Autore: Maria Serra

  • Brute Force di Felix Lenz al padiglione austriaco – Inequalities, Triennale di Milano

    Viviamo una crisi dell’immaginazione, dice Luce Beeckmans, studiosa dell’università KU Leuven intervistata per il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze” in mostra alla 24ª Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

    È certamente vero, ma l’arte può, deve e dimostra di saperla ancora usare in modi che sanno toccarci nel profondo, quando non si tira indietro e intraprende sfide che soltanto lei può vincere.

    Ne è una prova il film sperimentale Brute Force, parte dell’installazione Soft image, Brittle Grounds dell’artista, designer e regista Felix Lenz, scelto per rappresentare l’Austria in Triennale. Un contributo di altissimo livello, realizzato su commissione del MAK, Museum of Applied Arts di Vienna, realtà che conferma di avere audacia e coraggio nell’investire in progetti realmente significativi.
    Anni fa, quando mi occupavo di promozione del design, ebbi il privilegio di essere ospitata alla Vienna Design Week e in quell’occasione, oltre all’incredibile vivacità della città, mi colpì la serietà e l’impegno profusi dall’amministrazione pubblica nel sostenere i talenti locali e non solo.

    Felix Lenz si è formato all’università di arti applicate di Vienna, specializzandosi in Design Investigations, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre in tutto il mondo e nel 2024 gli è stato riconosciuto nel suo paese il prestigioso premio di eccellenza per artisti Outstanding Artist Award nella categoria “Design sperimentale”. Per realizzare Brute Force, un film di  di 30 minuti di rara poesia e pregnanza (qui presentato in versione Exhibition Cut), frutto del suo interesse per gli intrecci tra geopolitica, ecologia e tecnologia, ha impiegato oltre cinque anni di ricerca e tre di riprese, dal 2022  al 2025: dagli impressionanti laghi e deserti salati dello Utah in California, o meglio di ciò che rimane di un paesaggio che va sempre più assottigliandosi, ormai drasticamente compromesso dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche, agli esterni e interni dei mastodontici data center di Vienna, non dissimili da quelli collocati in sempre più parti del mondo.

    Estrazione di sale ed estrazione di dati, pratiche neocoloniali interconnesse che incidono la topografia della Terra lasciando tracce geologiche incancellabili.
    “Le nostre tecnologie non catturano la realtà, la creano. Anche su scala più ampia, nel guardare il mondo attraverso le lenti della nostra tecnologia, lo riconfiguriamo”.

    Le voci fuori campo della poetessa Day Eve Comet, della  fisica e teorica femminista Karen Barad, del media artist Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez, con la loro critica interdisciplinare alla tecnologia che produce “conoscenza” razionalizzata, razzializzata, e asservita alle logiche di potere e controllo, intessono questo racconto visivo di parole che suonano più concrete che mai. Il linguaggio grazie alle immagini si sottrae alla voragine dell’astrazione, e le immagini grazie al linguaggio bucano la superficie. La conoscenza diventa un oggetto solido. Qualcosa che ora, grazie all’arte, comprendiamo pienamente nella sua essenza unitaria, che penetra nella nostra mente attraverso le vie misteriose, eppur così chiare, della poesia.

    Per saperne di più:

    https://triennale.org/eventi/austria-soft-image-brittle-ground

    https://felixlenz.at/project/brute-force

    Le foto qui pubblicate sono mie, tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere: Felix Lenz, Triennale Milano.

  • The Sun, una performance di Ed Atkins al Teatro Sociale di Como

    Robert Bresson, nelle sue Note sul cinematografo, diceva che le parole imparate a fior di labbra, i gesti ripetuti venti volte meccanicamente, troveranno le inflessioni e la canzone proprie alla loro vera natura. Bresson credeva nel potere dell’automatismo e aborriva il “teatro fotografato”, così il grande cineasta francese chiamava il cinema tout court in cui attori professionisti interpretano personaggi sul set, ovvero fingono di essere qualcun altro come farebbero se fossero sul palco di un teatro. Sul palco di un teatro come questo, per esempio. 

    Un teatro magnifico con oltre duecento anni di storia: qui risuonò il violino di Nicolò Paganini – nel 1823 – e da sempre si avvicendarono concerti, opera e prosa. Seguirono nel tempo, e tuttora vengono messi in scena, spettacoli e eventi di altro tipo, dai concerti di musica pop alle performance artistiche, come quella proposta da Ed Atkins qualche giorno fa, a cui ho avuto il piacere di partecipare. 

