Autore: Maria Serra

  • NAZA: anatomia della distruttività. Non siamo forse ben oltre la “banalità del male”?

    In un saggio del 1973 intitolato Anatomia della distruttività umana, Eric Fromm, psicologo sociale, psicoanalista, sociologo, filosofo umanista radicale e socialista democratico, tedesco di origini ebraiche, naturalizzato statunitense, tuttora considerato uno dei maggiori pensatori del Novecento ma ancora molto sottovaluto come teorico per via soprattutto del suo rifiuto dell’ortodossia in ogni ambito di ricerca e pratica – così come nella sua vita – ha indagato con un approccio interdisciplinare le radici del male e dell’aggressività umana, mettendoci in guardia rispetto al potenziale di autodistruzione insito nella società moderna.

    A differenza di Freud, che lo considerava un normale processo fisiologico, per Fromm l’istinto di morte è una espressione patologica dell’istinto di vita. Anatomia della distruttività umana contiene un celebre capitolo dedicato proprio all’analisi della psicopatologia di un personaggio storico sul quale si è a lungo dibattuto – spesso rievocato in questi tempi bui – da lui definito necrofilo. La riflessione di Fromm si spinge tuttavia oltre l’analisi del caso clinico specifico, fino a desumere una lezione sul futuro.

    Ho riletto le parole di Fromm dopo aver ascoltato le agghiaccianti interviste attorno alle quali ruota lo straordinario documentario NAZA, vincitore del Premio speciale della Giura a Venezia, in questi giorni nelle sale italiane, coprodotto dalla testa giornalistica inglese The Guardian e diretto dai giornalisti d’inchiesta israeliani Yuval Abraham, Rachel Szor, già parte del collettivo che nel 2024 aveva scritto, diretto e prodotto l’importante No Other Land.

    Nell’ondata di reazioni mediatiche che stanno accompagnando l’uscita del film, constato che spesso viene tirata in ballo, con una certa superficialità, la tanto memorabile quanto controversa tesi sulla “banalità del male” suggerita da Hannah Arendt nel reportage che fece per il New Yorker sul processo a Adolf Eichmann, colonnello della Gestapo che aveva coordinato la messa in opera della “Soluzione finale” nei confronti degli Ebrei di tutta Europa durante l’Olocausto: Eichmann, poi condannato all’impiccagione, si difese sostenendo di essere un «grigio burocrate che eseguiva solamente gli ordini dei gerarchi importanti» e Arendt ne parlò in questi termini: «Egli non era stupido; era completamente senza idee — una cosa molto diversa dalla stupidità — e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a diventare uno dei più grandi criminali di quel periodo.» Questa tesi è stata successivamente confutata dalla filosofa e storica tedesca Bettina Stangneth, autrice di La verità del male – Eichmann prima di Gerusalemme, che nel 2015 ha ribaltato l’immagine di “piccolo ingranaggio nella macchina di annientamento nazista” che il gerarca aveva studiato a tavolino e incarnato, con intenti manipolatori, durante il processo. Eichmann non era semplicemente un burocate, un funzionario; era, assai più tristemente, un vero e proprio ingegnere della «Soluzione finale», consapevole e oltremodo orgoglioso di esserlo. Stangneth l’ha dimostrato servendosi di documenti rimasti inediti fino a metà degli anni Duemila, tra cui le Interviste Sassen, oltre 1300 pagine di note scritte a mano da Eichmann e circa 73 bobine audio di registrazioni integrali delle lunghe conversazioni che aveva avuto in Argentina, dove era fuggito ed è stato poi catturato dal Mossad, con il giornalista olandese (ex SS) Willem Sassen.

    Ma cosa c’entra Fromm con tutto questo? E perché rileggerlo oggi potrebbe aiutarci a capire da dove arriva la fredda “verità del male” che trapela dalle parole degli alti funzionari dell’intelligence israeliana intervistati da Abraham in NAZA, che a noi spettatori – in tutti i sensi, del film e di ciò che sta accadendo nella realtà – suonano così sconvolgenti?

    Quali sono le radici della distruttività di cui gli intervistati si sono resi responsabili all’interno del piano militare dell’IDF, i cui dettagli loro stessi rievocano con cura, precisione e distacco, mentre schizzano sul foglio, con consumata pazienza, gli apparentemente semplici schemi tattici utilizzati in protocolli guidati dall’intelligenza artificiale come, per esempio, “Lavender”?

    Sono semplici esecutori, in quanto militari, che portano avanti la missione che gli è stata assegnata – «Se non lo facessi io, lo farebbe in ogni caso qualcun altro» afferma uno di loro – oppure sono degli ingegneri del genocidio? Sono sani di mente o sono degli psicopatici?

    Soprattutto, mi chiedo, ipotizzare che la crudeltà delle loro azioni possa compiersi perché c’è qualcosa di patologico che lo permette dentro la loro testa, qualcosa che non soltanto è accettato e normalizzato dalla società in cui vivono, ma magari auspicato e promosso, equivale a sostenere la vecchia tesi della mostruosità del carnefice? Quando scriveva, Harendt voleva metterla in discussione per porre l’accento, piuttosto, sulle cause politiche del genocidio. Ma oggi, ancor più che allora, esiste un legame tra patologia e politica che fatichiamo a riconoscere.

    C’è ancora qualcosa che possiamo definire patologico, che porta un individuo o un’intera società a propendere per ciò che è male, che causa violenza, morte e distruzione; oppure, come esseri umani, ci siamo ormai convinti di essere tutti, in fondo, sani, incluso chi arriva a compiere atti di crudeltà estrema perché, in fondo, “è il mio lavoro”, ed è lo Stato a cui ho giurato fedeltà a chiedermi di farlo?

    La stessa guerra non è forse, già di per sé, una patologia sociale, espressione patologica dell’aggressività maligna di una società che cerca costantemente di soddisfare il proprio istinto di morte?

    Forse è arrivato il momento di rileggere la tesi della mostruosità del carnefice sotto un’altra luce e dovremmo chiederci a chi fa comodo assoldare tra i propri manager – non era forse un manager, per esempio, lo stesso Eichmann? – individui con una propensione alla distruttività. Come raccontano alcuni degli intervistati in NAZA, «questi posti sono molto ambiti, solo i migliori arrivano qui». Come è facile immaginare, ci arriveranno senz’altro non prima di aver superato numerose e ardue prove e selezioni, di cui ignoriamo la natura.

    Concludo questa mia riflessione su alcuni degli scomodi, necessari, direi urgenti interrogativi che NAZA mi ha posto e credo ponga a tutti noi, lasciando, finalmente, la parola a Fromm. Con l’augurio che, a questo punto, non venga fraintesa ma se ne colga la portata e il monito.

    L’ingenuo presupposto che l’uomo cattivo sia facilmente riconoscibile comporta grossi rischi: non si riesce a identificare tale individuo prima che abbia cominciato la sua opera di distruzione. Io credo che la maggioranza delle persone non abbia il carattere intensamente distruttivo di un Hitler. Ma anche se si dovesse calcolare che esse costituiscano il 10 per cento della nostra popolazione, sarebbero sempre abbastanza numerose da provocare notevoli danni, qualora raggiungessero prestigio e potere. Certo, non tutti i distruttori diventerebbero degli Hitler, perché non ne possiedono le capacità particolari; ma magari potrebbero trasformarsi in membri efficienti delle S.S. Hitler non era un genio, né le sue capacità erano eccezionali. Eccezionale, irripetibile era invece la situazione sociopolitica in cui egli salì alle stelle; probabilmente vi sono centinaia di Hitler fra di noi che salirebbero alla ribalta se dovesse scoccare la loro ora storica. L’analisi oggettiva, distaccata di un personaggio come Hitler non è soltanto imposta dalla coscienza scientifica, ma anche dalla necessità di apprendere una importante lezione per il presente e per il futuro. Qualsiasi analisi che deformi la sua immagine, privandola della sua umanità, servirebbe soltanto a intensificare la tendenza a ignorare gli Hitler potenziali finché non si mostrino in pieno assetto di guerra.

  • Sguardi periferici: Tullio Vietri e l’arte come critica radicale

    In uno scritto del 1969 intitolato Il disagio dell’intellettuale, l’artista Tullio Vietri, definiva la ricerca artistica “una attività intrinsecamente critica che comporta inevitabilmente delle conseguenze sociali”. Ho letto le sue riflessioni sull’arte dopo aver visto esposte alcune sue opere all’interno della mostra Le periferie – Mutazioni antropologiche a Casa Berra, il “condominio dell’arte” al numero 10 di via Domenico Berra, nel quartiere di Crescenzago a Milano, e ho subito pensato che questa sua definizione potrebbe applicarsi a tutte le forme d’arte. In fondo, non era un po’ quello che sosteneva Sartre nel suo Che cos’è la letteratura?

    Se non possiamo affermare che gli esseri umani siano entità astoriche, dice Vietri, allora non possiamo neppure dire che l’arte trascenda la storia:

    La ricerca infatti è destinata ad intaccare i miti e gli stati puramente emotivi, i pregiudizi tradizionali ma privi di qualsiasi base logico-etica, le aberrazioni individuali e di gruppo, i regimi politici che si reggono sul consenso artificialmente creato e mantenuto da masse umane cui viene sottratta, attraverso strumenti moderni di comunicazione di massa, ogni possibilità di giudizi critici autonomi. Una ricerca artistica in senso proprio pone sempre un problema “politico” ed è pertanto sempre e necessariamente in rapporto diretto con una determinata realtà sociale, in rapporto diretto con lo sviluppo dell’umanità e dei suoi problemi decisivi. D’altro canto a meno di non partire da una teoria ultrastorica della natura, o a meno di non considerare l’uomo nella società come una entità astorica, non si puà sostenere che l’arte trascende la storia stessa. 

