono ma non si vedono, neppure quando l’acqua del mare è più trasparente di quella della piscina di un resort extra lusso, come nell’arcipelago di Semporna.

    Secondo uno studio scientifico del 2025 (link di approfondimento in fondo al post), l’inquinamento da microplastiche non si limita, inoltre, alle aree densamente urbanizzate o industrializzate: le particelle sono state trovate anche in spiagge remote. L’80% ha origine terrestre e la spiaggia non è necessariamente né il loro punto di partenza né di arrivo. Possono arrivare sulla spiaggia dal mare, accumularsi nella sabbia ed essere trasportate verso strati più profondi, per poi essere nuovamente smosse, riportate in superficie, e infine tornare in mare.

    Non le vediamo noi e non le vedono neppure i pesci, i molluschi, i crostacei, i coralli e tutti gli altri organismi che le ingeriscono in mare, incluse le tartarughe, le quali, in aggiunta, hanno la sfortuna di ritrovarsele anche negli arenili in cui vanno a nidificare. Le microplastiche, infatti, si depositano non soltanto in mare anche sulla spiaggia, alterando la temperatura e la permeabilità della sabbia: i siti di nidificazione vengono così fortemente compromessi. Anche altri animali patiscono gli effetti nefasti della presenza sulla terraferma di microplastiche annidate nella sabbia e, infine, lo subiamo noi stessi: stress ossidativo, infiammazione cronica, interferenza endocrina (link di approfondimento in cosa al post).

    Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo tutta come ci piace crede anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono zeppi di plastica?

    Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda, fa mentalmente la conta delle bottiglie spiaggiate e si indigna. Non c’è niente che più stoni di un dettaglio brutto messo in primo piano su uno sfondo eccezionalmente bello.

    In quest’ottica, la bottiglia di plastica – con il tappo, per giunta – contamina la bellezza cristallina del mare e la candida purezza della sabbia. Un po’ come succede con i banchi di alghe marrone scuro che marciscono sulla riva, o con i manipoli di yacht che tappano la vista sul golfo. Inorridiamo, per la durata del tempo in cui scattiamo una fotografia. Sappiamo, anche se non esattamente come, che questi rifiuti sono pericolosi, ma l’unica evidenza che riusciamo davvero a percepire è un danno estetico.

    Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda e fa mentalmente la conta delle bottiglie e si indigna.

    Ci mettiamo dunque a raccogliere le bottiglie, le buttiamo nel primo cestino che troviamo a portata di mano e diamo degli incivili agli altri. Che schifo! Uno scempio! Non possiamo lasciare che questo paradiso in terra – vale per l’atollo di Semporna quanto per una caletta qualunque del Mediterraneo – venga rovinato in questo modo!

    Dopodiché, torniamo sereni a comprare, usare, buttare bottiglie di plastica a più non posso, in vacanza così come in Italia. Perché, per quanto potabilissima, la nostra acqua del rubinetto, quella sì, non smetterà mai di farci schifo.

    Chissà se avremmo il coraggio di confessarlo a quei bambini Bajau Laut che a Mabul l’acqua potabile non ce l’avranno forse mai, ma che hanno capito che le bottiglie di plastica sono utili solo per farci delle zattere. Per poter pescare meglio, a mani nude, i pesci da mangiare, se tutto va bene, nell’unico pasto della giornata che gli riempirà la pancia.

    Per approfondire:

    https://www.undp.org/popping-the-bottle

    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027843432500024X#fig5

    https://www.greenpeace.org/italy/storia/6874/traffico-illecito-di-rifiuti-tra-italia-e-malesia-ecco-cosa-abbiamo-scoperto/

    https://marevivo.it/blue-news/infarti-ictus-e-obesita-in-aumento-a-causa-delle-microplastiche-nel-corpo-umano-la-salute-delluomo-e-del-mare-sono-in-pericolo

  • E se spostassimo nel corridoio il nostro elefante nella stanza?

    Esperimenti di convivenza sostenibile nel Borneo malese, tra foresta e piantagioni di palme da olio.

    Occupa molto più spazio di quanto si pensi: l’elefante pigmeo del Borneo non è affatto un “pigmeo”. Peraltro, gli ultimi elefanti nani, che arrivavano alla cintola dei nostri antenati, si sono estinti nella Preistoria. Sebbene sia indiscutibilmente più piccolo di un elefante africano, le dimensioni dell’Elephas maximus borneensis si avvicinano a quelle di altre sottospecie asiatiche, come per esempio l’elefante di Sumatra. L’ha precisato di recente una docente dell’Istituto di biologia e conservazione tropicale del Sabah, stato del Borneo che appartiene, insieme al Sarawak, alla federazione della Malesia (in coda al post, i link agli approfondimenti).

    Ho visto una coppia di questi “elefantini” sulle sponde del fiume Kinabatangan e non mi sono sembrati, in effetti, poi così piccoli.

    Il Kinabatangan è un fiume lunghissimo. Con i suoi oltre cinquecentosessanta chilometri, è il più lungo del Sabah e il secondo più lungo della Malesia, ma gli elefanti possono vivere indisturbati, senza il rischio di incappare nella recinzione elettrificata di una piantagione di palme da olio, soltanto in un’area protetta in cui, dal 2005, è stato istituito il Santuario della fauna selvatica del Kinabatangan. Il Santuario si trova lungo il corso inferiore del fiume, all’incirca negli ultimi cento chilometri, ed è una stretta striscia di foresta che oggi copre quasi 28.000 ettari. Tecnicamente, funge da “corridoio ecologico”, termine con il quale si designa uno spazio che collega habitat naturali divisi da barriere antropiche. Nel caso del Kinabatan, questo significa: macchie di foresta inframmezzate da piantagioni di palme da olio; il territorio assomiglia un po’ al manto di quel famigerato leopardo nebuloso che da queste parti non si fa più vedere ormai da molti decenni. Rendendo inattive le piantagioni, si è trovato quindi il modo di ricollegare tra loro le riserve forestali.

    Nel Corridor of Life, il “corridoio della vita”, come ora lo chiamano, gli elefanti e gli altri mammiferi minacciati dall’estinzione, tra cui diverse specie endemiche del Borneo quali l’orangotango, la nasica (scimmia proboscide) e il rarissimo leopardo di cui sopra, possono vivere tranquilli, al riparo da agricoltori ostili e bracconieri. L’elefante, in particolare, può muoversi liberamente e spostarsi tra le paludi di mangrovie che costeggiano il fiume e le zone di foresta più interne.