    Uso il verbo “partecipare” non perché si sia trattato di una delle solite performance partecipate/partecipative a cui si è chiamati a interagire attivamente con chi sta sul palco, ma perché è stata, a mio avviso, un’esperienza propriamente teatrale, nel senso più antico, primigenio del termine: un atto collettivo, un “gioco rituale”, una “specie di cerimoniale”, per usare le parole di Jerzy Grotowski. 

    Se The Sun si fosse svolta all’interno di una galleria d’arte contemporanea, non avrei probabilmente avuto la stessa percezione, e questo in fondo è il bello dell’art performance, la performance artistica o d’artista, a seconda di come la si voglia chiamare. L’esperienza vissuta, l’idea che ci si fa dell’opera, muta a seconda del luogo – e del tempo – in cui è eseguita. E il Teatro Sociale di Como non è il primo luogo in cui Atkins porta la sua performance, la quale peraltro assume di volta in volta anche un titolo diverso (nel 2019, alla biennale d’arte newyorkese Performa, si chiamava A Catch Upon the Mirror; all’Holland Festival di Amsterdam nel 2013 si intitolava Epitaph).

    Ma cosa fa, dunque, Ed Atkins sul palco? Che cosa performa?

    Recita una breve poesia di Gilbert Sorrentino, scrittore americano di culto per chi ama l’avanguardia postmodernista anni Sessanta e Settanta. Mai tradotto in Italia, è scomparso nel 2006 a 77 anni per un cancro ai polmoni. Per inciso, anche il padre di Atkins è morto di cancro, nel 2009, quando l’artista stava concludendo i suoi studi in Fine Arts alla University of London. 

    La poesia s’intitola The Morning Roundup e ruota intorno a una malinconica “rassegna mattutina” degli amici persi che l’autore si trova a fare ogni mattina, suo malgrado, nel momento in cui si ripromette di non ascoltare le previsioni del tempo per il fine settimana ma inesorabilmente gli vengono in mente le assolate, splendide domeniche in cui gli amici in questione erano vivi:

    I don’t want to hear any news on the radio

    about the weather on the weekend. Talk about

    that.

    Once upon a time

    a couple of people were alive

    who were friends of mine.

    The weathers, the weathers they lived in!

    Christ, the sun on those Saturdays.

    [da Corrosive Sublimate (1971)]

    Ed Atkins la recita infinite volte, in loop, inframmezzandola con il canto di alcune dolcissime, struggenti canzoni barocche come Under this Stone Lies Gabriel John di Henry Purcell (1686).

    Nel comunicato, sempre identico, che accompagna tutte le esecuzioni  della performance fatte negli anni da Atkins, si parla di The Morning Roundup come di una poesia che esprime “la frustrazione per la finitudine di tutte le cose e per la promessa e l’inevitabile fallimento del linguaggio nell’offrire conforto o rimedio”. Frustrazione amplificata dalla brevità del componimento, perché “ogni volta che Atkins lo recita si muove sempre più lontano dall’intento – fallito – di comunicare un sentimento: il tempo, l’amore, il passato; ciò che è andato via per sempre”. 

    Leggo queste parole qualche giorno prima della performance e mi suonano fin troppo beckettiane. Il “fallimento  del linguaggio” mi fa venire in mente il teatro dell’assurdo, il teatro di parola che scarnifica la parola, l’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta e i suoi capolavori che ancora ci ispirano. Proprio per questo decido di diffidarne. Dove vuole andare a parare Ed Atkins con queste premesse, se tutte le parole sono appunto mezze verità? 

    Alla fine, anche queste parole che dovrebbero introdurre l’opera, si riveleranno tali. Prova del fatto che prendere alla lettera un artista non è mai raccomandabile. 