    La ricerca artistica non può che essere critica e pone sempre un problema politico, suggerisce Vietri.

    Che ce ne facciamo allora, mi chiedo, del concetto di “impegno”, applicato spesso forzatamente a un certo tipo di arte fortemente critica come quella di Vietri, che lo storico e critico d’arte Roberto Costella, massimo conoscitore dell’artista, preferisce infatti chiamare “civile”?

    Allo stesso modo, in riferimento alla letteratura, ma anche al cinema per esempio, perché il mondo della cultura (chi la fa, chi la produce e chi la vende all’interno di un sistema autoregolato e autorefenziale) si ostina ancora a usare questa parola come sinonimo di “edificante” o, ancora peggio, “militante”, conferendogli una connotazione di volta in volta positiva, per nobilitare agli occhi l’opera di taluni autori e autrici, o negativa, per deligittimarne la “letterarietà”, arrivando magari perfino a ridicolizzarla? Si continua peraltro a fraintendere ciò che Sartre, che ha coniato l’espressione littérature engagée, intendeva davvero con questa espressione. L’autore, nella sua visione, è en situation, in situazione, proprio come tutti gli altri esseri umani.

    Tutta l’arte che suscita interesse ed è capace di stimolare riflessione è necessariamente impegnata nel proprio tempo; impegnata a interrogarsi su ciò che accade nella società; impegnata a esprimere una qualche forma di dissenso. In questa prospettiva, anche “l’arte per l’arte” è impegnata. Come diceva Oscar Wilde tutta l’arte è immorale e tutto il pensiero è pericoloso. Se l’arte non è trasformativa, e in qualche modo eversiva, non è arte; è decorazione o intrattenimento, senza voler stigmatizzare queste e altre legittime forme di espressione e fruizione creativa.

    Gli artisti più interessanti sono tuttavia, a mio parere, quelli che, nell’osservare la contemporaneità nel suo divenire, riescono a mantenere nel tempo uno sguardo personale, critico e periferico, lontano dal centro dell’inquadratura, dove invece gli altri si ostinano a guardare. Vietri era uno di questi.

    Come già sottolineato dal prof. Costella in occasione di un’esposizione milanese passata, alla Casa della Memoria, la pittura di Vietri è “complessa, tanto problematica da recepire quanto difficile da ignorare, perché costituisce una summa di memoria civile e di storia partecipata aperta sulla contemporaneità”.

    Fin dagli Sessanta, Vietri ha raccontato, con il suo realismo espressionista, l’omologazione architettonica, il degrado ambientale e lo sgretolamento sociale delle Periferie: sono luoghi marginali in cui la presenza umana, così come quella della natura, è latitante, residuale, eppur resistente. Gli alberi protagonisti della potentissima serie di dipinti degli anni Settanta, realizzati su carta e su carta di giornale, sono neri, ridotti a tronchi spogli, soffocati dal bianco sporco di un cielo senza luce, aggredito dal pulviscolo atmosferico. Oggi i colori di questi dipinti, così contemporanei, ci parlano anche di riscaldamento climatico, incendi boschivi, “inquinamento bianco” da plastica e fumi tossici. Ci parlano anche di fake news, di greenwashing, di tutto ciò affossa la verità in tema di tutela dell’ambiente e della natura.

    Per poter coltivare in piena libertà il suo sguardo, a partire dalla fine degli anni Settanta, l’artista, bolognese di adozione, ha deciso di autoescludersi dal panorama artistico locale nazionale, respingendo e denunciando la deriva mercantilistica del mondo dell’arte fino al punto di rifiutarsi di vendere le proprie opere. Ha continuato invece a lavorare nel suo atelier di Bologna, a esporre e farsi promotore di iniziative culturali, come la fondazione nel 1999 della rivista semestrale Critica Radicale, per una nuova cultura, per una nuova arte. Alla sua morte, nel 2016, come da testamento la sua sterminata produzione pittorica e grafica – 3500 opere – nonché i circa 10.000 libri della sua biblioteca, l’archivio personale e quello della rivista da lui fondata sono andati al Comune di Oderzo, paese in provincia di Treviso del quale era originario e dove già era stato istituito un museo a suo nome dopo la donazione da parte dell’artista, a fine anni Novanta, di 163 opere.

    Nel contesto della mostra Le periferie, Mutazioni antropologiche, allestita il 19 e 20 settembre a Casa Berra, alle opere di Vietri sono stati accostati gli interessanti lavori fotografici di Ennio Ghilardi e Ricardo Berardinelli. Le fotografie analogiche e digitali di quest’ultimo, scattate in via Padova, ci raccontano proprio la stratificazione di quella periferia in cui lo stesso complesso che oggi ospita Casa Berra si è venuta, negli anni, a trovare.


    Ex convento del 1100, storico tesoro incastonato nel quartiere di via Padova, che negli anni Ottanta è stato trasformato in condominio, Casa Berra è diventata nel tempo un luogo ibrido, che coniuga realtà abitativa ed espositiva.

    Oggi questo luogo così speciale è un punto di riferimento non solo per la comunità locale ma per l’intera città, grazie all’attività dell’associazione culturale Casa Berra, nata per promuovere e rivalutare le periferie e le risorse artistico-culturali del territorio, e al supporto di artisti che hanno scelto il quartiere di via Padova come luogo in cui abitare e lavorare, primo fra tutti il compianto Vincenzo Balena, scomparso di recente, che ho avuto il privilegio di conoscere la scorsa primavera (la foto pubblicata qui sotto l’ho fatta in occasione di una visita al suo atelier di in quel periodo).

  • La plastica del vicino fa sempre più schifo.

    Visioni dal Borneo e storie di vizi nostrani. Non tutto è visibile agli occhi, anche se ci piace credere il contrario.

    Quando progettavo il mio viaggio nel Borneo malese, a soli due mesi dalla partenza, ho navigato senza bussola per un numero spropositato di ore nel mare magnum delle google review, per poi trasbordare sulla navicella di Reddit, dove mi sono divertita per un po’ a leggere i thread tradotti in automatico dall’AI in un italiano molto misterioso. Alla fine, sono prevedibilmente scivolata nelle acque dei fiumi social in cui oggi continua a scorrere il passaparola, insieme alla pubblicità, ma non sono riuscita a trovare neppure lì ciò che cercavo: qualcuno che smentisse il fatto che le “Maldive della Malesia”, il meraviglioso arcipelago di Semporna nel mare di Celebes, parte del mitico Triangolo dei coralli, una delle oasi di biodiversità del mondo, fosse in realtà un cassonetto straripante di plastica.

    Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica? Magari senza accorgersene, perché la plastica c’è anche quando non si vede. Insomma, possibile che tutta la plastica del mondo si concentri qui?

    E Semporna, sarà davvero la cloaca che dicono? La città più sporca del sud-est asiatico, o forse dell’Asia, o dell’Oriente intero, o magari perfino del nostro pianeta?

    Confesso che su Semporna città mi sono bevuta per comodità i racconti dell’orrore e non me la sono sentita di approfondire. Avevo pochi giorni da dedicare alla costa est del Sabah, lo stato che avevo in programma di visitare; nell’incertezza, quindi, ho preferito puntare direttamente alle isole. Alcuni italiani conosciuti in seguito, che in città ci avevano trascorso una notte, hanno approvato senza esitazione la mia scelta. Mi sono sentita meno in colpa, ma il rimpianto per non aver potuto valutare con i miei cinque sensi il grado di “bruttezza” di Semporna – inclusa la sua leggendaria puzza – mi è rimasto.

    Sull’arcipelago che da questa città prende nome posso, invece, sbilanciarmi: è davvero un angolo di mondo meraviglioso, come lo descrivono; in merito alla plastica che lo abiterebbe, tuttavia, la realtà dei fatti è molto più complessa e sfaccettata di quanto possa raccontare una fotografia postata su un social o un video pubblicato su youtube.

    Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica?

    Ho alloggiato nell’isola di Bum Bum, in un piccolo eco resort gestito dagli stessi proprietari della struttura in cui ero stata, qualche giorno prima, a Kota Belud, nella costa ovest del Borneo, affacciata sul mar cinese. Ebbene, se dovessi attenermi alla mia personale esperienza di tre giorni trascorsi a fare snorkeling in giro per il parco marino di Tun Sakaran e al largo dell’isola di Mabul, limitandomi alla sola evidenza estetica del problema, potrei affermare che al largo di Semporna di plastica che galleggia in mare ce n’è ben poca. Senz’altro infinitamente meno di quella che ho visto ristagnare intorno al porto della città e anche di quella che avevo visto accumularsi, dopo una mareggiata, sulla remota spiaggia di Kota Belud nella costa ovest.

    Non è un caso che, in prossimità di golfi e baie, il numero di bottiglie e bottigliette avvistate dai turisti tenda a lievitare. Le insenature creano zone di “stanca” dove le correnti rallentano e quando la velocità dell’acqua diminuisce, la plastica perde slancio e si deposita sul fondo o sull’arenile. Vale per tutti i mari, compreso il nostro Mediterraneo. Per non parlare degli argini dei fiumi, grandi e piccoli, contro i quali si incaglia ogni giorno un numero spaventoso di macroplastiche, le quali, se non raccolte, a loro volta vengono di nuovo inghiottite dalla corrente e da lì si riversano in mare.

    Correnti, venti e maree possono far viaggiare per chilometri le macroplastiche, prime fra tutte le bottiglie monouso, che continuano a essere gli oggetti di plastica più prodotti e utilizzati in assoluto. Basti pensare che, a livello globale, le aziende produttrici hanno al momento la capacità di produrre 20.000 bottiglie in PET al secondo, che si presume resteranno in circolazione per circa 450 anni (link di approfondimento in fondo al post).

