Vieni più vicino e guarda… Sentirai la musica del Borneo.

A quanti, camminando nella giungla, sarà capitato di sentire chiamare il proprio nome, come nella canzone A forest dei Cure? Come closer and see, see into the trees. Guardare per ascoltare, sinestesicamente.

Ma qui si viene per mettersi in ascolto delle voci altrui, non per ritrovare l’eco della propria voce. La magia è proprio questa: a poco a poco che i pensieri si spengono, i sensi si acuiscono.

Il primo riflesso, a quel punto, è di cercare di fermare il flusso dei suoni, perché la mente vorrebbe darsi ragione dell’esperienza, catalogarla, scomporla in oggetti a cui poter dare un nome. Vorrebbe inoltre, e più modestamente, imparare. Costruire conoscenza. Ma anche saper riconoscere il boato degli orangotanghi, gli uomini della foresta (“orang” nelle lingue malesi e indonesiane significa appunto persona, uomo in senso generale; utang vuol dire “foresta” o “giungla”). Se li sentiamo, abbiamo un segno della loro presenza. Sono qui, da qualche parte, e potrebbe comparirci di fronte proprio ora.

La mente razionale potrebbe ardire a dare un senso ai gorgheggi dei gibboni. Potrebbe interrogarsi sui discorsi amorosi di una coppia di buceri. Potrebbe provare a captare gli infrasuoni degli elefanti. Perfino azzardarsi a distinguere i vari strumenti in un coro di insetti.

Ma quanto è più saggio lasciarsi semplicemente inebriare dalla musica che la foresta produce? Una musica fatta di suoni assordanti, e in senso letterale: possono raggiungere e superare i 100 decibel.

Non è detto che per sperimentare questa beatitudine sia necessario solcare il suolo della giungla.  L’esperienza più incantevole l’ho fatta ascoltando la foresta da poco lontano, in mare, nella costa occidentale del Sabah, a Kota Belud. A mollo nell’acqua fino al collo, guardavo la riva lambita dalla giungla e ascoltavo la vita laggiù, in tutta la sua esplosiva sonorità.

Ho avuto un déjà vu. Una volta, nelle acque gelide d’Islanda, incommensurabilmente più fredde di quelle in cui galleggiavo, ho sentito rimbombare nel silenzio il respiro di una balena. Ero in mare aperto, a bordo di un gommone, in compagnia di poche altre persone, e anche allora ho avuto la certezza che c’è e ci sarà sempre vita intorno. Il mondo non si può spegnere.

Perlomeno, non ancora.

In questi tempi catastrofici è un sollievo non da poco. Per quanto ci impegniamo a devastare la Terra e a maltrattare i suoi abitanti, compresi i membri della nostra specie, siamo ancora troppo insignificanti per poter distruggere tutto. Dovremmo impegnarci ancora più a fondo. L’ambizione non sempre basta.

Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi. Sono parole di J. Robert Oppenheimer, “padre” della bomba atomica, che sapeva il sanscrito e aveva letto un testo sacro indù chiamato Bhagavad Gita, da cui estrapolò la sua conclusione.

La frase dello scienziato ha un ruolo centrale nel film Oppenheimer diretto da Nolan. L’avevo perso al cinema e ho colto l’occasione di vederlo proprio durante l’interminabile volo di ritorno in Italia dalla Malesia.

In realtà, lo scienziato ha pronunciato le famose parole soltanto molto tempo l’esplosione, in un documentario del 1965. Con il senno di poi, potremmo dire. 

Pare, invece, che Kenneth Bainbridge, il direttore del test Trinity, si sia rivolto a lui in questi termini, subito dopo il fatto: «Adesso siamo tutti dei figli di puttana».

Sono circa 140.000 anni che la foresta pluviale primaria del Borneo, tra le più antiche al mondo, respira fragorosamente, nonostante l’affanno. E c’è chi si sta dando un gran da fare per preservarne la salute, perché non è mai tardi, in fondo, per fare qualcosa di buono, qui e altrove. Anche versare lacrime di coccodrillo, come da un po’ fanno nel Borneo malese i proprietari delle piantagioni di palme da olio, a suo modo serve.

Di questo, di coccodrilli veri e di molte altre cose ancora, scriverò però nel prossimo post. Il Borneo va raccontato senza fretta, con la giusta lentezza.

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