Il karma del camaleonte arriva a Bosa. Anzi, è il caso di dirlo: torna. Proprio in questo intrigante borgo sulla Riviera del Corallo in Sardegna è nato il nucleo centrale della storia raccontata nel romanzo, e qui sono ambientati alcuni dei capitoli più significativi. Dirò di più: a Bosa quei capitoli li ho anche scritti, nella loro prima stesura iniziale. Sarà un onore avere come moderatore Alessandro Marongiu, critico letterario de La Nuova Sardegna ed editor a cui ho proposto la lettura di questo romanzo in punta di piedi, pronta anche a incassare un rifiuto. Sono grata alla Biblioteca Stella Maris e al suo staff per l’invito a partecipare alla rassegna estiva “Oltre Mare – Parole e note”.
Il critico letterario Alessandro Marongiu introduce “Il karma del camaleonte” al pubblico.
A Valentina e Graham occorreranno vent’anni per ritrovarsi e trovare l’equilibrio di due vite apparentemente sodisfatte. Questa è una storia multilingue che tocca luoghi suggestivi e in netto contrasto tra di loro ma che alla fine, non solo regalano armonia ma liberano i protagonisti dalle zavorre di quei canoni spesso già scritti dagli usi e costumi locali o imposti dagli altri. Dalla Sicilia alla Sardegna fino all’Inghilterra per tanti brevi viaggi intensi in una trama dolce e affascinante. Personaggi molto particolari, diversi… un modo di scrivere a cui non sono abituato ma che è riuscito comunque a catturarmi capitolo dopo capitolo fino alla fine. Buona lettura!
“Vi consiglio di leggerlo e di promuoverlo, perché se non si ha la possibilità di andare sui grandi network, e apparire con il libro in mano come molti fanno, questo invece è il modo che noi, che siamo più ‘defilati’, abbiamo per far conoscere le nostre cose”
Ci sono molti modi di leggere un libro e di raccontarlo. Ci sono molti modi di raccontare anche questo romanzo, e cosa c’è dietro. A ogni nuova presentazione scopro l’importanza del “come” e di quanto l’approccio alla lettura e lo stile comunicativo di ciascun moderatore o moderatrice con cui ho il piacere di confrontarmi permetta di restituirne il senso. Quello che ha avuto per me scrivere questa storia e quello che ha per chi la legge e va anche oltre: sceglie di raccontarla.
La cifra distintiva di Pietro Marongiu, che sabato scorso ha moderato la tappa sarda de Il karma del Camaleonte nel Sinis, nella cornice della rassegna letteraria dell’estate cabrarense, è stata l’aver saputo trasferire nella sua personale lettura e interpretazione del romanzo la sua grande cultura e conoscenza del territorio e la propria esperienza di vita e lavoro, come giornalista della Nuova Sardegna, nei luoghi protagonisti della storia.
Pietro ci ha però regalato anche molto di più: essendo lui stesso autore, e di lunga data, ha potuto condividere con me e con il pubblico alcune considerazioni interessanti sulla scrittura in generale, e sulla scrittura di questo romanzo in particolare. Ha proposto, inoltre, a chiusura dell’incontro, una breve riflessione, di cui ripropongo un estratto, sulla difficoltà di esordire oggi e sull’importanza che questo tipo di incontri hanno per far conoscere al pubblico il proprio lavoro. Grazie alle numerose persone che hanno saputo cogliere il messaggio, seguendo fino alla fine con grande partecipazione questo bell’incontro!
Un altro estratto in cui dialoghiamo su un tema chiave del libro: la trasformazione dei luoghi e dei territori in Sardegna. Sotto, un momento della nostra chiacchierata sul paese di San Salvatore, in cui è ambientata una scena cruciale del romanzo.
Un ringraziamento speciale anche a Brunella Salis della Biblioteca Comunale di Cabras, che fa un lavoro straordinario di promozione della lettura nel paese e non solo, e alla cara amica Orsola, a cui chiedo sempre di accompagnarmi in queste incursioni letterarie sarde (il gigante buono, che sa sempre come portarmi fortuna!)
Grazie a tutto lo staff della Biblioteca e, last but not least, come dicono gli inglesi, alla Fondazione Mont’e Prama e al suo Direttore Anthony Muroni per avermi invitato a presentare il mio romanzo a Cabras.