    Dal 2025, l’intera pianura alluvionale del Kinabatangan è stata ufficialmente riconosciuta come Riserva della Biosfera Unesco.

    Fino alla metà del secolo scorso, qui, tutto era foresta. Sembra un passato remotissimo, ma in fondo non sono trascorsi neppure ottant’anni.

    Furono i colonizzatori britannici a dare avvio al disboscamento, per alimentare l’industria del legname nel dopoguerra; la Malesia indipendente continuò l’opera, facendo ulteriori danni ma ancora contenuti. Quando, però, il settore andò in crisi e ci fu la conversione agricola, lo Stato decise di procedere con una deforestazione massiccia, fuori controllo.

    A partire dagli inizi degli anni Ottanta, la quasi totalità di foresta pluviale primaria (fino all’80%) fu tagliata a raso per fare spazio alle palme importate dall’Africa occidentale, già coltivate in altre aree dell’isola su scala industriale. Con grande profitto per lo Stato, per alcune grandi aziende malesi e multinazionali asiatiche nonché, a cascata, per i piccoli proprietari, dal momento che il terreno fertile del Borneo è ideale per far crescere rigogliose questo tipo di palme; si tratta inoltre di alberi forti e robusti che non hanno bisogno di particolari cure. La resa per ettaro è eccezionale, supera di quattro volte quella di altre oleoculture. La coltivazione della palma da olio presenta quindi, da un punto di vista di efficienza economica ma anche di sostenibilità ambientale, innegabili vantaggi, se consideriamo la superficie complessivamente occupata nel mondo dalle piantagioni. Secondo alcuni studi, sostituire l’olio di palma con altri oli vegetali (soia, colza, girasole, cocco), potrebbe comportare infatti un aumento della deforestazione globale fino a 52 milioni di ettari.

    Tuttavia e innegabilmente, gli effetti funesti della deforestazione pesano sulla bilancia ambientale ben più dei vantaggi apportati da questa monocoltura.

    Pesano sulla bilancia dello stato del Sabah, su quella del Borneo e della Malesia, ma non solo: la deforestazione ha drasticamente diminuito la capacità di questa foresta, una delle più antiche del Pianeta, di assorbire l’anidride carbonica dall’atmosfera. Uno dei grandi polmoni verdi del mondo è quasi fuori uso, e se consideriamo ciò che è accaduto e sta accadendo all’Amazzonia e alle foreste africane, abbiamo certo tutti di che preoccuparci. Tanto più che a questo si somma il drenaggio delle torbiere, di cui il sottosuolo della foresta del Borneo era ricco, con pericolosi rilasci nell’atmosfera di gas serra, l’alterazione dei modelli di precipitazione a livello equatoriale, e molte altre conseguenze disastrose.

    Quantomeno la Malesia, a differenza dell’Indonesia, il maggiore produttore di olio di palma del mondo, si sta sempre più indirizzando verso l’obiettivo “deforestazione zero”, sotto la spinta dei nuovi regolamenti UE. Il governo ha stabilito un tetto di 6,5 milioni di ettari per la coltivazione della palma da olio e consente la creazione di nuovi impianti solo riconvertendo terreni agricoli già esistenti o degradati, in modo che le piantagioni non possano più espandersi a danno delle riserve forestali. Ha introdotto inoltre lo standard Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO), rendendo la certificazione di sostenibilità obbligatoria per l’intera filiera nazionale, così da garantire la tracciabilità digitale del prodotto e, almeno formalmente, il rispetto di alcune regole, tra cui il divieto di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti non registrati o vietati, sebbene alcuni continuino a circolare illegalmente.

    Alcuni proprietari terrieri stanno infine collaborando con associazioni ambientaliste che si occupano, oltre che di ampliare il corridoio del Kinabatan, riforestando laddove possibile, di creare nuovi corridoi ecologici tra altre zone di foresta assediate dalle piantagioni e isolate tra loro. L’ONG 1stopborneo Wildlife, con sede a Tawau, nel nord-est del Sabah, sta per esempio portando avanti dei progetti significativi in quest’ambito, in collaborazione con One Tree Planted (link e approfondimenti in coda al post).

    Uno di questi progetti, Plant4Tawau, crea corridoi che attraversano le piantagioni, collegando scampoli di foresta all’ampio territorio di Tawau Hills Park, una magnifica riserva protetta di foresta pluviale primaria di circa 28.000 ettari, che esiste dal 1979. Un paradiso che ho avuto la fortuna di visitare, alloggiando all’interno del parco, da dove il giovane e preparatissimo team di 1stopborneo opera.

    Ma torniamo sul Kinabatangan, ai due elefanti che ho visto tuffarsi nel fiume color cioccolato. Per un attimo, ho pensato che avrebbero potuto avvicinarsi e perfino attaccarci, rovesciando le nostre barche. Per qualche secondo, a dire il vero, ci ho pure sperato: che scena epica sarebbe stata!

    Invece, ci hanno ignorato, credo deliberatamente, perché non eravamo pochi e devono pur averci visto. In tutto ho contato una quindicina di barche, compresa la nostra, stazionare lì per una ventina di minuti, in attesa di uno show più promettente di un documentario old school della BBC.

    Abbiamo invaso il loro territorio per soddisfare i nostri pruriti naturalistici?

    Mi convinco che quindici barche che vanno e vengono in questo tratto di fiume, per trasportare turisti desiderosi, come me, di vedere e fotografare elefanti che considerano erroneamente “pigmei”, siano tutto sommato il male minore, se rapportato  alle ben più gravose conseguenze della deforestazione e della pratica del bracconaggio, per il traffico illegale di avorio o per proteggere le piantagioni di olio di palma.

    In fondo, non è anche grazie a noi, alla presenza di viaggiatori e turisti, se questo pezzo di Kinabatangan è diventato un “santuario” protetto dalle accette dei deforestatori selvaggi? Gli elefanti paiono, d’altra parte, tollerarci, continuando a ignorarci.