    Quelle approdate nella spiaggia di Kota Belud, pare provenissero dal porto della capitale, Kota Kinabalu, distante una settantina di chilometri, oltre che da alcuni villaggi su palafitte poco lontani. Così mi hanno spiegato i gestori del diving, ma chi può dirlo con certezza? Chiedersi da dove venga la plastica che finisce nel mar cinese o nel mar di Celebes potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora. Lo stesso, però, potrebbe accadere se ci ponessimo domande analoghe a casa nostra: da dove proviene la plastica che finisce nel Tirreno e nel mar Adriatico?

    Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica che continuiamo a sottovalutare.

    Eppure, nel nostro paese, l’accesso all’acqua potabile è per lo più garantito, diversamente da quanto accade nello stato del Sabah (ma temo nell’intera isola del Borneo), in particolare nelle zone costiere e in quelle rurali, dove spesso anche le fasce più povere della popolazione sono costrette ad acquistare l’acqua, quando la raccolta di acqua piovana non è sufficiente.

    Da noi lo smaltimento differenziato dei rifiuti è regolamentato e organizzato capillarmente, per quanto presenti drammatiche criticità a livello locale in alcune aree del paese, mentre nel Sabah la raccolta è per lo più indifferenziata e limitata alle grandi città come Kota Kinabalu, Sandakan o Tawau. In molte aree rurali, forestali e costiere i servizi municipali di raccolta sono totalmente assenti, e ne sono esclusi i villaggi tradizionali – poverissimi – costruiti su palafitte nell’acqua sia nel mar cinese meridionale sia nel mare di Celebes, dove vivono le comunità stanziali dei Bajau Laut, i nomadi del mare.

    Sono zone in cui gli abitanti si trovano spesso costretti a gettare i rifiuti direttamente in mare o ad appiccare roghi per bruciarli, come purtroppo ho potuto constatare con i miei occhi.

    Come mi hanno spiegato alcuni locali, impegnati in progetti di sensibilizzazione sui rischi di queste pratiche, questa situazione, che ricorda quella vissuta dagli abitanti della Terra dei fuochi, per fare un esempio a noi vicino e tristemente noto, è il frutto di una combinazione di fattori: mancanza di servizi, cattive abitudini di consumo, ormai difficili da eradicare anche a causa della pressione esercitata dal mercato, scarsa o quasi inesistente educazione in termini di ambiente e salute pubblica e individuale.

    Il nostro iper consumo di plastica, invece, da dove deriva? Cosa l’ha prodotto e cosa lo legittima?

    Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica.

    Anche quest’anno noi italiani ci siamo confermati tra i maggiori consumatori mondiali di acqua in bottiglia, con oltre 250 litri pro capite all’anno e circa 15 miliardi di bottiglie di plastica utilizzate ogni anno. Primato legato anche a una “percezione distorta della qualità dell’acqua di rubinetto e a strategie di marketing particolarmente incisive”(link agli approfondimenti in coda al post).

    Ma noi la plastica la ricicliamo, obietterebbe qualcuno.

    Se siamo così virtuosi nella gestione della nostra economia circolare, tanto che per esempio con il r-PET (recycled PET) ottenuto dalle vecchie bottiglie di plastica riusciamo a fabbricare, quale paradossale miracolo, nuove bottiglie di plastica di cui non possiamo assolutamente fare a meno, perché allora continuiamo ad esportare rifiuti di plastica? In passato, l’abbiamo fatto tra l’altro, e illegalmente, anche in Malesia (link agli approfondimenti in coda al post).

    Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo proprio tutta, come ci piace credere anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono in ogni caso zeppi di plastica? Di quella microscopica soprattutto, che quando diventa così piccola pare non ci faccia né schifo né paura.

    I nostri mari sono ormai fatti di zuppa di microplastiche, particelle di materiale plastico che non possiamo fotografare e postare indignati sui social ma che derivano, non solo ma in larga parte, proprio dalle macroplastiche di cui sono fatte le famigerate bottiglie che tanto aborriamo. Soltanto quando ce le troviamo davanti agli occhi sotto forma di rifiuti, si intende.

    Le microplastiche ci sono ma non si vedono, neppure quando l’acqua del mare è più trasparente di quella della piscina di un resort extra lusso, come nell’arcipelago di Semporna.

    Secondo uno studio scientifico del 2025 (link di approfondimento in fondo al post), l’inquinamento da microplastiche non si limita, inoltre, alle aree densamente urbanizzate o industrializzate: le particelle sono state trovate anche in spiagge remote. L’80% ha origine terrestre e la spiaggia non è necessariamente né il loro punto di partenza né di arrivo. Possono arrivare sulla spiaggia dal mare, accumularsi nella sabbia ed essere trasportate verso strati più profondi, per poi essere nuovamente smosse, riportate in superficie, e infine tornare in mare.

    Non le vediamo noi e non le vedono neppure i pesci, i molluschi, i crostacei, i coralli e tutti gli altri organismi che le ingeriscono in mare, incluse le tartarughe, le quali, in aggiunta, hanno la sfortuna di ritrovarsele anche negli arenili in cui vanno a nidificare. Le microplastiche, infatti, si depositano non soltanto in mare anche sulla spiaggia, alterando la temperatura e la permeabilità della sabbia: i siti di nidificazione vengono così fortemente compromessi. Anche altri animali patiscono gli effetti nefasti della presenza sulla terraferma di microplastiche annidate nella sabbia e, infine, lo subiamo noi stessi: stress ossidativo, infiammazione cronica, interferenza endocrina (link di approfondimento in cosa al post).

    Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo tutta come ci piace crede anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono zeppi di plastica?

    Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda, fa mentalmente la conta delle bottiglie spiaggiate e si indigna. Non c’è niente che più stoni di un dettaglio brutto messo in primo piano su uno sfondo eccezionalmente bello.

    In quest’ottica, la bottiglia di plastica – con il tappo, per giunta – contamina la bellezza cristallina del mare e la candida purezza della sabbia. Un po’ come succede con i banchi di alghe marrone scuro che marciscono sulla riva, o con i manipoli di yacht che tappano la vista sul golfo. Inorridiamo, per la durata del tempo in cui scattiamo una fotografia. Sappiamo, anche se non esattamente come, che questi rifiuti sono pericolosi, ma l’unica evidenza che riusciamo davvero a percepire è un danno estetico.

    Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda e fa mentalmente la conta delle bottiglie e si indigna.

    Ci mettiamo dunque a raccogliere le bottiglie, le buttiamo nel primo cestino che troviamo a portata di mano e diamo degli incivili agli altri. Che schifo! Uno scempio! Non possiamo lasciare che questo paradiso in terra – vale per l’atollo di Semporna quanto per una caletta qualunque del Mediterraneo – venga rovinato in questo modo!

    Dopodiché, torniamo sereni a comprare, usare, buttare bottiglie di plastica a più non posso, in vacanza così come in Italia. Perché, per quanto potabilissima, la nostra acqua del rubinetto, quella sì, non smetterà mai di farci schifo.

    Chissà se avremmo il coraggio di confessarlo a quei bambini Bajau Laut che a Mabul l’acqua potabile non ce l’avranno forse mai, ma che hanno capito che le bottiglie di plastica sono utili solo per farci delle zattere. Per poter pescare meglio, a mani nude, i pesci da mangiare, se tutto va bene, nell’unico pasto della giornata che gli riempirà la pancia.

    Per approfondire:

    https://www.undp.org/popping-the-bottle

    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027843432500024X#fig5

    https://www.greenpeace.org/italy/storia/6874/traffico-illecito-di-rifiuti-tra-italia-e-malesia-ecco-cosa-abbiamo-scoperto/

    https://marevivo.it/blue-news/infarti-ictus-e-obesita-in-aumento-a-causa-delle-microplastiche-nel-corpo-umano-la-salute-delluomo-e-del-mare-sono-in-pericolo

  • E se spostassimo nel corridoio il nostro elefante nella stanza?

    Esperimenti di convivenza sostenibile nel Borneo malese, tra foresta e piantagioni di palme da olio.

    Occupa molto più spazio di quanto si pensi: l’elefante pigmeo del Borneo non è affatto un “pigmeo”. Peraltro, gli ultimi elefanti nani, che arrivavano alla cintola dei nostri antenati, si sono estinti nella Preistoria. Sebbene sia indiscutibilmente più piccolo di un elefante africano, le dimensioni dell’Elephas maximus borneensis si avvicinano a quelle di altre sottospecie asiatiche, come per esempio l’elefante di Sumatra. L’ha precisato di recente una docente dell’Istituto di biologia e conservazione tropicale del Sabah, stato del Borneo che appartiene, insieme al Sarawak, alla federazione della Malesia (in coda al post, i link agli approfondimenti).

    Ho visto una coppia di questi “elefantini” sulle sponde del fiume Kinabatangan e non mi sono sembrati, in effetti, poi così piccoli.

    Il Kinabatangan è un fiume lunghissimo. Con i suoi oltre cinquecentosessanta chilometri, è il più lungo del Sabah e il secondo più lungo della Malesia, ma gli elefanti possono vivere indisturbati, senza il rischio di incappare nella recinzione elettrificata di una piantagione di palme da olio, soltanto in un’area protetta in cui, dal 2005, è stato istituito il Santuario della fauna selvatica del Kinabatangan. Il Santuario si trova lungo il corso inferiore del fiume, all’incirca negli ultimi cento chilometri, ed è una stretta striscia di foresta che oggi copre quasi 28.000 ettari. Tecnicamente, funge da “corridoio ecologico”, termine con il quale si designa uno spazio che collega habitat naturali divisi da barriere antropiche. Nel caso del Kinabatan, questo significa: macchie di foresta inframmezzate da piantagioni di palme da olio; il territorio assomiglia un po’ al manto di quel famigerato leopardo nebuloso che da queste parti non si fa più vedere ormai da molti decenni. Rendendo inattive le piantagioni, si è trovato quindi il modo di ricollegare tra loro le riserve forestali.