    E poi siamo a luglio, l’afa ci soffoca, il Teatro Sociale di Como è un signor teatro. Un teatro borghese dell’Ottocento in cui immagino si sia sempre continuato a fare teatro borghese otto/novecentesco, riadattandolo di volta in volta sino ai nostri giorni, magari in salsa tecno-illusionistica, come spesso oggi accade, con artifici sempre più sofisticati. Mi viene difficile anche solo immaginarmi un Finale di partita messo in scena in uno spazio del genere. Anziché al teatro d’avanguardia o al teatro povero, penso invece al teatro recitato di cui parlava Bresson, che ho citato all’inizio. Quel teatro scimmiottato dal cinema, da cui invece il “cinematografo” secondo il regista avrebbe dovuto differenziarsi; cosa accaduta poi molto raramente, così come altrettanto di rado il teatro è riuscito, paradossalmente, a essere teatrale

    Invece, ciò che accade al Teatro Sociale di Como riesce a sorprendermi. L’automatismo che sembra tenere in scacco Ed Atkins sul palco, quei suoi numerosi tentativi di recitare in modo espressivo la poesia di Gilbert Sorrentino, di attribuirle un significato, di dare corpo alla perdita attraverso la parola, in realtà lo liberano. 

    Sul palco Ed Atkins diventa sé stesso: non è l’affermato artista inglese celebrato da una grande retrospettiva alla Tate che oggi veste gli abiti del performer. È un uomo di quarantatré anni in giacca e pantaloni eleganti che senz’altro sta sudando parecchio mentre ripete a memoria The Morning Roundup. Mentre cerca di trasmetterci attraverso le parole qualcosa che neppure il poeta è riuscito a comunicare del tutto scrivendo il suo testo. Ecco che, invece, attraverso il suo corpo, ci restituisce quel sentimento, l’imbarazzo nel comprendere che non c’è niente di comprensibile nella morte. Perché quel “paio di persone lì”, che una volta erano vive ed erano amiche nostre, non ci sono più? 

    Vidi alcuni lavori di Ed Atkins alla Biennale di Venezia nel 2019 e mi colpirono molto per gli spunti offerti intorno all’immagine digitale, le riflessioni sui confini tra realtà e finzione, sul concetto di ripetizione e sull’angoscia e rassicurazione che, allo stesso tempo,  provoca in noi. Le sue opere mi inquietarono per il senso di perdita e morte che vi aleggiava – tuttora permane nella sua arte – ma ci trovai una dolcezza di fondo capace di confortarmi. Come se l’artista volesse veicolare nello spettatore un superamento della solitudine, o l’impressione (vogliamo chiamarla illusione?) di quel superamento, perché alla resa dei conti, come la morte altrui appunto ci ricorda, preparandoci alla nostra, ci è precluso andare oltre noi stessi. 

    Nel corso della performance The Sun ho sentito quella stessa carezza consolatoria, nel momento in cui al parlato si è sostituito il canto. 

    Atkins, in un’intervista, ha definito le canzoni “generose” e trovo che sia un aggettivo perfetto perché le parole cantate, e in particolare le parole che si trasformano in un certo tipo di musica, sono spesso capaci di donare un ineguagliabile senso quiete. Sospendono l’angoscia che nasce dal non poter comprendere la realtà, il perché accadono le cose.  

    Scriveva Grotowski in Dalla compagnia teatrale all’arte come veicolo, in riferimento ai canti rituali della tradizione:

    … il canto diventa il senso stesso attraverso le qualità vibratorie; anche se non si comprendono le parole, basta la ricezione delle qualità vibratorie. Quando parlo di tale ‘senso’ parlo nel contempo anche degli impulsi del corpo; ciò significa che la sonorità e gli impulsi sono il senso, direttamente.

    Under this Stone Lies Gabriel John, intonata da Atkins durante la performance, non è il tipo di canto a cui si riferiva Grotowski ma forse è parte della tradizione dell’artista, che ha dichiarato di servirsi delle stesse canzoni che canta a sua figlia. Dobbiamo credergli? 

    Non ha in realtà importanza, perché è in ogni caso un dono che ci arriva dolcissimo, soprattutto nel momento in cui, durante la performance, accade ciò che non ci aspetteremmo: al Teatro Sociale di Como cade la cosiddetta “quarta parete” e si rompe la frontalità del teatro tradizionale, cardine sul quale si regge il rapporto visivo tra chi è sul palco e chi è in platea, con i secondi che guardano i primi, di fronte a sé, senza poter distogliere lo sguardo dal palco, come se fosse un dipinto appeso su una parete. 