    Allo stesso tempo, noi visitatori contribuiamo di certo a produrre inquinamento con i motori delle barche che ci portano in giro per le escursioni pomeridiane, notturne e mattutine. Il giro del mattino è il più proficuo per avvistare gli elefanti, e a una certa ora del giorno le barche finiscono per concentrarsi tutte nello stesso punto, a ridosso di una piana in cui questi animali sono soliti procacciarsi il cibo. Fino a una ventina di anni fa, proprio in quest’area si estendeva appunto, a ridosso della foresta, una vasta piantagione di palme che spesso gli elefanti infatti invadevano, con esiti per loro prevedibilmente funesti. Sebbene la piantagione oggi sia inattiva, le palme, di cui gli animali sono ghiotti – anche a loro piace, soprattutto, il “cuore” racchiuso nel tronco – ci sono ancora e continuano a dare loro nutrimento. Ci sono ancora anche i segni rossi sui tronchi per delimitare i confini tra piantagione e foresta,  come si può notare in una delle fotografie che ho scattato.

    Cosa succederebbe se le barche che si concentrano giornalmente in questo punto del fiume per avvistare gli elefanti, così come in alcuni altri “hotspots” del fiume, diventassero in breve tempo il doppio, il triplo o chissà quante?

    Al momento il flusso delle imbarcazioni non è regolamentato per legge ma autoregolato dagli operatori turistici autorizzati, tra cui ci sono però, oltre alla “gente del fiume”, gli Orang Sungai che lavorano sempre più spesso come guide locali e gestori degli homestay, anche i proprietari degli eco resort, il cui peso decisionale potrebbe in futuro aumentare e risultare decisivo. Strutture ricettive più grandi significa più turisti, e quindi più “traffico” sul Kinabatangan, ma anche più acqua potabile consumata, che da queste parti è un bene a dir poco prezioso, oltre che più rifiuti prodotti.

    In che misura, mi chiedo, il turismo potrebbe arrivare a minacciare in futuro la sopravvivenza dei circa 300 elefanti che vivono attualmente nel Kinabatangan (in tutto il Sabah sono un migliaio) e di tutti altri animali, che siano in pericolo di estinzione o meno?

    Dell’esistenza di questo problema, e della fragilità della propria posizione nel sistema produttivo attuale, è consapevole chi, tra la gente del fiume, intende sfruttare l’attrattiva del luogo, senza tuttavia creare i presupposti per la creazione di una vera e propria “industria” turistica che, anche su media scala, impedirebbe la conservazione di questo tesoro di biodiversità, in cui convive una comunità di 127 specie diverse di mammiferi, 315 specie di uccelli, 100 tipi diversi rettili e 33 di anfibi.

    Per questo, credo personalmente che la scelta più consapevole e sostenibile sia, al momento, quella di affidarsi alle meravigliose famiglie locali che operano sul territorio. Segnalo e faccio volentieri pubblicità – del tutto gratuita, tengo a precisarlo – a The Village Bed and Breakfast, dove sono stata accolta con gentilezza e calore.

    Per approfondire:

    https://www.theborneopost.com/2025/06/22/bornean-elephants-not-pygmies-expert-clarifies/

    https://www.unesco.org/en/mab/kinabatangan

    https://www.1stopborneo.org/

    https://www.facebook.com/share/1PF1wA5q3i/

  • Vieni più vicino e guarda… Sentirai la musica del Borneo.

    A quanti, camminando nella giungla, sarà capitato di sentire chiamare il proprio nome, come nella canzone A forest dei Cure? Come closer and see, see into the trees. Guardare per ascoltare, sinestesicamente.

    Ma qui si viene per mettersi in ascolto delle voci altrui, non per ritrovare l’eco della propria voce. La magia è proprio questa: a poco a poco che i pensieri si spengono, i sensi si acuiscono.

    Il primo riflesso, a quel punto, è di cercare di fermare il flusso dei suoni, perché la mente vorrebbe darsi ragione dell’esperienza, catalogarla, scomporla in oggetti a cui poter dare un nome. Vorrebbe inoltre, e più modestamente, imparare. Costruire conoscenza. Ma anche saper riconoscere il boato degli orangotanghi, gli uomini della foresta (“orang” nelle lingue malesi e indonesiane significa appunto persona, uomo in senso generale; utang vuol dire “foresta” o “giungla”). Se li sentiamo, abbiamo un segno della loro presenza. Sono qui, da qualche parte, e potrebbe comparirci di fronte proprio ora.

    La mente razionale potrebbe ardire a dare un senso ai gorgheggi dei gibboni. Potrebbe interrogarsi sui discorsi amorosi di una coppia di buceri. Potrebbe provare a captare gli infrasuoni degli elefanti. Perfino azzardarsi a distinguere i vari strumenti in un coro di insetti.

    Ma quanto è più saggio lasciarsi semplicemente inebriare dalla musica che la foresta produce? Una musica fatta di suoni assordanti, e in senso letterale: possono raggiungere e superare i 100 decibel.

    Non è detto che per sperimentare questa beatitudine sia necessario solcare il suolo della giungla.  L’esperienza più incantevole l’ho fatta ascoltando la foresta da poco lontano, in mare, nella costa occidentale del Sabah, a Kota Belud. A mollo nell’acqua fino al collo, guardavo la riva lambita dalla giungla e ascoltavo la vita laggiù, in tutta la sua esplosiva sonorità.

    Ho avuto un déjà vu. Una volta, nelle acque gelide d’Islanda, incommensurabilmente più fredde di quelle in cui galleggiavo, ho sentito rimbombare nel silenzio il respiro di una balena. Ero in mare aperto, a bordo di un gommone, in compagnia di poche altre persone, e anche allora ho avuto la certezza che c’è e ci sarà sempre vita intorno. Il mondo non si può spegnere.

    Perlomeno, non ancora.

    In questi tempi catastrofici è un sollievo non da poco. Per quanto ci impegniamo a devastare la Terra e a maltrattare i suoi abitanti, compresi i membri della nostra specie, siamo ancora troppo insignificanti per poter distruggere tutto. Dovremmo impegnarci ancora più a fondo. L’ambizione non sempre basta.

    Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi. Sono parole di J. Robert Oppenheimer, “padre” della bomba atomica, che sapeva il sanscrito e aveva letto un testo sacro indù chiamato Bhagavad Gita, da cui estrapolò la sua conclusione.