    Nel Corridor of Life, il “corridoio della vita”, come ora lo chiamano, gli elefanti e gli altri mammiferi minacciati dall’estinzione, tra cui diverse specie endemiche del Borneo quali l’orangotango, la nasica (scimmia proboscide) e il rarissimo leopardo di cui sopra, possono vivere tranquilli, al riparo da agricoltori ostili e bracconieri. L’elefante, in particolare, può muoversi liberamente e spostarsi tra le paludi di mangrovie che costeggiano il fiume e le zone di foresta più interne.

    Dal 2025, l’intera pianura alluvionale del Kinabatangan è stata ufficialmente riconosciuta come Riserva della Biosfera Unesco.

    Fino alla metà del secolo scorso, qui, tutto era foresta. Sembra un passato remotissimo, ma in fondo non sono trascorsi neppure ottant’anni.

    Furono i colonizzatori britannici a dare avvio al disboscamento, per alimentare l’industria del legname nel dopoguerra; la Malesia indipendente continuò l’opera, facendo ulteriori danni ma ancora contenuti. Quando, però, il settore andò in crisi e ci fu la conversione agricola, lo Stato decise di procedere con una deforestazione massiccia, fuori controllo.

    A partire dagli inizi degli anni Ottanta, la quasi totalità di foresta pluviale primaria (fino all’80%) fu tagliata a raso per fare spazio alle palme importate dall’Africa occidentale, già coltivate in altre aree dell’isola su scala industriale. Con grande profitto per lo Stato, per alcune grandi aziende malesi e multinazionali asiatiche nonché, a cascata, per i piccoli proprietari, dal momento che il terreno fertile del Borneo è ideale per far crescere rigogliose questo tipo di palme; si tratta inoltre di alberi forti e robusti che non hanno bisogno di particolari cure. La resa per ettaro è eccezionale, supera di quattro volte quella di altre oleoculture. La coltivazione della palma da olio presenta quindi, da un punto di vista di efficienza economica ma anche di sostenibilità ambientale, innegabili vantaggi, se consideriamo la superficie complessivamente occupata nel mondo dalle piantagioni. Secondo alcuni studi, sostituire l’olio di palma con altri oli vegetali (soia, colza, girasole, cocco), potrebbe comportare infatti un aumento della deforestazione globale fino a 52 milioni di ettari.

    Tuttavia e innegabilmente, gli effetti funesti della deforestazione pesano sulla bilancia ambientale ben più dei vantaggi apportati da questa monocoltura.

    Pesano sulla bilancia dello stato del Sabah, su quella del Borneo e della Malesia, ma non solo: la deforestazione ha drasticamente diminuito la capacità di questa foresta, una delle più antiche del Pianeta, di assorbire l’anidride carbonica dall’atmosfera. Uno dei grandi polmoni verdi del mondo è quasi fuori uso, e se consideriamo ciò che è accaduto e sta accadendo all’Amazzonia e alle foreste africane, abbiamo certo tutti di che preoccuparci. Tanto più che a questo si somma il drenaggio delle torbiere, di cui il sottosuolo della foresta del Borneo era ricco, con pericolosi rilasci nell’atmosfera di gas serra, l’alterazione dei modelli di precipitazione a livello equatoriale, e molte altre conseguenze disastrose.

    Quantomeno la Malesia, a differenza dell’Indonesia, il maggiore produttore di olio di palma del mondo, si sta sempre più indirizzando verso l’obiettivo “deforestazione zero”, sotto la spinta dei nuovi regolamenti UE. Il governo ha stabilito un tetto di 6,5 milioni di ettari per la coltivazione della palma da olio e consente la creazione di nuovi impianti solo riconvertendo terreni agricoli già esistenti o degradati, in modo che le piantagioni non possano più espandersi a danno delle riserve forestali. Ha introdotto inoltre lo standard Malaysian Sustainable Palm Oil (MSPO), rendendo la certificazione di sostenibilità obbligatoria per l’intera filiera nazionale, così da garantire la tracciabilità digitale del prodotto e, almeno formalmente, il rispetto di alcune regole, tra cui il divieto di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti non registrati o vietati, sebbene alcuni continuino a circolare illegalmente.

    Alcuni proprietari terrieri stanno infine collaborando con associazioni ambientaliste che si occupano, oltre che di ampliare il corridoio del Kinabatan, riforestando laddove possibile, di creare nuovi corridoi ecologici tra altre zone di foresta assediate dalle piantagioni e isolate tra loro. L’ONG 1stopborneo Wildlife, con sede a Tawau, nel nord-est del Sabah, sta per esempio portando avanti dei progetti significativi in quest’ambito, in collaborazione con One Tree Planted (link e approfondimenti in coda al post).

    Uno di questi progetti, Plant4Tawau, crea corridoi che attraversano le piantagioni, collegando scampoli di foresta all’ampio territorio di Tawau Hills Park, una magnifica riserva protetta di foresta pluviale primaria di circa 28.000 ettari, che esiste dal 1979. Un paradiso che ho avuto la fortuna di visitare, alloggiando all’interno del parco, da dove il giovane e preparatissimo team di 1stopborneo opera.

    Ma torniamo sul Kinabatangan, ai due elefanti che ho visto tuffarsi nel fiume color cioccolato. Per un attimo, ho pensato che avrebbero potuto avvicinarsi e perfino attaccarci, rovesciando le nostre barche. Per qualche secondo, a dire il vero, ci ho pure sperato: che scena epica sarebbe stata!

    Invece, ci hanno ignorato, credo deliberatamente, perché non eravamo pochi e devono pur averci visto. In tutto ho contato una quindicina di barche, compresa la nostra, stazionare lì per una ventina di minuti, in attesa di uno show più promettente di un documentario old school della BBC.

    Abbiamo invaso il loro territorio per soddisfare i nostri pruriti naturalistici?

    Mi convinco che quindici barche che vanno e vengono in questo tratto di fiume, per trasportare turisti desiderosi, come me, di vedere e fotografare elefanti che considerano erroneamente “pigmei”, siano tutto sommato il male minore, se rapportato  alle ben più gravose conseguenze della deforestazione e della pratica del bracconaggio, per il traffico illegale di avorio o per proteggere le piantagioni di olio di palma.

    In fondo, non è anche grazie a noi, alla presenza di viaggiatori e turisti, se questo pezzo di Kinabatangan è diventato un “santuario” protetto dalle accette dei deforestatori selvaggi? Gli elefanti paiono, d’altra parte, tollerarci, continuando a ignorarci.

    Allo stesso tempo, noi visitatori contribuiamo di certo a produrre inquinamento con i motori delle barche che ci portano in giro per le escursioni pomeridiane, notturne e mattutine. Il giro del mattino è il più proficuo per avvistare gli elefanti, e a una certa ora del giorno le barche finiscono per concentrarsi tutte nello stesso punto, a ridosso di una piana in cui questi animali sono soliti procacciarsi il cibo. Fino a una ventina di anni fa, proprio in quest’area si estendeva appunto, a ridosso della foresta, una vasta piantagione di palme che spesso gli elefanti infatti invadevano, con esiti per loro prevedibilmente funesti. Sebbene la piantagione oggi sia inattiva, le palme, di cui gli animali sono ghiotti – anche a loro piace, soprattutto, il “cuore” racchiuso nel tronco – ci sono ancora e continuano a dare loro nutrimento. Ci sono ancora anche i segni rossi sui tronchi per delimitare i confini tra piantagione e foresta,  come si può notare in una delle fotografie che ho scattato.

    Cosa succederebbe se le barche che si concentrano giornalmente in questo punto del fiume per avvistare gli elefanti, così come in alcuni altri “hotspots” del fiume, diventassero in breve tempo il doppio, il triplo o chissà quante?

    Al momento il flusso delle imbarcazioni non è regolamentato per legge ma autoregolato dagli operatori turistici autorizzati, tra cui ci sono però, oltre alla “gente del fiume”, gli Orang Sungai che lavorano sempre più spesso come guide locali e gestori degli homestay, anche i proprietari degli eco resort, il cui peso decisionale potrebbe in futuro aumentare e risultare decisivo. Strutture ricettive più grandi significa più turisti, e quindi più “traffico” sul Kinabatangan, ma anche più acqua potabile consumata, che da queste parti è un bene a dir poco prezioso, oltre che più rifiuti prodotti.

    In che misura, mi chiedo, il turismo potrebbe arrivare a minacciare in futuro la sopravvivenza dei circa 300 elefanti che vivono attualmente nel Kinabatangan (in tutto il Sabah sono un migliaio) e di tutti altri animali, che siano in pericolo di estinzione o meno?

    Dell’esistenza di questo problema, e della fragilità della propria posizione nel sistema produttivo attuale, è consapevole chi, tra la gente del fiume, intende sfruttare l’attrattiva del luogo, senza tuttavia creare i presupposti per la creazione di una vera e propria “industria” turistica che, anche su media scala, impedirebbe la conservazione di questo tesoro di biodiversità, in cui convive una comunità di 127 specie diverse di mammiferi, 315 specie di uccelli, 100 tipi diversi rettili e 33 di anfibi.