Sabato 19 agosto sarò a Cabras, antico borgo nella penisola del Sinis in Sardegna, per presentare Il karma del camaleonte. In dialogo con me ci sarà il giornalista della Nuova Sardegna Piero Marongiu.
Il libro sarà protagonista del terzo e penultimo appuntamento della rassegna letteraria estiva “Estate cabrarese”, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Cabras in collaborazione con la Biblioteca Comunale.
Proprio nel Sinis, nell’intrigante borgo di San Salvatore, è ambientata una scena chiave del romanzo, che senz’altro avremo modo di rievocare.
Qui un breve estratto:
Sapeva che in passato era stato il set di alcuni “spaghetti western” da produrre in tempi record e con poco budget, quei “B movies” italiani che in seguito sarebbero divenuti di culto per cineasti americani come Quentin Tarantino. Con le sue strade polverose arroventate, e le casette basse schierate sui due lati della strada come un villaggio messicano, era stata per un po’ l’alternativa sarda al deserto andaluso, dove il grande Sergio Leone aveva invece allestito il suo West.
Quando attraversarono le poche vie del villaggio, Valentina capì che San Salvatore non era in attesa: semplicemente, dormiva. I portoncini delle case miniaturizzate, quasi tutte della stessa altezza e dimensione, erano chiusi ma non sbarrati, come se le abitazioni all’interno fossero abitate. Davano l’idea di essere porte leggere, abituate a essere tenute spalancate, com’è ancora uso in alcuni paesi della Sardegna e in molti altri luoghi poco frequentati del mondo. Quel giorno gli abitanti del villaggio dovevano essersi chiusi dentro per evitare che la polvere sospinta dal vento si infilasse prepotente dentro le loro abitazioni. Graham, invece, era di altro avviso: secondo lui, il paese era disabitato. A convincerlo, mentre passavano a filo delle case, allineate una di seguito all’altra, era stata la totale assenza di voci umane e rumori domestici.
Accostarono le orecchie all’unico uscio semichiuso che trovarono sul loro cammino. «Non c’è nessuno – le disse posandole una mano sul braccio – Siamo soli, io e te.»
La sua voce, appena soffocata dal vento, le arrivò morbida, avvolgente ma discreta, come una musica ipnotica che ascolti prima di addormentarti.
Ma Valentina non voleva cedere al sonno, almeno non subito. «Qual è l’aneddoto che volevi raccontarmi?» gli domandò.
Know your enemy, know yourself, Sun Tzu famously say.
However, this is not imperial China.
It is not a lecture in ‘Leadership strategies’ either.
I am on the beach in Tel Aviv on August 7, 2022 and everything appears to be normal.
Surfers in the sea.
Swimmers popping out of the water, or so I think.
But once again I do not quite understand myself.
If I knew myself better, it would have dawned on me sooner that I need more practice to identify the sound of war in this city.
For example, this intermittent whine I hear from afar is definitely not a sluggish fire alarm. No French lady has called it back to duty by taking a few cigarette drags after waking up in her Hilton Hotel room.
The realization hits me like a ticking time bomb: this concrete behemoth is unlikely to catch fire with such ease. Taking a closer look, swimmers are not clearly leaving the water en masse because they are tired of the scorching midday waves. They are rather rushing to the shore, escaping the jaws of the evilest shark in history, Spielberg’s first and unparalleled creature. Actually not, they are all heading for the bar, and I need to get a move on if I want to secure my spot.
I start running, like them.
I am still on the street, in front of the beach bar, but the venue is just a stone’s throw away. I enter through the back, managing to get a decent advantage over the beachgoers. It is not exactly a bunker, the bar is referred to as a “safety place”, and apparently, we should be safe under this reinforced concrete roof. Kind of cramped, though. Shall I take my mask out of the pocket? Well, I am only dressed in a bikini. I almost forgot.
A young American woman beside me is overwhelmed by a hysterical crisis that seems to stretch on for an eternity, yet lasts only ten seconds. She succumbs to embarrassment as she realizes she is the sole person producing human sounds here, or rather “out there” — we find ourselves in a limbo between beach life and bunker life, with just a strip of concrete overhead, a shield that leaves us vulnerable to attacks from both the front and the sides. I remain quiet, listening and observing the scene, like the rest of the people around me.