    La frase dello scienziato ha un ruolo centrale nel film Oppenheimer diretto da Nolan. L’avevo perso al cinema e ho colto l’occasione di vederlo proprio durante l’interminabile volo di ritorno in Italia dalla Malesia.

    In realtà, lo scienziato ha pronunciato le famose parole soltanto molto tempo l’esplosione, in un documentario del 1965. Con il senno di poi, potremmo dire. 

    Pare, invece, che Kenneth Bainbridge, il direttore del test Trinity, si sia rivolto a lui in questi termini, subito dopo il fatto: «Adesso siamo tutti dei figli di puttana».

    Sono circa 140.000 anni che la foresta pluviale primaria del Borneo, tra le più antiche al mondo, respira fragorosamente, nonostante l’affanno. E c’è chi si sta dando un gran da fare per preservarne la salute, perché non è mai tardi, in fondo, per fare qualcosa di buono, qui e altrove. Anche versare lacrime di coccodrillo, come da un po’ fanno nel Borneo malese i proprietari delle piantagioni di palme da olio, a suo modo serve.

    Di questo, di coccodrilli veri e di molte altre cose ancora, scriverò però nel prossimo post. Il Borneo va raccontato senza fretta, con la giusta lentezza.

  • La doppia faccia della Spagna. Tu vo’ fa’ l’americà, e Trump lo sa.

    Secondo quanto apprendo dal sito del Dipartimento di Stato americano, nel 2024 la Spagna è stata il secondo paese in cui gli Stati Uniti hanno investito, dopo il Regno Unito: oltre 6 bilioni di euro. Rapportata al totale degli investimenti ricevuti dall’estero (36,8 biliardi di euro splamati tra servizi, industria e costruzioni), la percentuale a stelle e strisce si attesta quindi su un buon 16,5% circa. Il paese continua inoltre ad attrarre un flusso crescente di turisti statunitensi, con ricadute importanti nel settore immobiliare; in soli quindici anni, dal 2007 al 2023, il numero di cittadini statunitensi proprietari di case in Spagna è cresciuto di 10 volte, anche grazie all’introduzione della “golden visa” che agevola i proprietari di immobili. La popolarità del paese tra gli expats americani è stata inoltre incentivata dell’istituzione del nuovo visto per i nomadi digitali, che si aggiunge a quello “non lucrativo” (vietato lavorare, si può solo spendere) già previsto, ideale per i pensionati. Insomma, ce n’è per tutti.

    Questi i dati che ho raccolto.

    Ma è quando l’intangibile diventa tangibile che mi sento davvero di poter esclamare: Eureka! Per questo mi piace viaggiare. Nonostante le conoscenze acquisite attraverso un viaggio siano sempre parziali, mai oggettive e mai definitive, dà sempre una certa soddisfazione intuire, grazie all’uso esclusivo dei cinque sensi, la complessità di un luogo e di chi lo abita, percepirne contraddizioni.

    Non è forse questo lo scopo ultimo di ogni viaggio, mi chiedo, mentre mi trovo in vacanza in Spagna per qualche giorno, e cerco di capire a cosa si riferisca Sanchez quando, in risposta ai dazi di Trump, dice che ciò che non venderanno mai sono i loro valori e i loro principi?

    “I nostri valori non sono in vendita, lo sono i nostri prodotti”, dice, e mi sento confusa. Quali valori e quali prodotti, esattamente? C’è un certo affollamento di merci da queste parti.

    Per uscire dalla nebulosa, approfondisco l’esplorazione sul campo. Parto dalla spiaggia tutta palme di Valencia e finisco nel porto turistico di Alicante. Che atmosfera strana, concludo, mentro sorseggio una cerveza; sembra proprio di essere in… Alifornia?
    Leggo questa parola su una di quelle brochure travestite da rivista patinata che vengono ancora abbandonate sui tavolini dei bar di tutti i non luoghi del mondo – incredibile, ne stampano ancora a tonnellate – e ci resto di sasso. Mi viene subito in mente “Cagliarifornia”, nomignolo con cui da tempi immemori (sicuramente sin da quelli della mia giovinezza) i cagliaritani, con la scanzonata e pungente ironia che li connota, vezzeggiano e dileggiano al tempo stesso la propria città. Ma “Cagliarifornia” è una parola che può essere pronunciata solo per gioco. Qualcuno la usa come hashtag sui social, qualcun altro l’ha usata perfino come titolo di una canzone. Nessuno, invece, si sognerebbe di costruirci intorno una campagna di marketing territoriale. Sarebbe troppo ridicolo perfino per una pubblicità.

    Ad Alicante la pensano diversamente. Fanno proprio sul serio o, come dicono gli americani, fake it until you make it.

    Cosa spingerebbe oltre 40.000 cittadini statunitesti (pensionati e giovani nomadi digitali, ma non solo) a vivere in Spagna, dopo averci passato qualche tempo in vacanza o aver trascorso intere notti a scrollare i feed dei concittadini espatrati su Instagram, se non la possibilità di avvicinarsi di qualche millimetro a quel sogno californiano che in patria avevano smesso di rincorrere?

    Mentre si tengono in forma facendo jogging nel Giardino del Turia o nel lungomare di Valencia, senza rischiare di essere rapinati ogni 50 metri, o ancora peggio, di cadere, fratturarsi qualcosa, e doversi magari vendere un rene per potersi rimettere a posto un ginocchio, mentre fanno il pieno di tapas dimagranti – le porzioni sono minuscole – sul lungomare di Alicante, senza che la visa, come la linea, ne risenta troppo, ecco, mi dico: in quei momenti avranno senz’altro l’impressione di aver sensibilmente accorciato le tappe verso la meta. Con il vantaggio che è come stare a casa loro, amorevolmente circondati da insegne familiari. C’è pure Taco Bell. La California l’abbiamo ricostruita qui per voi, venite.

    Nonostante la stima che provo per il signor Sanchez, soprattutto per aver osato fare la voce grossa con Trump in tempi guerrafondai come quelli che stiamo purtroppo vivendo, questa Spagna mi inquieta: sulla carta – o meglio, sulla bocca del premier, sono parole sue – vorrebbe “rifiutare il neoliberismo” ma proprio sull’accelerazione delle politiche neoliberiste in campo economico sta continuando a costruire la sua parabola di crescita. Da un lato continua ad appellarsi a valori culturali propri, dall’altro non ha dimostrato di saper resistere all’egemonia statunitense, ma al contrario l’ha introiettata a tal punto da trasformarsi in uno dei paesi di fatto più americanizzati d’Europa.
    Insomma, ci è o ci fa? Questo è il dilemma.