    Ecco che invece, in platea, sentiamo il canto crescerci intorno, alle nostre spalle, con voci femminili e maschili che si uniscono a quella dell’artista. Penso un po’ ingenuamente che si tratti di un suono registrato, di un artificio digitale. Mi volto a destra e a sinistra per capire da dove provengano quelle voci e scopro che sono persone, donne e uomini qui, ora; corpi cantanti in mezzo a noi, le cui voci risuonano cristalline nello spazio di questo teatro dall’acustica stupefacente. Senza microfoni, senza musica di sottofondo, il canto ci abbraccia. L’emozione è grande. 

    Ed Atkins è al momento ospite della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove sta conducendo il laboratorio di ricerca Low Realisms, che martedì 23 luglio si aprirà al pubblico. Per saperne di più:  

    https://fondazioneratti.org/it/progetti/xxix-csav-artists-research-laboratory-low-realisms-2

    La foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Vecchi e nuovi tecnofeticismi

    MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.

    «Stiamo aggiornando il sistema.»

    In estate? 

    Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina. 

    «Ci vorranno 10 giorni»

    Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?

    «L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»

    Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.

    Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline. 

    Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.

    Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo,  penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi? 

    Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza. 

    Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google. 

    Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra. 

    Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti. 

    Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi. 

    Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire. 

    Il piacere è un surrogato della felicità? 

    Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

    Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale

    Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?

    Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).

    Per saperne di più:

    https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape

    Visitabile sino al 31 agosto 2025.

    Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts

    Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.

  • Dove eravamo rimasti

    Un sito web è per sempre, mi disse un tizio molto romantico. O forse era fin troppo innamorato del suo lavoro. Faceva il web designer.

    Ho deciso in ogni caso di ricominciare a prendermi cura di questo spazio, l’unico che senta davvero mio, per un motivo fin troppo ovvio: è appunto mio.

    Corrono voci che per rendere internet un posto migliore dovremmo ripartire da qui, dalla nostra home, la “stanza tutta per sé” che un giorno abbiamo preso in affitto su un server. In fondo, cosa c’è di più saggio, dopo trent’anni ormai di vita sul web, che guardarsi indietro e provare a ripercorrere la strada fatta sinora?

    Volevamo costruire case mobili fantasmagoriche su palafitte digitali. Volevamo dipingerle di tutti i colori e aprire le porte agli ospiti, per poterli invitare a prendere un tè online. E poi condividere le nostre idee, lavorare insieme ai progetti che più ci stavano a cuore. Volevamo lasciar fluire libera la nostra creatività. Diventare più intelligenti, più colti, più cosmopoliti, più estroversi. Più veloci, soprattutto. Come i futuristi, siamo andati in estasi di fronte alla bellezza della velocità, senza sospettare che presto avremmo fatto un balzo dall’avanguardia alla retroguardia. C’era anche chi, già tra le fila della mia generazione, sognava più prosaicamente di fare un mucchio di soldi. A pochissimi è perfino riuscito.

    Ci siamo infine ritrovati a vivere tutti insieme in una comune online, o forse era una colonia anarchica, una casa popolare, un palazzotto grigio di periferia, un condominio borghese del centro. Ad ogni modo, a un certo punto ci hanno detto che c’erano delle regole da seguire, ma più che per vivere insieme, ci sarebbero servite per poter esistere agli occhi degli altri. Ubbidire o sparire. Scegli tu.

    Ecco che allora non resta che ritornarsene, solitari, a casa. Spalancare le finestre, lasciare aperte le porte, invitare qualcuno a prendere un tè e sperare che qualcun altro ti inviti a sua volta. Uscire ogni tanto a farsi un giro, senza una meta precisa. Citofonare agli sconosciuti. Esplorare il mondo intorno, vicino e lontano. Scoprire che internet vale ancora la pena di essere abitato.

    Allora, dove eravamo rimasti?

    Questo non doveva essere un post su internet ma un aggiornamento sui miei “lavori in corso”, un articolo in cui avrei dovuto raccontare cosa ho fatto finora e cosa sto facendo al momento. Ma il bello di scrivere è anche questo, permettersi di andare fuori tema.

    Ecco allora qualche novità su di me:

    Da quasi un anno ho lasciato il mio lavoro d’ufficio nell’editoria e faccio l’insegnante – Sono pure riuscita a non pentirmi.