I understand now that I need to sharpen my senses if I want to survive this trip to Israel. “Did you hear the sirens?” the hotel receptionist asks me later. I am tempted to respond that they sounded lo-fi, but I don’t want to appear overly negative to someone who looks concerned. I reassure her, “It’s all good,” and it is indeed true. I am not particularly afraid of the sirens and the muffled roar that temporarily silence the ever-bustling streets of Tel Aviv. However, the noise does unsettle me because it seems to originate from an underground amplifier, reminiscent of the sound described by speleologist Hannibal West in Isaac Asimov’s short story “The Dim Rumble.”
Read the full story (bilingual version, IT/EN) on Hook Magazine
Collaborare con qualcuno è una sfida. Persino vecchi e cari amici potrebbero trasformarsi in nemici, e potresti covare risentimento verso di loro, indirizzandogli parole piene di amarezza.
È accaduto persino a John “Peace and Love” Lennon, dopo lo scioglimento dei Beatles. Ti sarà capitato di leggerne sui giornali: la lettera “brutale” che scrisse a Paul McCartney è stata messa all’asta l’anno scorso.
Come tutti sappiamo, interagire con gli altri esseri umani implica molti rischi. Tuttavia, può anche portare a risultati sorprendentemente positivi. Se hai mai partecipato a un progetto creativo collaborativo, sai di cosa sto parlando. Forse alcuni di questi progetti sono persino finiti nella tua lista dei 10 migliori momenti della mia vita.
La traduzione letteraria, attività profondamente creativa e collaborativa, esemplifica lo spirito di questa avventura. Anche quando a tradurre è una persona sola, il processo coinvolge molteplici attori, dagli autori, redattori, editori, lettori, fino a colleghi e amici, passando per testi di raffronto, dizionari e tool tecnologici di vario tipo. Recenti approcci nei translation studies hanno messo in luce questo aspetto chiave del lavoro di traduzione, che è insito nella stessa natura del linguaggio: le parole acquistano infatti significato attraverso l’uso collettivo che ne facciamo.
In qualità di autrice e redattrice con un’ottima padronanza dell’inglese, ho acquisito un’ampia esperienza nella scrittura e nella revisione di testi sia in inglese che in italiano. Spesso mi sono occupata anche di traduzione, revisione di traduzioni e post-editing. Sebbene mi sia formata nel campo e abbia sempre nutrito un grande interesse per la traduzione letteraria, prima di questo esperimento non mi ci ero mai cimentata. Quando ho cominciato a lavorare al racconto “Non spedite cartoline ai nemici” per Hook Magazine, ho subito contemplato la possibilità di scrivere una nuova versione della storia in inglese, ma non di tradurla. All’epoca, la riteneva un’opzione più entusiasmante.
La prospettiva mi allettava perché ero sicura che avrebbe lasciato più spazio alla mia creatività e immaginazione. In sostanza, credevo che mi sarei divertita di più. Ho coccolato l’idea per un po’, ma alla fine ho capito che la traduzione avrebbe potuto rappresentare un’avventura ancora più ricca di sfide e gratificazioni. Traducendo le mie stesse parole, avrei potuto ricevere dal testo spunti preziosi, utili per portarmi a riflettere sul mio stile e, di conseguenza, affinarlo. Inoltre, la traduzione rappresentava un’opportunità per perfezionare le mie competenze di scrittura e revisione in inglese, il che avrebbe reso il tutto ancora più eccitante.
Tuttavia, in qualità di autrice e traduttrice del testo allo stesso tempo, mi sarei posta in una situazione scomoda. Con chi me la sarei presa se l’esperimento fosse fallito e la traduzione avesse deluso le aspettative? Perché privarsi del privilegio di poter scaricare la colpa su un co-traduttore o poter insultare una macchina per assolversi dai propri errori? Il concetto di collaborazione “aumentata” tra umani e macchine mi aveva, d’altra parte, sempre affascinato.
E così, l’esperimento prese il via.
Continua a leggere il resoconto dell’esperimento (in italiano e inglese) su Hook Magazine.
Lo scorso 23 giugno ho presentato il mio romanzo “Il karma del camaleonte” a Trieste, nella libreria dello storico Antico Caffè San Marco, in compagnia di Eleonora Gregorat e Lucia Beorchia. Il “borin” ha stemperato la calura e ha preservato quella certa leggerezza d’animo che ci contraddistingue: è proprio vero che per schiarirsi i pensieri bisogna “sbentiare”, farsi togliere i pensieri dal vento, come si dice in Sardegna.