    Foto scattata durante le celebrazioni della settimana santa a Valencia, nel quartiere Cabanyal.
  • Ridere di gioia e soccombere alla tristezza a Marrakech

    “Perché avete ucciso vostro marito?” In lacrime, la moglie di Chaloula, interrogata dal commissario nel racconto “Il mostro di Frankenstein” (Le mostre de Frankenstein) di My Seddik Rabbaj, confessa che avrebbe voluto soltanto renderlo docile e incapace di alzare la voce “come un morto”.

    A compiere tale innocente miracolo sarebbe dovuto servire l’impasto acquistato da una vecchia guaritrice, che una sera la donna propina a cena al consorte. Ingurgitarlo gli sarà fatale, non tanto perché il cibo fosse avariato, e lo era senz’altro visto che si trattava di resti levati di bocca a un morto riesumato dal cimitero, secondo la “ricetta” della vecchia venduta come infallibile; piuttosto, si scoprì che il morto era un incantatore di serpenti (o di folle?) che una notte aveva dimenticato di rimuovere il veleno dalle fauci del suo amico rettile; il serpente ne aveva dunque approfittato per morderlo a tradimento alla nuca. Il miracolo promesso dalla vecchia si era trasformato così in inesorabile disgrazia. Veleno e antidoto sono, d’altra parte, parenti.

    In questa raccolta di racconti, la ville joyeuse mostra un volto dolente e beffardo. L’ocra si sporca di nero e la macchia si allarga inghiottendo le speranze dei suoi abitanti e non solo. La città attira e respinge anche me, che non vi ho mai abitato ma che ho imparato ad amare e odiare da viaggiatrice.

    Marrakech mi elettrizza e allo stesso tempo mi rende nervosa, con quel traffico ostinato capace di coprire ogni rumore a parte il canto del muezzin del minareto della Koutubia e il suono incessante del pungi degli incantatori di serpenti della piazza Jemaa el-Fna. Meglio Essaouira e la musica del suo oceano. Ma a distanza di mesi, con questo libro in mano, mi ritrovo a ripensare con nostalgia a quel fracasso.

    Chi mai oserebbe, si chiede nella Prefazione lo scrittore Yassin Adnan, curatore di questa raccolta di quindici racconti ambientati nella “città rossa”, tessere una trama oscura attorno al cuore di un luogo deputato da sempre all’allegria e alla dolcezza di vivere?

    Farlo in modo convenzionale, pretendendo di far rispettare a scrittori e scrittrici di una città come questa le regole di un genere, il noir, che da queste parti non è molto praticato, sarebbe un’impresa fallimentare. Lo stesso Adnan, quando deve tessere la sua “trama oscura”, lo fa a modo suo, servendosi di uno humour tagliente, come già fa presagire il titolo del racconto che porta la sua firma, “Una e-mail dal cielo” (Un e-mail du ciel).

    Scritto in arabo e tradotto in francese da Catherine Charruau per l’edizione marocchina del volume, pubblicata nel 2020 dalle Éditions du Sirocco di Casablanca – l’edizione originaria, del 2018, è della casa editrice americana Akashic Books – è la storia di una divertente beffa dal tragico epilogo, nata tra le postazioni di uno cyber caffè frequentato da adolescenti creduloni, pieni di speranze verso il futuro. Una satira sull’ortodossia religiosa e sul fanatismo, in cui un ragazzo musulmano aspirante cristiano si indottrina su internet per farsi bello agli occhi di una ragazza nigeriana e per facilitarsi la vita, così crede, da futuro emigrato; per vendicarsi di un compagno di chat bigotto e spione che ha raccontato tutto a suo padre, comincerà a inviargli mail “sante” facendogli credere che siano state spedite direttamente da un angelo, fino a indurlo a compiere un gesto folle, per quanto innocuo, sulla piazza pubblica. A Jemaa el-Fna, vestito di bianco da capo a piedi, dopo aver terrorizzato i turisti facendo proclami contro gli infedeli, finirà arrestato dalla solerte polizia marocchina, davanti agli occhi ormai costernati del “fratello” che gli aveva sortito l’inganno.

    Di ironia amara sono intrisi diversi di questi racconti, che in realtà hanno poco altro in comune, diversamente dalle storie, spesso simili tra loro, della tradizione e delle leggende popolari raccontate in cerchio dagli Ḥlaiqi, i performer di Jemaa el-Fna.

    Oltre all’ironia, che in rari casi si fa cinismo e arriva al sarcasmo, mentre in altri si mantiene fin troppo leggera, ad accomunare alcune delle storie incluse in questa raccolta è la mistificazione continua della realtà operata dai suoi personaggi: la verità si traveste da menzogna e viceversa, i brutti ricordi e i traumi si trasformano in aneddoti, il succo della storia, persino quello della propria vita, si perde e si ritrova tra fatti, enigmi, scandali, pettegolezzi e malintesi fatali. Gli abitanti di Marrakech hanno d’altra parte la fama di chi si ostina a colorare la realtà, per tenere fede al mito della città, o forse per esorcizzare l’immancabile malinconia che ti pugnala alle spalle in pieno giorno, quando la gioia della notte evapora come i fumi del kif. Gli abitanti di tutta una vita, si intende, o di chi vi ha trascorso degli anni o anche solo pochi folli giorni a rincorrere i propri sogni, come Patti, la ricca collezionista d’arte americana invaghitasi del Pacha negli anni Trenta, di cui Mohamed Achaari ci racconta la controversa storia in “La mummia di Dar-el-Pacha” (La momie de Dar el-Pacha).

    Quanto Patti ritornò a Marrakech, più di quarantacinque anni dopo il dramma della sua prima visita, fu per curare una ferita che le aveva avvelenato la vita. Per anni aveva coltivato nella memoria un giardino verdeggiante dove crescevano alberi frondosi, di legno duro, tra i quali nessuna pianta inopportuna si era mai insinuata. Aveva sempre pensato che le nostre disgrazie infestano i luoghi in cui le abbiamo vissute, e allo stesso modo infestano la nostra memoria: l’unico modo per spazzarle via è riconciliarsi con i luoghi che sono state teatro di quelle disgrazie, cancellando le ultime tracce dolorose che vi sono rimaste (estratto da La momie de Dar-el-Pacha di Mohamed Achaari; traduzione in italiano mia, originale in arabo del Maracco tradotto in francese da France Meyer).