    Per questo, credo personalmente che la scelta più consapevole e sostenibile sia, al momento, quella di affidarsi alle meravigliose famiglie locali che operano sul territorio. Segnalo e faccio volentieri pubblicità – del tutto gratuita, tengo a precisarlo – a The Village Bed and Breakfast, dove sono stata accolta con gentilezza e calore.

    Per approfondire:

    https://www.theborneopost.com/2025/06/22/bornean-elephants-not-pygmies-expert-clarifies/

    https://www.unesco.org/en/mab/kinabatangan

    https://www.1stopborneo.org/

    https://www.facebook.com/share/1PF1wA5q3i/

  • Vieni più vicino e guarda… Sentirai la musica del Borneo.

    A quanti, camminando nella giungla, sarà capitato di sentire chiamare il proprio nome, come nella canzone A forest dei Cure? Come closer and see, see into the trees. Guardare per ascoltare, sinestesicamente.

    Ma qui si viene per mettersi in ascolto delle voci altrui, non per ritrovare l’eco della propria voce. La magia è proprio questa: a poco a poco che i pensieri si spengono, i sensi si acuiscono.

    Il primo riflesso, a quel punto, è di cercare di fermare il flusso dei suoni, perché la mente vorrebbe darsi ragione dell’esperienza, catalogarla, scomporla in oggetti a cui poter dare un nome. Vorrebbe inoltre, e più modestamente, imparare. Costruire conoscenza. Ma anche saper riconoscere il boato degli orangotanghi, gli uomini della foresta (“orang” nelle lingue malesi e indonesiane significa appunto persona, uomo in senso generale; utang vuol dire “foresta” o “giungla”). Se li sentiamo, abbiamo un segno della loro presenza. Sono qui, da qualche parte, e potrebbe comparirci di fronte proprio ora.

    La mente razionale potrebbe ardire a dare un senso ai gorgheggi dei gibboni. Potrebbe interrogarsi sui discorsi amorosi di una coppia di buceri. Potrebbe provare a captare gli infrasuoni degli elefanti. Perfino azzardarsi a distinguere i vari strumenti in un coro di insetti.

    Ma quanto è più saggio lasciarsi semplicemente inebriare dalla musica che la foresta produce? Una musica fatta di suoni assordanti, e in senso letterale: possono raggiungere e superare i 100 decibel.

    Non è detto che per sperimentare questa beatitudine sia necessario solcare il suolo della giungla.  L’esperienza più incantevole l’ho fatta ascoltando la foresta da poco lontano, in mare, nella costa occidentale del Sabah, a Kota Belud. A mollo nell’acqua fino al collo, guardavo la riva lambita dalla giungla e ascoltavo la vita laggiù, in tutta la sua esplosiva sonorità.

    Ho avuto un déjà vu. Una volta, nelle acque gelide d’Islanda, incommensurabilmente più fredde di quelle in cui galleggiavo, ho sentito rimbombare nel silenzio il respiro di una balena. Ero in mare aperto, a bordo di un gommone, in compagnia di poche altre persone, e anche allora ho avuto la certezza che c’è e ci sarà sempre vita intorno. Il mondo non si può spegnere.

    Perlomeno, non ancora.

    In questi tempi catastrofici è un sollievo non da poco. Per quanto ci impegniamo a devastare la Terra e a maltrattare i suoi abitanti, compresi i membri della nostra specie, siamo ancora troppo insignificanti per poter distruggere tutto. Dovremmo impegnarci ancora più a fondo. L’ambizione non sempre basta.

    Adesso sono diventato Morte, il distruttore di mondi. Sono parole di J. Robert Oppenheimer, “padre” della bomba atomica, che sapeva il sanscrito e aveva letto un testo sacro indù chiamato Bhagavad Gita, da cui estrapolò la sua conclusione.

    La frase dello scienziato ha un ruolo centrale nel film Oppenheimer diretto da Nolan. L’avevo perso al cinema e ho colto l’occasione di vederlo proprio durante l’interminabile volo di ritorno in Italia dalla Malesia.

    In realtà, lo scienziato ha pronunciato le famose parole soltanto molto tempo l’esplosione, in un documentario del 1965. Con il senno di poi, potremmo dire. 

    Pare, invece, che Kenneth Bainbridge, il direttore del test Trinity, si sia rivolto a lui in questi termini, subito dopo il fatto: «Adesso siamo tutti dei figli di puttana».

    Sono circa 140.000 anni che la foresta pluviale primaria del Borneo, tra le più antiche al mondo, respira fragorosamente, nonostante l’affanno. E c’è chi si sta dando un gran da fare per preservarne la salute, perché non è mai tardi, in fondo, per fare qualcosa di buono, qui e altrove. Anche versare lacrime di coccodrillo, come da un po’ fanno nel Borneo malese i proprietari delle piantagioni di palme da olio, a suo modo serve.

    Di questo, di coccodrilli veri e di molte altre cose ancora, scriverò però nel prossimo post. Il Borneo va raccontato senza fretta, con la giusta lentezza.

  • Esperimenti di Biblioterapia a scuola – “Signor Salsiccia” di Flavio Soriga

    Per quest’anno ho dovuto lasciare nel cassetto il mio progetto di biblioterapia per gli adulti (aggiornerò però a breve, con una nuova lettura a voce alta, il canale tematico che ho creato su youtube la scorsa estate), ma in compenso ho avuto l’opportunità di fare un primo esperimento biblioterapico a scuola, in una delle classi in cui insegno al momento a Milano come docente alla secondaria di primo grado.

    Nel primo quadrimestre, nelle due ore settimanali di “classi aperte” che mi sono state affidate in una Seconda, ho proposto la lettura integrale a voce alta di un bel romanzo per ragazzi dello scrittore cagliaritano Flavio Soriga, Signor Salsiccia.

    L’esperimento, tutt’altro che semplice, deve la sua riuscita all’apertura dimostrata dalla classe nel voler intraprendere e portare avanti, superando la diffidenza iniziale, in particolare nella fase di avvio, un percorso di lettura condivisa e di lavoro sia individuale sia collaborativo a partire dalle suggestioni fornite dal testo. La scelta del romanzo, ben scritto e ricco di spunti, si è rivelata vincente, ma è stato soprattutto grazie al lavoro di squadra fatto con i colleghi che mi hanno affiancato in quest’avventura, e alla possibilità di lavorare sia in classe sia negli spazi più informali e accoglienti della biblioteca dell’Istituto, che il progetto ha potuto dare i suoi frutti.

    La sfida nel portare la biblioterapia tra i banchi di scuola è soprattutto di tipo organizzativo: non è una pratica che si presta ad essere messa in atto da un unico facilitatore, tanto più in una classe numerosa. Per poter innescare un processo biblioterapico, indipendentemente dall’età dei partecipanti, occorre infatti necessariamente avere la possibilità di lavorare con un piccolo gruppo; in un contesto scolastico, devono pertanto esserci almeno due operatori presenti, in grado di vestire i panni dei facilitatori.

    Nel corso di questa esperienza, ho avuto la fortuna di potermi avvalere della preziosissima collaborazione di un’educatrice esperta, nonché del supporto – nella seconda fase del laboratorio – di un’altra docente di materie letterarie della scuola.

    Sebbene non sia del tutto disagevole, e possa rivelarsi al contrario stimolante e proficuo, come è stato nel nostro caso, proporre momenti di lettura condivisa e di confronto tra tutti i membri della classe, la modalità di lavoro in piccoli gruppi è sempre preferibile, a patto naturalmente che si disponga degli spazi adeguati per farlo. Questo non significa, tuttavia, che sia sempre d’obbligo avere a disposizione una biblioteca scolastica – o occuparne gli interi spazi – anche se auspicabile. Dividendo la classe in almeno due gruppi, e coinvolgendo ciascuno di essi in attività di tipo diverso, alternando ascolto attivo, discussione e pratiche come la scrittura, il disegno e la drammatizzazione, è possibile infatti condividere lo stesso spazio o spazi attigui senza disturbarsi a vicenda.

    Senza dubbio si è rivelato funzionale al raggiungimento degli obiettivi l’aver offerto ad alunni ed alunne la libertà di adottare modalità diverse di espressione creativa, per poter dar voce a ciò che la lettura di volta in volta faceva scaturire in loro a livello di emozioni intime e condivise, ricordi di infanzia, storie personali e familiari, grazie all’attivazione del processo di identificazione con i vari personaggi del romanzo. C’è stato chi ha scelto di disegnare e chi scrivere, e chi ha preferito cimentarsi nella commistione di queste due tecniche, creando delle vere e proprie strisce di fumetto, materiali che sono poi confluiti in un unico cartellone-patchwork “del Signor Salsiccia” a cui tutti hanno contribuito attivamente.

    La classe è stata inoltre ben felice di poter ricreare la propria “storia nella storia” attraverso una dinamica – movimentatissima per l’esattezza – attività di drammatizzazione, tecnica con la quale aveva già familiarità in virtù dei numerosi laboratori teatrali a cui aveva già preso parte a scuola nell’ambito delle varie attività sia didattiche sia extra curricolari. Considerata la popolarità che questo linguaggio riscuote tra più giovani e la sua innegabile efficacia – meriterebbe un approfondimento a parte – credo che, in ogni caso, l’uso della drammatizzazione possa rivelarsi fondamentale per la buona riuscita di un percorso biblioterapico indirizzato a questo tipo di pubblico anche in altri contesti scolastici.

    Per quanto riguarda il testo, il romanzo di Flavio Soriga, pur con quale digressione di troppo che interrompeva talvolta il flusso della narrazione, e una certa avarizia nei dialoghi, che non ha tuttavia mai compromesso l’ottima tenuta della storia, ha dimostrato come previsto di avere sia la vivacità necessaria per poter essere letto ad alta voce in modo coinvolgente e divertente sia quella plasticità nella caratterizzazione dei personaggi e quel misto di profondità e leggerezza nei toni che ritenevo indispensabili per un lavoro di questo tipo.