    Attendo che il mio secondo romanzo trovi la sua strada verso la pubblicazione.

    Sto sviluppando un’idea per il teatro, insieme all’amica Angela Di Sante, con la quale abbiamo creato un piccolo collettivo artistico per realizzare progetti creativi in ambito performativo e cinematografico. Ho scritto un testo, il punto di partenza di un lavoro drammaturgico in divenire. Al momento sto raccogliendo feedback, se lavori nel mondo teatrale e vorresti saperne di più, scrivimi!

    Infine, sto scrivendo una seria di racconti ispirati ai miei viaggi. A proposito, uno di questi si intitolerà probabilmente Gli occhiali ed è per questo che ho pensato di includere nel post un mio recente ritratto occhialuto. C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, cantava Battiato, o forse soltanto per non soccombere al luminoso fascino di Marrakech.

  • Robe da Frankenstein: chi siamo noi per hackerare Mary Shelley?

    Da quando, lo scorso novembre, ho assistito alla Triennale di Milano allo spettacolo Frankenstein (A love story) della compagnia Motus, penso spesso a lei: Mary Wollstonecraft Shelley.

    Di solito, a essere messe in scena sono le opere, non le autrici e gli autori. Lo stesso Frankenstein deve la sua popolarità agli adattamenti teatrali, e successivamente cinematografici, del romanzo: all’epoca della sua pubblicazione (1818), da parte di una piccola casa editrice inglese, vendette molto poco ma non passò inosservato. La prima messa in scena è del 1823 e vi assistette, a Londra, la stessa Mary Shelley. «The story was not well managed», la trama non è stata gestita bene, ebbe a dire l’autrice (Baldick 1990: 58), ma in seguito, nelle riedizioni del suo Frankenstein, tenne senz’altro conto del grande successo riscosso dalla sua opera a teatro.  

    Chissà se le sarebbe piaciuto finire sul palcoscenico insieme ai suoi personaggi, come accade nello spettacolo di Motus. Se nel romanzo la Creatura è il doppio di Viktor Frankenstein e viceversa, in questa conturbante love story ci troviamo di fronte a un trippleganger: Mary, interpretata da Alexia Sarantopoulou, si alterna sotto i riflettori allo scienziato tedesco (la performer Silvia Calderoli) e al “mostro” (Enrico Casagrande, anima dei Motus insieme a Daniela Nicolò). Di per sé, una proposta originale, interessante, che rende giustizia alla complessità di quest’opera, anche grazie alla drammaturgia firmata da Ilenia Caleo.

    Motus mette al centro del palco il testo. È lui (lei? loro?) il grande protagonista di questa messa in scena. Il testo parla per bocca di tutti e tre i personaggi (MWS, Victor, la Creatura), e quando si esprime l’uno, riecheggiano i pensieri dell’altro e le emozioni dell’altro ancora e così via, in un risuonare continuo. Sentiamo anche voci “altre”: quella della stessa Caleo e di altri autorɜ, da Jeanette Winterson a Donna Haraway. Il testo è un frankenstein ben riuscito, un mostro per come lo intende Jack Halberstam, la cui eco è un po’ dappertutto in questo lavoro, tanto che Motus lo cita ben tre volte (forse un po’ troppe) da Skin Shows: Gothic Horror and the Technology of Monsters. Lo ritroviamo nel ricco pieghevole che ci viene consegnato all’ingresso della sala: «Il mostro funziona come mondo». Abbiamo bisogno di mostri e di riconoscere e celebrare le nostre stesse mostruosità, dice Judith “Jack” Halberstam, direttore dell’Institute for Research on Women, Gender e Sexuality della Columbia University, dove insegna Letteratura inglese e comparata.

    Quindi, ricapitolando: se il testo è un mostro e il mostro funziona come mondo, il testo è un mondo in cui ritroviamo tutta la “mostruosità”, la non definitezza della nostra vita, il suo essere un’esperienza sempre ibrida e ibridata, perennemente esposta al contagio dell’alterità e finanche alla fusione o all’assemblaggio di pezzi di noi stessi con pezzi dell’altro, sia questo una persona, un fiore, un oggetto tecnologico. Frankenstein o Il moderno prometeo, un romanzo scritto ai primi dell’Ottocento, ancora ci parla di questo e Motus fa bene a ricordarcelo, perché potremmo essercelo dimenticato o forse non averlo mai davvero capito fino in fondo.