    Scappa dal proprio passato anche Imane, la protagonista del racconto più intenso e cupo di Marrakech Noir, “Una vita spezzata” (Une vie brisée) di Karima Nadir, scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani, co-fondatrice del collettivo 490, che si batte per abolire l’articolo del codice penale marocchino, numero 490 appunto, che criminalizza il sesso al di fuori del matrimonio.

    Il racconto è contenuto nella terza e ultima sezione del libro, intitolata “Oltre le mura” (Au-delà des murs), le cui storie sono ambientate in quartieri periferici che si trovano appunto al di là delle antiche mura della medina. Quello in cui si svolge questa storia si chiama Amerchich e prende nome dall’ospedale psichiatrico per il quale è conosciuto.

    “Per Dio, è ciò che ci vuole a tua madre, Amerchich e nient’altro!” gridò sua madre. Amerchich non è soltanto il nome di un quartiere di Daoudiate. Non è neppure unicamente il nome di un ospedale specializzato in differenti tipi di malattie. È anche un improperio. A Marrakech, Amerchich è diventato una sorta di insulto che si lancia contro il proprio avversario per tacciarlo di imbecillità e follia. Di non essere capace di vivere in società. Tra la gente per bene e normale. Per sua sfortuna, Imane aveva una madre che era stata infermiera prima di andare in pensione. E per la cronaca, conosceva delle persone che lavoravano a Amerchich.

    In questa Amerchich, luogo fisico e simbolico in cui cacciare tutto ciò che la medina non può contenere, neppure celandola nel buio delle sue notti trasgressive in cui tutto è concesso purché serva ad alimentare il mito di Marrakech la “città gioiosa”, Imane ci finisce un giorno dopo aver dimenticato chi sia. Un’amnesia totale, forse frutto dell’abuso di alcool e di haschisch, ma soprattutto della sua fatica di vivere. Ad Amerchich Imane finirà i suoi giorni, suicida.

    A preservare nella memoria la sua storia saranno due amiche, Alice e Sarah, che a questo luogo approdano per motivi ben differenti, l’una psichiatra e l’altra dottoranda in Scienze Umane. C’è, tuttavia, qualcosa che le unisce nel profondo e che le fa riconoscere nella storia dolorosa di Imane. “Ogni volta che entravo in una biblioteca”, racconta Sarah, pensavo a Imane e alla sua passione per la lettura. Spesso la notte, dopo essermi coricata, inseguivo la sua voce nelle pieghe della mia anima”. Anche Alice e Sarah scappano forse da una loro Amerchich, un luogo in cui qualcuno vorrebbe confinarle, ma come Patti, la vecchia americana che da giovane si innamorò del Pacha, hanno deciso di ritornarvi per cancellare le tracce nere della loro tristezza.

    Foto scattata questa primavera al Musée des Confluences (palazzo Dar El Bacha) di Marrakech, che ospita l’installazione fotografica L’invisible dévoilé dell’artista Lalla Essaydi. Nella foto in alto (sempre mia), la Koutubia, l’antico minareto di Marrakech. Anche la foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Una morte a Malta, la storia della giornalista Daphne Caruana Galizia raccontata dal figlio Paul

    AGGIORNAMENTO del 4-10-2026

    Il 2 settembre 2026, la giuria ha assolto Yorgen Fenech, imprenditore erede di una delle famiglie più potenti di Malta, dalle accuse di complicità e associazione a delinquere per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. I mandanti dell’omicidio restano impuniti.

    Il 22 settembre 2026 il procuratore generale di Malta ha fatto ricorso in appello contro il verdetto di non colpevolezza espresso dalla giuria a favore di Yorgen Fenech.

    Yorgen Fenech, insieme all’ex direttore e attuale azionista di ElectroGas Paul Apap Bologna, all’ex Ministro dell’Energia Konrad Mizzi e all’ex capo di gabinetto del Primo Ministro Keith Schembri Mizzi restano accusati di corruzione e concussione in relazione al progetto ElectroGas.

    Yorgen Fenech è anche accusato di aver corrotto l’ispettore di polizia responsabile dell’Unità per i Reati Economici e delle indagini sulla società di Fenech, la 17 Black. Altri procedimenti giudiziari potrebbero seguire.

    Il 22 settembre 2022 la Fondazione Caruana Galizia, Insieme all’Istituto dei giornalisti maltesi (IĠM), a PEN Malta e a Repubblika, ha indirizzato una lettera al Primo Ministro di Malta, Robert Abela, in merito alle riforme proposte sulla legislazione sul giornalismo e sulla libertà dei media, chiedendo che il testo di legge proposto venga sottoposto a una vera e propria consultazione pubblica e che venga garantito il tempo necessario per un’analisi approfondita, per il dibattito e per la presentazione di emendamenti prima che i disegni di legge vengano presentati in Parlamento.

    https://www.daphne.foundation/en/2026/09/22/proposed-legislation-journalism-media-freedom

    Un dottore arrivò a visitarla e quando vide il libro che stava leggendo esclamò ‘ “Allora la chiamerete Daphne, così diventerà una scrittrice?”

    I miei nonni risero. Ma quando il dottore se ne andò, stettero in silenzio, ci rifletterono su e poi concordarono sul fatto che Daphne fosse un bel nome.

    Le suore non ne furono contente. Non c’era una Daphne nella Bibbia, non esisteva una Santa Daphne, non c’era nessuna in famiglia con questo nome. E, in ogni caso, le donne non diventavano scrittrici a Malta. Li misero in guardia che all’anagrafe non avrebbero accettato quel nome perché non era cristiano. Daphne era una ninfa greca, una figura del mito e della fantasia.

    Raggiunsero un compromesso: il nome della bambina sarebbe stato Daphne Anne. Maltese e non maltese.