    Al prossimo esperimento, viva il Signor Salsiccia!

    Signor Salsiccia non ha fa le fusa, non ha bisogno di carezze, e anzi non ha bisogno di niente tranne il cibo e l’acqua. Non è un tipo che si perde in tenerezze, Signor Salsiccia.

  • Il patriottismo: una minaccia per la libertà. Le verità di Emma Goldman sopravvivono alle menzogne della Storia.

    E quando finalmente avremo smantellato la menzogna patriottica, ci troveremo il cammino sgombro per procedere verso quel grande insieme in cui tutte le nazionalità saranno unite da una fratellanza universale: una vera SOCIETÀ LIBERA.

    Perché scrivere di Emma Goldman, mi sono chiesta, e di quanto siano attuali molti dei discorsi pubblici che pronunciò oltre un secolo fa (quello sul patriottismo ha ben 118 anni), quando posso invece lasciare che a parlare siano le sue stesse parole?

    Viviamo in un mondo di filtri e di mascheramenti, in cui ci troviamo a dover costantemente rimuovere chili di make up prima di poter guardare in faccia la realtà. Un mondo in cui a far paura è, da un lato, il significato letterale di immagini e parole (un soldato morto in guerra è un uomo morto, prima che un servitore dello Stato morto ammazzato in nome della fedeltà alla patria) e, dall’altro, l’uso creativo e “irriverente” del linguaggio per esprimere proprio dissenso (ne ho parlato qui).

    Ecco dunque le parole che Emma Goldman, straordinaria pensatrice e attivista antimilitarista, espulsa dagli Stati Uniti nel 1919 perché considerata la “donna più pericolosa d’america” per aver promosso e diffuso idee anarchiche,  pronunciò durante una conferenza a San Francisco nell’aprile del 1908 (poi pubblicato sul giornale Mother Earth da lei fondato). Ne propongo alcuni estratti, nell’accurata traduzione dall’inglese di Elena Cantoni per Elèuthera, che nel 2023 ha dedicato a Goldman una – raccomandatissima – raccolta antologica. Il libro è distribuito sotto licenza Copyleft Creative Commons 4.0 (BY-NC-SA).

    Che cos’è il patriottismo?
    È l’amore per il proprio luogo di nascita, con i suoi ricordi, con le sue speranze, i sogni e le aspirazioni dell’infanzia? È il luogo in cui, con l’ingenuità infantile, guardavamo le nuvole passeggere e ci chiedevamo perché potessimo correre anche noi così veloci? Il luogo in cui contavamo miliardi di stelle luccicanti, sgomenti al pensiero che ognuna di essere potesse essere un occhio capace di penetrare fin nei recessi delle nostre piccole anime?
    È il luogo in cui ascoltavamo il canto degli uccelli e rimpiangiavamo di non avere anche noi le ali per poter volare verso terre lontane? O ancora il luogo in cui ci rannicchiavamo ai piedi di nostra madre, rapiti da meravigliosi racconti che parlavano di gesta e di imprese gloriose? In breve, è l’amore per il luogo in cui ogni centimetro racchiude i ricordi più cari e preziosi di un’infanzia gioiosa e spensierata?
    Se il patriottismo fosse questo, oggi ben pochi americani potrebbero dirsi patriottici, posto che il luogo dei giochi è stato trasformato in una fabbrica, in un’officina o in una miniera, e il frastuono assordante delle macchine ha rimpiazzato la musica degli uccelli. Nè possiamo più ascoltare i racconti delle grandi gesta, perché le storie che le nostre madri raccontano oggi sono piene di sofferenza, lacrime e dolore.

    Ma allora che cos’è allora il patriottismo?

    Se il patriottismo fosse questo, pochi americani oggi potrebbero essere definiti come patriottici dal momento che il luogo dei giochi è stato trasformato in una fabbrica, un mulino o una miniera, mentre il frastuono assordante delle macchine ha sostituto la musica degli uccelli.

    “Il patriottismo, signore, è l’ultima risorsa dei furfanti”, ha detto il dottor Johnson. Leone Tolstoj, il più grande anti-patriota dei nostri tempi, lo bolla come il principio che giustifica l’addestramento degli assassini su vasta scala; un mestiere che per togliere la vita signore equipaggiamenti migliori di quelli necessari a soddisfare il mantenimento della vita, come scarpe, vestiti o le case; un mestiere che garantisce maggiori profitti e gloria che non quello del normale lavoratore.
    Gustave Hervé, un altro grande anti-patriota, definisce giustamente il patriottismo una superstizione – e gran lunga più volgare, brutale e disumana della religione. La superstizione religiosa è nata dall’incapacità dell’uomo di spiegare i fenomeni naturali. Quando l’uomo primitivo sentiva il tuono o vedeva il lampo, non riusciva a spiegarseli e dunque ne traeva la conclusione che dietro di loro dovesse esserci una forza più grande di lui. In modo analogo vedeva una forza soprannaturale nella pioggia e nelle altre manifestazioni della natura. Il patriottismo, invece, è una superstizione creata e tenuta in vita artificialmente attraverso una fitta rete di menzogne e falsità; una superstizione che priva l’uomo della fiducia in sé stesso e della sua dignità, fomentandone l’arroganza e la presunzione.
    In effetti, la presunzione, l’arroganza e l’egoismo sono gli elementi costitutivi del patriottismo. Permettetemi di chiarire meglio questa affermazione. Il patriottismo ritiene che il nostro pianeta sia diviso in piccoli lotti, ciascuno circondato da un recinto di ferro. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un dato posto si considera più bravo, nobile, importante e intelligente degli esseri umani che vivono altrove. Perciò è dovere di tutti coloro che vivono in quel dato posto combattere, uccidere e morire nel tentativo di imporre la propria superiorità agli altri.
    Ovviamente, gli abitanti degli altri posti ragionano allo stesso modo, con il risultato che fin dalla prima infanzia la mente del bambino viene avvelenata con storie agghiaccianti sui tedeschi, i francesi, gli italiani, i russi eccetera. Quando il bambino raggiunge l’età adulta, è ormai imbevuto dell’idea di essere stato scelto da dio stesso per difendere il suo paese contro l’attacco o l’invasione dello straniero.

    Il patriottismo, invece, è una superstizione creata e tenuta in vita artificialmente attraverso una fitta rete di menzogne e falsità; una superstizione che priva l’uomo della fiducia in sé stesso e della sua dignità, fomentandone l’arroganza e la presunzione.
    In effetti, la presunzione, l’arroganza e l’egoismo sono gli elementi costitutivi del patriottismo.

    È per questo che pretendiamo a gran voce un esercito e una marina più forti, più navi da guerra e più munizioni. Ed è appunto per questo che gli Stati Uniti hanno speso, in un breve lasso di tempo, 400 milioni di dollari prelevati dal lavoro del popolo. Perché di certo non sono i ricchi a contribuire al patriottismo. Loro sono cosmopoliti, perfettamente a proprio agio in qualsiasi terra. In America li sappiamo bene.
    I nostri ricchi americani non sono forse francesi in Francia,  tedeschi in Germania o inglesi in Inghilterra? E non scialacquano forse con disinvoltura cosmopolita le fortune create in America dai bambini delle fabbriche e dagli schiavi del cotone?

    Sì, il loro è il patriottismo che permette di inviare messaggi di cordoglio a un despota come lo zar russo quando gli capita un imprevisto, come fece il presidente Roosevelt a nome del suo popolo, quando Sergius [Sergej Aleksandroviç Romanov] fu punito dai rivoluzionari russi.
    Il loro è un patriottismo che aiuta un pluri-assassino come Díaz a stroncare migliaia di vite in Messico o addirittura ad arrestare i rivoluzionari messicani in territorio americano e poi detenerli nelle prigioni americane, senza la  benché minima giustificazione.
    Insomma, il patriottismo non  riguarda chi detiene la ricchezza e il potere. È roba da povera gente. Riporta alla mente il celebre detto di Federico il Grande, amico  intimo di Voltaire, che affermò: «La religione è un inganno, ma deve essere preservata per le masse».

    È per questo che pretendiamo a gran voce un esercito e una marina più forti, più navi da guerra e più munizioni. Ed è appunto per questo che gli Stati Uniti hanno speso, in un breve lasso di tempo, 400 milioni di dollari prelevati dal lavoro del popolo. Perché di certo non sono i ricchi a contribuire al patriottismo. Loro sono cosmopoliti, perfettamente a proprio agio in qualsiasi terra.

    Noi americani ci dichiariamo un popolo amante della pace. Odiamo gli spargimenti di sangue; siamo contrari alla violenza. Eppure diventiamo pazzi di gioia all’idea di poter lanciare bombe esplosive da macchine volanti su cittadini inermi. Siamo pronti ad impiccare, uccidere sulla sedia elettrica o linciare chi, stretto dalla necessità economica, rischia la propria vita in un attentato a qualche magnate dell’industria. E i nostri cuori traboccano d’orgoglio al pensiero che gli Stati Uniti stiano diventando la nazione più potente sulla Terra che finiranno per mettere il proprio piede di ferro sul collo delle altre nazioni.
    Questa è la logica del patriottismo.
    Pur tenendo conto dei mali che il patriottismo infligge all’uomo della strada, questi sono nulla al confronto degli oltraggi che il patriottismo infligge al soldato, questo povero illuso, vittima della superstizione e dell’ignoranza. Che cosa riserva il patriottismo al soldato, salvatore del suo paese e il protettore della sua nazione? Una vita di sottomissione servile e abbruttimento in tempi di pace; una vita di pericoli e rischi  mortali in tempi di guerra.