    A raccontarci questa storia sul palco sono il corpo dei personaggi, le loro parole dette e quelle non dette, il loro modo di danzare con l’altro o ritrarsi, di vivere in sintonia o in disaccordo con la natura, di esprimere le emozioni attraverso il silenzio o con la musica (gli ambienti sonori di Enrico Casagrande sono tra le punte più alte di questo lavoro). Per arrivare al pubblico Frankenstein non ha bisogno di effetti speciali, Motus dimostra di averlo capito, e la scelta di impiegare scenografie minimali, da questo punto di vista, risulta coerente ed efficace.

    Torniamo però a MWS, la nostra Mary Shelley. E alla domanda che mi sono posta in questi giorni pensando a lei: chi siamo noi (in questo caso, chi è Motus) per poter hackerare la biografia dell’autrice di Frankenstein?

    Come ho già rimarcato, il fatto che l’autrice diventi un personaggio, che entri nel piano della finzione, è uno degli elementi di originalità di questo lavoro. Peccato però che questo personaggio non sia ispirato a Mary Wollstonecraft Shelley nella sua, per così dire, fluida interezza. Sul palco vediamo soltanto una parte, seppur fondamentale, di lei: una versione molto giovane dell’autrice, quella che iniziò a scrivere il romanzo a diciannove anni (quando l’ha pubblicato ne aveva poco più: ventuno). Una giovane donna, poco più che adolescente, immersa nei turbamenti della sua “mostruosa” immaginazione. Sul pieghevole, nella sezione dedicata a MWS, leggo una citazione da Il mostro che mi abita di Sara De Simone:

    Molto spesso nella storia della letteratura le scrittrici si sono confrontate con l’idea della propria creazione artistica come progenie mostruosa. Questo è accaduto, per secoli, anzitutto per la profonda angoscia di stare contravvenendo all’ordine prestabilito, paterno e patriarcale, dunque per il timore di essere, attraverso il proprio atto creativo, portatrici e responsabili di disordine.

    Verissimo, da un punto di vista storico generale. Ma Mary Shelley, la donna e soprattutto l’autrice Mary Wollstonecraft Shelley, ha avuto con la sua “progenie mostruosa” un rapporto molto più sottile, libero e volutamente ambiguo, che voler collocare esclusivamente in una dimensione di “angoscia” è arbitrario e potenzialmente fuorviante, in quanto rispecchia una parte soltanto della sua identità autorale.

    MWS, nel corso della sua vita, ha hackerato sé stessa e la sua opera prima che i posteri si dilettassero a farlo molteplici volte, plasmando la sua biografia a piacimento, rinchiudendola in questa o in quell’altra dimensione finzionale.

    Forte del lascito libertario che le avevano trasmesso il padre, il pioniere dell’anarchismo William Goldwin, e soprattutto la madre Mary Wollstonecraft, grande filosofa fondatrice del femminismo liberale che non poté conoscere (morì nel darla alla luce) ma dalla quale fu ispirata sino alla fine, l’autrice di Frankenstein si è riconosciuta il diritto di rimettere mano al suo romanzo, dopo averlo scritto, e di dargli una seconda vita. Si è concessa, in sostanza, un pizzico di quella stessa hybris che aveva mosso lo scienziato Viktor nel mettere al mondo la sua Creatura. Ci sarebbe quindi da celebrare qualcosa di più intrigante della solita angoscia, che intrappola la memoria storica di MWS così come di molte altre scrittrici, romantiche o meno, ma in ogni caso spesso fin troppo romanticizzate dai posteri.

    Vale la pena ricordare che alla prima pubblicazione del romanzo nel 1818, in forma anonima, seguì una seconda edizione nel 1823, sulla scia del successo della prima rappresentazione teatrale a cui ho accennato all’inizio. Questa seconda edizione porta il nome dell’autrice, ma fu curata da suo padre in Francia mentre lei si trovava in Italia (spezziamo però una lancia in favore di Godwin: si assicurò che gli interi proventi delle vendite andassero alla figlia). Successivamente, nel 1831, quando Mary aveva trentaquattro anni, pubblicò una terza edizione ampiamente rivista da lei, che contiene la famosa e citatissima prefazione nella quale l’autrice racconta la genesi del romanzo.