Eleonora, una delle prime lettrici del Karma, ha esordito con un commento sulla protagonista del romanzo: “sicuramente Valentina ha la tua raffinatezza di linguaggio, Maria, che non è solo preciso, è anche diretto, a volte quasi spietato.” Come si evince dalla simpatica foto qui sotto, Eleonora (con il microfono giallo in mano) è stata altrettanto spietata con me e ha cercato di farmi uscire allo scoperto con domande acuminate che hanno indagato un po’ tutto, dalla partenogenesi del culto per le cose inglesi che ho sviluppato in età virginale, sognandomi già adolescente nella Camden Town anni Ottanta ma anche nella brughiera di inizio Ottocento, fino al rapporto che la generazione a cui appartengono i protagonisti del mio romanzo ha con il sesso (temo di non averla soddisfatta del tutto con le mie risposte, ma d’altra parte anch’io, come loro, difficilmente prendo, come dire, posizioni nette).
Un dialogo molto vivace e divertente, inframmezzato dalle letture espressive di alcuni brani del testo fatte dalla talentuosa Lucia Beorchia, che pur senza leggìo, con i borbottii del borin e le lagnanze delle ambulanze in sottofondo, è riuscita a offrirci in ogni caso alcuni momenti indimenticabili. Come direbbe Valentina, è accaduto “qualcosa che, nel presente, ha i tempi contati: il suo destino è di divenire passato, memoria, mito.”
Entrerà di certo nella mia mitologia personale, fatta di micro eventi significativi, l’incontro alla fine della presentazione con la Signora Mariuccia, geniale triestina che ha dato delle belle “lavate di testa” all’intellighenzia triestina. Si è riconosciuta nella protagonista del romanzo e mi ha regalato un po’ della sua storia, segno che il karma del camaleonte avrà vita lunga.
“”Le nubi arrivarono da nord-est, spalleggiate dal vento. Alle dieci il cielo diventò color del ferro, e così il mare, le facciate dei palazzi del porto e l’umore dei turisti. Tutto, in città, cominciò a convergere verso un’unica tinta metallica. Una massa di entusiasti della lunga estate sarda, sbarcati a Cagliari all’alba, si trascinavano increduli sotto i portici di via Roma, colti alla sprovvista dal guastarsi del tempo.” (Dal capito IV “Il vortice atlantico” de Il karma del camaleonte).
L’allerta meteo, presenza costante nelle pagine di questo mio primo romanzo, è riuscita a fermare anche la presentazione di mercoledì 14 giugno all’Orto dei Cappuccini di Cagliari. Nonostante il posticipo di un giorno, giovedì 15 siamo comunque riusciti a incontrarci, nel magnifico roseto del parco, per raccontare Il karma del camaleonte.
Ad accoglierci, il vicesindaco e assessore al verde pubblico, Giorgio Angius, e i membri dell’Associazione Cittadinanzattiva Cagliari, ente promotore della rassegna “Racconti nel parco”, in presenza di un pubblico attento, che ha arricchito l’incontro con domande sempre molto pertinenti. Per me è stato un momento di confronto e crescita importante: la conversazione con il giornalista Gianmarco Murru di Mediterranea è stata ricchissima di spunti. Gianmarco ha messo in luce molti aspetti chiave non solo della storia e dei personaggi ma anche della forma “ibrida” di questo romanzo e del mio approccio alla scrittura. Abbiamo discusso a lungo, tra i vari temi, di Sardegna contemporanea, delle sfide di raccontare la verità del presente integrando inchiesta, reportage letterario e finzione romanzesca, e della generazione di chi aveva vent’anni nei primi anni Duemila, tra utopie, possibilità di cambiamento reali e disillusioni.
C’è stato spazio anche per la lettura di alcune pagine del romanzo, in cui io stessa mi sono cimentata, per la prima volta.
La prossima presentazione del mio romanzo “Il karma del camaleonte” sarà a Trieste, nella libreria dello storico Antico Caffè San Marco, fondato nel 1914. Salotto dell’intellighenzia triestina nel Novecento, oggi è una vivace libreria indipendente, una delle poche rimaste in città dopo le chiusure degli ultimi anni.
Con me ci saranno Eleonora Gregorat (sotto una sua recensione al romanzo) e Lucia Beorchia, che leggerà alcuni brani del libro.
Lucia Beorchia legge un breve estratto del romanzo.