    Che il patriottismo sia un’istituzione decisamente costosa sarà evidente a tutti dopo aver esaminato le seguenti statistiche.
    L’aumento crescente delle spese per i principali eserciti e flotte del mondo nell’ultimo quarto di secolo è un fatto di una tale gravità da lasciare interdetto qualsiasi serio studioso di problemi economici.

    Noi americani ci dichiariamo un popolo amante della pace. Odiamo gli spargimenti di sangue; siamo contrari alla violenza. Eppure diventiamo pazzi di gioia all’idea di poter lanciare bombe esplosive da macchine volanti su cittadini inermi. Siamo pronti ad impiccare, uccidere sulla sedia elettrica o linciare chi, stretto dalla necessità economica, rischia la propria vita in un attentato a qualche magnate dell’industria. E i nostri cuori traboccano d’orgoglio al pensiero che gli Stati Uniti stiano diventando la nazione più potente sulla Terra che finiranno per mettere il proprio piede di ferro sul collo delle altre nazioni.
    Questa è la logica del patriottismo.

    […]

    La conclusione inevitabile, sulla base dei dati disponibili, è che l’aumento delle spese per gli eserciti e le flotte sta sorpassando rapidamente la crescita demografica in ciascuno dei paesi citati. In altre parole, un aumento ulteriore delle esigenze militaristiche, minaccia ciascuna di queste nazioni con la prospettiva di un esaurimento delle risorse sia umane sia materiali.
    L’orrendo spreco determinato dal patriottismo dovrebbe bastare da solo a guarire anche le persone di intelligenza media dalla sua malattia. Invece patriottismo esige molto di più. Il popolo è incitato a essere patriottico, e paga questo privilegio non solo mantenendo i propri “difensori”, ma anche sacrificando i propri figli. Il patriottismo esige lealtà alla bandiera, il che significa ubbidienza e disponibilità a uccidere padre, madre, fratello e sorella.

    La giustificazione coerente è che abbiamo bisogno di un esercito professionale per proteggere il paese da invasioni straniere.
    Ma ogni persona intelligente, uomo o donna, sa che questo è un mito alimentato per spaventare e coartare gli stolti. I governi di tutto il mondo, consapevoli dei rispettivi interessi, di norma non si invadono tra loro. Hanno imparato che possono guadagnare molto di più dall’arbitrato internazionale dei conflitti piuttosto che dalla guerra e dalle sue conquiste. In realtà, come disse Carlyle, «La guerra è una lite tra due ladri troppo vigliacchi per combattere in prima persona; per questo essi prendono i giovani da questo o quel villaggio, li infilano in uniformi, li armano di fucili e li scatenano come bestie selvagge gli uni contro gli altri».
    Non ci vuole una grande sagacia per ricondurre ogni guerra alla stessa causa.

    La giustificazione coerente è che abbiamo bisogno di un esercito professionale per proteggere il paese da invasioni straniere.
    Ma ogni persona intelligente, uomo o donna, sa che questo è un mito alimentato per spaventare e coartare gli stolti. I governi di tutto il mondo, consapevoli dei rispettivi interessi, di norma non si invadono tra loro. Hanno imparato che possono guadagnare molto di più dall’arbitrato internazionale dei conflitti piuttosto che dalla guerra e dalle sue conquiste.

    […]

    L’esperienza vita quotidiana dimostra che l’individuo armato è immancabilmente ansioso di dar prova della propria forza. Storicamente, vale lo stesso per i governi. I paesi davvero pacifici non sprecano vite ed energie a preparare la guerra, ed è solo così che si mantiene la pace.
    Comunque, tutto il clamore a favore di un potenziamento dell’esercito e della marina non è affatto dovuto a una qualche minaccia straniera. La sua origine va piuttosto ricercata nella paura che incute il diffondersi dello scontento tra le masse e dello spirito internazionalista tra i lavoratori. È per affrontare il nemico interno che i poteri di diversi paesi si stanno preparando – un nemico che, risvegliato alla coscienza di sé, è destinato a dimostrarsi più pericoloso di qualsiasi invasore straniero.
    Le potenze che secoli si sono ingegnate ad assoggettare le masse ne hanno studiato a fondo la psicologia. Sanno che il popolo nel suo insieme è come un bambino disperato le cui lacrime si possono facilmente trasformare in gioia con un semplice giocattolo. E quando più sontuosa sarà la confezione, quanto più sgargianti i colori, tanto più il bambino di un milione di teste ne rimarrà affascinato.

    L’esercito e la marina rappresentano i giocattoli della popolazione. Per renderli più attraenti e più accettabili, si spendono centinaia di migliaia di dollari in panoplie e parate. È stato questo lo scopo del governo americano quando, appena varata la flotta, l’ha mandata a navigare lungo le coste del Pacifico in modo che ogni americano potesse sentire l’orgoglio e la gloria di vivere in questo paese. La città di San Francisco ha speso più di 100.000 dollari per ospitarla; Los Angeles 60.000; Seattle e Tacoma circa 100.000. Ho detto ospitare la flotta? Avrei dovuto dire imbandire banchetti per pochi ufficiali di grado superiore, mentre i nostri “valorosi ragazzi” dovevano ammutinarsi per avere da mangiare a sufficienza. E sì, si sono spesi 260.000 dollari in fuochi d’artificio, allestimenti teatrali e feste, in un momento in cui ovunque nel paese uomini, donne e bambini muoiono di fame per le strade, e migliaia di disoccupati sono disposti a vendere il proprio lavoro a qualsiasi prezzo. 260.000 dollari! Che cosa non si sarebbe potuto fare con una cifra talmente enorme? Ma invece di ricevere pane e alloggi, i bambini di quelle città sono stati portati ad ammirare la flotta, affinché ne conservino, come ha detto un giornalista, «un ricordo imperituro» .
    Una cosa meravigliosa da ricordare, non vi pare? Gli strumenti per una mattanza legale. Se la mente del bambino viene avvelenata con simili ricordi, che speranza c’è di realizzare una vera fratellanza umana?

    L’esperienza della vita quotidiana dimostra che l’individuo armato è immancabilmente ansioso di dar prova della propria forza. Storicamente, vale lo stesso per i governi. I paesi davvero pacifici non sprecano vite ed energie a preparare la guerra, ed è solo così che si mantiene la pace.
    Comunque, tutto il clamore a favore di un potenziamento dell’esercito e della marina non è affatto dovuto a una qualche minaccia straniera. La sua origine va piuttosto ricercata nella paura che incute il diffondersi dello scontento tra le masse e dello spirito internazionalista tra i lavoratori.

    In un recente giro di conferenze a San Francisco, ho avuto occasione di visitare il Presidio, uno splendido punto panoramico affacciato sulla Baia e il Golden Gate Park. La sua destinazione doveva essere quella di un campo da giochi per bambini, di giardini e musica per ristorare coloro che sono stremati. Invece è stato reso brutto, piatto e grigio dalle  caserme – baracche dove i ricchi non lascerebbero dormire nemmeno i propri cani.

    […]

    Lo spirito del militarismo ha già contaminato tutti i ceti sociali. Eppure, io sono convinta che il militarismo corra qui maggiori rischi che in qualsiasi altro paese a causa delle tante promesse che il capitalismo fa a coloro che vuole soggiogare.
    I primi segni si vedono già nelle scuole. Con ogni evidenza, il governo segue il motto gesuitico «Dammi la mente del bambino e da quella plasmerò l’uomo». E infatti le menti infantili, addestrati alle tattiche militari e condizionate dalla glorificazione delle imprese militari nei libri di testo, vengono traviate secondo i fini di governo. Più tardi, i giovani vengono invitati ad arruolarsi nelle forze armate da allettanti manifesti. «Una splendida occasione di vedere il mondo!», strilla il piazzista governativo. È così che i ragazzi innocenti vengono adescati dal patriottismo, mentre il Moloch militare avanza a grandi passi verso la conquista dell’intera nazione.
    I lavoratori americani sono talmente repressi dai soldati statali e federali che il loro  disprezzo per i parassiti in uniforme è ven giustificato. Tuttavia, il fatto di denunciarlo non risolverà certo il problema. Ciò di cui abbiamo bisogno è una propaganda in grado di rieducare  i soldati grazie a una etteratura anti-patriottica che li illumini sugli orrori della loro professione e li renda invece consapevoli dell’affinità che li accomuna agli uomini dal cui lavoro dipende la loro stessa esistenza.
    Non a caso è proprio questo che le autorità temono più d’ogni altra cosa. Tanto che per un soldato partecipare a un incontro indetto da elementi radicali è già alto tradimento. E certamente si condannerà come alto tradimento anche la lettura di un opuscolo radicale. D’altronde, e da tempo immemore, l’autorità costituita non ha forse sempre bollato come tradimento ogni passo avanti verso il progresso?
    Tuttavia, chi davvero si batte per rifondare la società riuscirà ad affrontare anche questo, perché è forse più importante portare la verità dentro le caserme che dentro le fabbriche. E quando finalmente avremo smantellato la menzogna patriottica, ci troveremo il cammino sgombro per procedere verso quel grande insieme in cui tutte le nazionalità saranno unite da una fratellanza universale: una vera SOCIETÀ LIBERA.

  • La doppia faccia della Spagna. Tu vo’ fa’ l’americà, e Trump lo sa.