    Molto è stato discusso su quale sia la versione “migliore” di Frankenstein, e il giudizio sull’edizione del 1831 è stata spesso viziata dal pregiudizio secondo cui MWS avrebbe rivisto il testo in un momento della sua vita in cui si era assestata su posizioni conservatrici e puntava, dopo i tanti scandali che l’avevano colpita, a compiacere il pubblico. MWS vittima dell’angoscia di rendere meno mostruosa la sua progenie? Studi comparativi tra le due edizioni raccontano una storia ben diversa, ma raccontarla richiederebbe uno spazio di riflessione a parte.

    Intanto, possiamo essere grate a Motus per averci ispirato nuove riflessioni su Frankenstein, su MWS e sull’autorialità femminile. La grandezza di un lavoro artistico sta sempre nella sua capacità di generare interrogativi: domande per noi stessi e per gli altri. Lo sapeva bene anche Mary, troppo astuta per avere paura di cosa ne avremmo fatto, del suo riuscitissimo mostro e forse, in fondo, anche della sua stessa biografia.

  • Tra Utopia e Distopia – “Il karma del camaleonte” per BookCity Milano alla Biblioteca Chiesa Rossa, 16 novembre 2023, ore 20:00

    Ultimo appuntamento in biblioteca per presentare il mio romanzo d’esordio, questa volta nella splendida Biblioteca Chiesa Rossa, in via San Domenico Savio 3.

    L’evento è parte della programmazione di BookCity Milano 2023, manifestazione dedicata al libro e alla lettura, alla sua dodicesima edizione. Il tema di quest’anno, in piena aderenza con lo spirito de Il karma del camaleonte, è “Il tempo del sogno”:

    quel momento imprendibile che vive nel profondo del sonno, ma trasforma la veglia. Sogno è la parola polisemica che parla di pensieri e desideri, utopie e distopie, evasioni e battaglie, incubi e paure.
    Sogno è la parola che abita ogni speranza: sogni di gioventù, sogni a occhi aperti, sogni proibiti, sogni di gloria, sogni di un futuro migliore.

    Un tema cruciale della nostra contemporaneità, con il quale i protagonisti del mio romanzo si trovano a dover fare i conti: se sentiamo di aver in qualche modo tradito i sogni di gioventù, siamo ancora in tempo per riacciuffarli mentre stanno per svanire? C’è ancora spazio per coltivare le proprie utopie individuali, e provare a trasformarle in utopie collettive, in un mondo che sembra l’esatto contrario di ciò che abbiamo sempre sognato?

    Tra utopia e distopia c’è forse una zona franca in cui possiamo usare l’immaginazione per comprenderlo, innanzitutto, questo mondo. E provare a raccontarlo.

    Di questo parleremo, nel corso della serata, con Margareth Londo di Into the Stage: a quasi un anno dalla puntata “Scrivere ad alta voce”, che mi ha visto protagonista del suo podcast, ci sarà modo di arricchire di nuove prospettive gli spunti racconti (l’intervista la trovate qui: https://mariaserra.blog/2022/12/05/scrivere-ad-alta-voce/).

    Chi ha partecipato alla serata ITS Time organizzata da Margareth in Chiesa Rossa lo scorso martedì 7, a cui ho avuto l’onore di contribuire come ospite, avrà l’opportunità di ritornare in un luogo prezioso per la promozione della cultura nella nostra città. Per chi invece non conosce ancora la realtà della Biblioteca Chiesa Rossa, eccellenza della periferia Sud di Milano, sarà l’occasione per concedersi un colpo di fulmine… non è mai troppo tardi per innamorarsi di una biblioteca.

    Ringrazio di cuore Rita Castronovo e tutto il personale di Chiesa Rossa per avermi offerto la possibilità di raccontare il mio romanzo in questo luogo così speciale.

    Vi aspetto! L’ingresso è libero.

    https://www.bookcitymilano.it/eventi/2023/tra-utopia-e-distopia-maria-serra-dialogo-con-margareth-londo

    https://milano.biblioteche.it/library/chiesarossa/cal-2/tra-utopia-e-distopia-maria-serra-autrice-del-romanzo-il-karma-del-camaleonte-dialoga-con-margareth-londo-per-into-the-stage/