    (Un breve estratto da A death of Malta, Penguin Books 2024, traduzione mia)

    Dieci giorni prima di essere assassinata, il 16 ottobre 2017, per aver rivelato i torbidi retroscena della privatizzazione della società elettrica maltese, un intreccio mafioso tra lo Stato e il principale gruppo imprenditoriale del Paese, o giornalista Daphne Caruana Galizia racconta in un’intervista che per lei scrivere era sempre stata una compulsione.

    È la parola che, sospetto, chiunque non possa fare a meno di scrivere userebbe per definire il proprio rapporto con la scrittura, soprattutto se ha preso il “vizio” da piccolo. Io non saprei come definire il mio, se non appunto così. Una compulsione che impari a disciplinare, ma che ti caratterizzerà per sempre come persona, nel bene e nel male. E come i vizi peggiori, ti porta ad acquisire un certo tipo di postura. Fisica ma anche mentale. Un modo di guardare ciò che ti circonda come qualcosa di necessariamente altro da te.

    “Non mi sono mai sentita al mio posto, qui”, confessa Daphne in quell’intervista. Spiega che la sua prospettiva era quella di chi guarda al proprio paese dall’esterno, come farebbe un antropologo, che osserva l’oggetto della sua indagine dal di fuori.

    Nell’accingersi a scrivere A Death in Malta, “Storia di un assassinio e di una famiglia che cerca giustizia”, Paul Caruana Galizia, uno dei tre figli maschi di Daphne – il minore – si rende conto di non aver capito l’”essenza” di sua madre, il suo vivere da outsider. Decide quindi di partire proprio da questo aspetto della sua personalità per raccontare chi era, perché aveva cominciato a scrivere e perché lo Stato maltese ne ha permesso l’omicidio creando un clima di impunità nell’isola.

    Divenuto anche lui giornalista investigativo, come il fratello Matthew, che poco prima dell’assassinio aveva lavorato con la madre ai Panama Papers, scrive un bel libro che non è soltanto un’inchiesta giornalistica sulle trame della corruzione a Malta, ma come ben coglie una recensione del Sunday Times citata nel frontespizio, “si legge come un thriller, una detective story e il testamento di una vita e del lavoro di una donna straordinaria”.

    Paul racconta che in una torrida giornata di agosto in cui faceva troppo caldo per uscire, una ancora giovanissima Daphne – aveva avuto il primo figlio a 21 anni – sfogliava i giornali mentre era “bloccata a casa con noi tre”. Negli anni Novanta quei giornali erano “come i suoi figli”, ammette: maschi e con niente di interessante da dire. E questo nonostante, a partire dal 1987, quando i nazionalisti sconfissero i laburisti alle elezioni, la cattolicissima e tradizionalista Malta avesse cominciato ad aprirsi all’Occidente.

    Quando disse a un’amica che voleva scrivere sui politici del suo paese, criticarli ed esporli all’opinione pubblica, e questa le rispose che sarebbe stato troppo scioccante per Malta, Daphne rispose ottimisticamente che si trattava di “una cosa perfettamente normale, fuori da questo piccolo scoglio”.

    Ma tu vivi in questo piccolo scoglio, replicò l’amica. Ma questo non significa questo piccolo scoglio sia un posto speciale, ribatté lei. Non ci consideriamo forse europei? Allora, concluse, non possiamo dire: “Questo a Londra o a Roma si può scrivere, ma non a Valletta”.

    Paul capisce che Daphne aspirava ad avere libertà di espressione in un luogo in cui non era mai stata concessa e neppure desiderata. Il patriota maltese che andò a Londra nel 1835 per reclamare la libertà di stampa, ci racconta, riconobbe che il paese la desiderava soltanto in parte. Pensava che una totale libertà sarebbe degenerata in immoralità e avrebbe indisposto la Chiesa, che controllava uno dei due organi di stampa presenti sull’isola. L’altro apparteneva all’amministrazione coloniale, e quando quest’ultima abolì la censura, prima di quanto accadde in molti altri paesi, promulgò però anche una legge di diffamazione “piuttosto sensibile alle questioni religiose”. Così Malta introdusse una relativa libertà di espressione quando negli altri paesi non ve ne era nessuna, ma mentre gli altri in seguito emanciparono il giornalismo dal giogo della censura politica, Malta si guardò bene dal farlo. La cultura maltese ha continuato nel tempo a dare poco valore alla libertà di espressione e Daphne, spiega Paul, non lo sopportava: per questo, lei che credeva profondamente nell’Europa e si considerava “maltese e non maltese” allo stesso tempo, era così impaziente. Voleva vedere un cambiamento non soltanto nella classe politica ma anche nella gente comune, a tutti i livelli.

    Una prima edizione di Death of Malta è stata pubblicata nel 2023. Nel 2024 Paul Caruana ha aggiornato l’epilogo, con gli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio della madre, che quattrocento chili di tritolo nascosti sotto il sedile della sua Peugeot 108 fece saltare in aria, a pochi metri da casa, otto anni fa. A oggi, sono stati arrestati gli esecutori, gli intermediari e il presunto mandante (o uno dei?), il maltese Yorgen Fenech.

    Rampollo cocainomane di una delle famiglie di imprenditori più potenti dell’isola, già arrestato per possesso di droga a Huston in Texas, dove stava andando a disintossicarsi, dopo essere stato beccato a sniffare su un volo intercontinentale; magnate del gioco d’azzardo, della speculazione immobiliare e delle partite di calcio truccate, indagato nel 2019 anche dalla Procura di Catania nell’inchiesta “I treni del gol”, Fenech è soprattutto il tycoon del gas che all’epoca dell’omicidio di Daphne era uno dei tre direttori di ElectroGas, consorzio di cui faceva parte la società dell’Azerbaijan Socar, a cui era vincolata da un contratto di fornitura di 18 anni: dagli azeri acquistava a caro prezzo gas che poi rivendeva maggiorato a Enelmalta, società pubblica legata a sua volta da un contratto esclusivo con ElectroGas.

    Daphne e suo figlio Matthew, grazie ai leaks dei Panama Papers, avevano scoperto e reso pubblici i dettagli di questo contratto incredibilmente svantaggioso che il governo maltese aveva stipulato non certo a favore dei contribuenti maltesi, per i quali si prevedeva invece la perdita di decine di milioni di euro. Un ingranaggio diabolico di scatole cinesi in cui a guadagnarci personalmente erano anche Keith Schembri, ex capo del Gabinetto del governo laburista di Joseph Muscat, e l’ex ministro del turismo Konrad Mizzi, a cui Fenech pagava corpose tangenti attraverso la società off shore 17 Black con sede a Dubai, la cui esistenza era stata intercettata proprio dai Panama Papers a cui aveva dato ampiamente spazio Daphne nel suo blog Running Commentary. Con i soldi sporchi di chi? Degli azeri, ovviamente, che 17 Black provvedeva a spartire.