    Secondo quanto apprendo dal sito del Dipartimento di Stato americano, nel 2024 la Spagna è stata il secondo paese in cui gli Stati Uniti hanno investito, dopo il Regno Unito: oltre 6 bilioni di euro. Rapportata al totale degli investimenti ricevuti dall’estero (36,8 biliardi di euro splamati tra servizi, industria e costruzioni), la percentuale a stelle e strisce si attesta quindi su un buon 16,5% circa. Il paese continua inoltre ad attrarre un flusso crescente di turisti statunitensi, con ricadute importanti nel settore immobiliare; in soli quindici anni, dal 2007 al 2023, il numero di cittadini statunitensi proprietari di case in Spagna è cresciuto di 10 volte, anche grazie all’introduzione della “golden visa” che agevola i proprietari di immobili. La popolarità del paese tra gli expats americani è stata inoltre incentivata dell’istituzione del nuovo visto per i nomadi digitali, che si aggiunge a quello “non lucrativo” (vietato lavorare, si può solo spendere) già previsto, ideale per i pensionati. Insomma, ce n’è per tutti.

    Questi i dati che ho raccolto.

    Ma è quando l’intangibile diventa tangibile che mi sento davvero di poter esclamare: Eureka! Per questo mi piace viaggiare. Nonostante le conoscenze acquisite attraverso un viaggio siano sempre parziali, mai oggettive e mai definitive, dà sempre una certa soddisfazione intuire, grazie all’uso esclusivo dei cinque sensi, la complessità di un luogo e di chi lo abita, percepirne contraddizioni.

    Non è forse questo lo scopo ultimo di ogni viaggio, mi chiedo, mentre mi trovo in vacanza in Spagna per qualche giorno, e cerco di capire a cosa si riferisca Sanchez quando, in risposta ai dazi di Trump, dice che ciò che non venderanno mai sono i loro valori e i loro principi?

    “I nostri valori non sono in vendita, lo sono i nostri prodotti”, dice, e mi sento confusa. Quali valori e quali prodotti, esattamente? C’è un certo affollamento di merci da queste parti.

    Per uscire dalla nebulosa, approfondisco l’esplorazione sul campo. Parto dalla spiaggia tutta palme di Valencia e finisco nel porto turistico di Alicante. Che atmosfera strana, concludo, mentro sorseggio una cerveza; sembra proprio di essere in… Alifornia?
    Leggo questa parola su una di quelle brochure travestite da rivista patinata che vengono ancora abbandonate sui tavolini dei bar di tutti i non luoghi del mondo – incredibile, ne stampano ancora a tonnellate – e ci resto di sasso. Mi viene subito in mente “Cagliarifornia”, nomignolo con cui da tempi immemori (sicuramente sin da quelli della mia giovinezza) i cagliaritani, con la scanzonata e pungente ironia che li connota, vezzeggiano e dileggiano al tempo stesso la propria città. Ma “Cagliarifornia” è una parola che può essere pronunciata solo per gioco. Qualcuno la usa come hashtag sui social, qualcun altro l’ha usata perfino come titolo di una canzone. Nessuno, invece, si sognerebbe di costruirci intorno una campagna di marketing territoriale. Sarebbe troppo ridicolo perfino per una pubblicità.

    Ad Alicante la pensano diversamente. Fanno proprio sul serio o, come dicono gli americani, fake it until you make it.

    Cosa spingerebbe oltre 40.000 cittadini statunitesti (pensionati e giovani nomadi digitali, ma non solo) a vivere in Spagna, dopo averci passato qualche tempo in vacanza o aver trascorso intere notti a scrollare i feed dei concittadini espatrati su Instagram, se non la possibilità di avvicinarsi di qualche millimetro a quel sogno californiano che in patria avevano smesso di rincorrere?

    Mentre si tengono in forma facendo jogging nel Giardino del Turia o nel lungomare di Valencia, senza rischiare di essere rapinati ogni 50 metri, o ancora peggio, di cadere, fratturarsi qualcosa, e doversi magari vendere un rene per potersi rimettere a posto un ginocchio, mentre fanno il pieno di tapas dimagranti – le porzioni sono minuscole – sul lungomare di Alicante, senza che la visa, come la linea, ne risenta troppo, ecco, mi dico: in quei momenti avranno senz’altro l’impressione di aver sensibilmente accorciato le tappe verso la meta. Con il vantaggio che è come stare a casa loro, amorevolmente circondati da insegne familiari. C’è pure Taco Bell. La California l’abbiamo ricostruita qui per voi, venite.

    Nonostante la stima che provo per il signor Sanchez, soprattutto per aver osato fare la voce grossa con Trump in tempi guerrafondai come quelli che stiamo purtroppo vivendo, questa Spagna mi inquieta: sulla carta – o meglio, sulla bocca del premier, sono parole sue – vorrebbe “rifiutare il neoliberismo” ma proprio sull’accelerazione delle politiche neoliberiste in campo economico sta continuando a costruire la sua parabola di crescita. Da un lato continua ad appellarsi a valori culturali propri, dall’altro non ha dimostrato di saper resistere all’egemonia statunitense, ma al contrario l’ha introiettata a tal punto da trasformarsi in uno dei paesi di fatto più americanizzati d’Europa.
    Insomma, ci è o ci fa? Questo è il dilemma.

    Foto scattata durante le celebrazioni della settimana santa a Valencia, nel quartiere Cabanyal.
  • Sul documentario “Louis Theroux dentro la manosfera”. Perché tacciarlo di superficialità sarebbe da superficiali.

    Dopo aver visto il nuovo documentario del noto giornalista britannico-americano, distribuito da Netflix, mi sono imbattuta in un articolo di opinione pubblicato da Indiewire, rivista online statunitense dedicata al cinema americano indipendente. Secondo la giovane autrice del pezzo, Alison Foreman, al documentario mancherebbe il contesto critico necessario per indagare in modo realmente approfondito il mondo della cosiddetta “manosfera”, variegata rete di comunità maschili che promuove online idee, pratiche e modelli di mascolinità tossica. Gli uomini dovrebbero fare documentari sul sessismo o è meglio che si astengano? Foreman ci mette di fronte a una domanda che come spettatrici potremmo legittimamente farci, forse perfino dovremmo, e con argomenti convincenti ci porta a riflettere sul fatto che, sebbene l’assenza di voci femminili in quel mondo, spesso a causa di vera e propria censura, venga rilevata ed evidenziata, non ne vengano poi esplorate a sufficienza le ragioni. Per chi ha visto il documentario, si fa per esempio riferimento a quando Theroux intervista madri, mogli e collaboratrici dei vari influencer che incontra.

    Theroux quindi avrebbe parzialmente fallito nella sua inchiesta per… intrinseca impossibilità di raccontare in modo critico il sessismo di cui è imbevuta la manosfera, dal momento che è un giornalista maschio?

    C’è un problema di fondo che vizia questa e altre letture che, come troppo spesso accade, valutano un’opera non per ciò che è ma per ciò che potrebbe essere di diverso. Questo non è, in realtà, un documentario sul sessismo. Non è neppure un documentario sulla “manosfera”, altrimenti non si intitolerebbe Louis Theraux nella Manosfera.

    Come spesso accade nei suoi lavori, il racconto ruota intorno a Theroux che si confronta in prima persona con il mondo in cui si immerge. Peraltro, il contesto in cui si addentra non è propriamente la manosfera intesa come comunità online di maschi che condividono e diffondono gli stessi grotteschi principi: il giornalista incontra di persona chi su quelle idee aberranti e facili menzogne (complottismi infarciti di maschilismo, antisemitismo, pseudoscienza) ha costruito il proprio personale impero, continuando a sfornare contenuti monetizzabili, attraverso truffe di vario tipo.

    Theroux decide di incontrare quelli che possiamo considerare oggi i maggiori produttori dell’industria su cui si regge la manosfera, giovani influencer che si considerano infallibili business man ma che sono in realtà, appunto, nient’altro che truffatori; tanto retrogradi quanto scafati e ipocriti, sono determinati ad alimentare l’odio e il risentimento dei propri giovanissimi fan per poterci fondamentalmente lucrare sopra. Il giornalista avvicina, osserva e in alcuni casi riesce a interloquire anche con i membri del loro entourage, e si muove nei centri di produzione fisici in cui questi influencer operano lungo l’asse Marbella-Miami-New York.

    Thuroux si dimostra, ancora una volta, coerente con il suo personalissimo modo di fare giornalismo. Non fa analisi ma lascia che venga fuori l’ipocrisia, la volgarità, la grettezza, la spregiudicatezza ma anche la stupidità di questi giovani maschi che si contraddicono continuamente, non sanno autoregolarsi, reagiscono a provocazioni anche minime (basta una domanda a cui non sanno rispondere a farli scattare) come dei ragazzini disagiati. Si sono emancipati economicamente, ma sulla base di una radicalizzazione del loro personale trauma infantile; si sono sì “fatti da soli” ma in modo contrario a ciò che una sana maturazione dell’individuo prevederebbe.

    Appare tuttavia chiaro che non possono esserci attenuanti al loro modo distorto di stare al mondo, ma solo tentativi di comprensione delle radici del disagio da cui tutto potrebbe forse, o in parte, aver avuto origine. Sarebbero delle persone diverse se diversi fossero stati quei padri che oggi tanto odiano (tratto comune a tutti, come si evince dalle loro storie)?

    Viene spontaneo chiederselo, dopo aver visto questo documentario, ma ciò su cui dovremmo con urgenza riflettere sono soprattutto le preoccupanti conseguenze delle loro azioni manipolative su quella massa crescente di giovanissimi che li seguono come modelli. Un pubblico particolarmente appetibile, in quanto incapace di sottrarsi da solo, senza il supporto dell’adulto, all’”influenza”. Pubblico, o sarebbe meglio dire mercato, secondo i parametri con cui i produttori di contenuti li valutano, spesso del tutto inconsapevole di avere a che fare, più che con degli “eroi”, con dei consumati truffatori.