    L’inchiesta, che ha confermato le tesi di Daphne, è stata chiusa soltanto quest’anno. Schembri e Mizzi sono stati coinvolti nel frattempo anche in un ulteriore scandalo, insieme all’ex premier Muscat: tutti accusati di appropriazione indebita, frode e riciclaggio in relazione alla privatizzazione di tre ospedali pubblici, il cosiddetto “l’affare Vitals” (Vitals Global Healthcare) sul quale per prima Daphne aveva sollevato pesanti dubbi.

    Non finisce purtroppo qui.

    Prosegue infatti il progetto per alimentare la centrale elettrica di Delimara nel sud-est dell’isola, sulla cui costruzione e gestione da parte di ElectroGas Daphne stava indagando, con il nuovo gasdotto Melita TransGas, 158 km di tubi sottomarini tra la Sicilia e Malta. Un progetto da 400 milioni di euro, finanziato dalla UE, di cui ben 85 milioni entreranno nelle tasche di ElectroGas. Il vero nodo attorno al quale ancora si stringono gli interessi di chi voleva la morte di Daphne, e che vincolerà Malta per decenni ai combustibili fossili, impedendo una transizione ecologica verso fonti rinnovabili.

    Ci sarà mai, dunque, spazio per un epilogo positivo?

    I maltesi che credono nella democrazia, nella libertà di espressione, in un’economia più giusta, in una società più equa, riusciranno a invertire la rotta, come avrebbe voluto Daphne, di questa folle e immorale corsa verso una finta modernizzazione di cui beneficiano soltanto i più corrotti, avidi, criminali tra loro? E ci riusciranno i cittadini onesti di tutti gli altri paesi europei complici e, in molti casi, altrettanto corrotti?

    Per saperne di più:
    Daphne Caruana Galizia Foundation

    La foto nella cover l’ho scattata a Medni (Medina), l’antica capitale di Malta, dove ho acquistato una copia del libro A Death of Malta, non ancora tradotto in Italia.

    Leggi anche: Hamrun, poveri e belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

  • Hamrun, poveri ma belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

    Arrivo a Malta da Edimburgo, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale intitolato Make it happen, una satira sul crash finanziario della Royal Bank of Scotland, con il leggendario attore britannico Brian Cox sul palco nelle vesti del fantasma di Adam Smith, padre del capitalismo, che tormenta Fred “The Shred” Goodwin, il tagliatore di posti di lavoro che quella banca, nel 2008, la fece andare a picco, e con lei l’intera Scozia.

    Non mettevo piede sul suolo scozzese dalla fine degli anni Novanta e mi ha colpito vedere che, al netto di boom turistico, gentrificazione e vivacità culturale, permangono grandi contrasti: uno su tutti, la presenza di giovani uomini e donne senza tetto che dormono per strada con i piedi congelati ad agosto e chissà, viene da chiedersi, in che condizioni arriveranno a settembre, considerato il clima non proprio ospitale della capitale scozzese.

    Malta mi accoglie con la sua amabile brezza. Il caldo qui è una garanzia ma non toglie il respiro, mi ricorda piuttosto che siamo in estate, e quasi me ne ero dimenticata. Sono così felice che quasi mi dimentico pure che questo è il paese dei “passaporti d’oro” concessi agli investitori  miliardari, lo stesso in cui un un numero crescente di maltesi vivono in povertà e in cui a quanto pare non sono in molti a potersi permettere una settimana di vacanza all’anno.

    Come spesso mi accade, mi trovo sempre nel posto giusto al momento sfacciatamente giusto o in quello incredibilmente sbagliato; le vie di mezzo non sono contemplate dal caso che si diverte a sorprendermi nei miei viaggi last minute.
    E questo è senza dubbio il momento giusto perché capito ad Hamrun nel fuoco incrociato dei Red Boys e Blue Boys, i due club rivali che si sfidano (amichevolmente) durante le celebrazioni della vivacissima festa di San Gaetano.

    Hamrun è un vecchio borgo di 9000 anime che da queste parti chiamano città, forse perché dista mezz’ora a piedi da una “capitale”, La Valletta, che non ne fa neppure 6000. È uno di quei luoghi che potrebbero far gola ai detentori di “passaporti d’oro”, se come in Make it Happen a qualcuno di loro, un giorno, il fantasma di Adam Smith mettesse in mano le chiavi della città e dicesse: fallo succedere. Gentrifica Hamrun. Ora. You can make it.
    Ma Hamrun, un posto che non può essere inventato perché già, orgogliosamente, esiste, è la prova che resistere all’omologazione, mentre ti globalizzi, è possibile.

    L’integrazione tra working class locale e immigrati di (quasi) ogni parte del mondo, è possibile. La sicurezza e il sentirsi “a casa”, poter camminare per strada a qualsiasi ora del giorno senza che nessuno ti infastidisca, ma al contrario ti saluti con cordialità, ti sorrida con discrezione, si fermi a fare due chiacchiere, è possibile. La pulizia, il decoro, il rispetto, ma anche un po’ di sano disordine, quando c’è da far festa. È possibile.

    Ma ecco, nel mezzo dei fuochi d’artificio, già mi sono dimenticata di essere a Lilliput.

    Per fortuna, però, che c’è San Gejtanu. Chissà che un miracolo, un giorno, non accada sul serio.

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Vecchi e nuovi tecnofeticismi

    MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.

    «Stiamo aggiornando il sistema.»

    In estate? 

    Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina. 

    «Ci vorranno 10 giorni»

    Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?

    «L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»

    Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.

    Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline. 

    Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.

    Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo,  penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi? 

    Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza. 

    Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google. 

    Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra. 

    Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti. 

    Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi. 

    Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire. 

    Il piacere è un surrogato della felicità? 

    Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

    Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale

    Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?

    Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).

    Per saperne di più:

    https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape

    Visitabile sino al 31 agosto 2025.

    Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts

    Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.