La plastica del vicino fa sempre più schifo.

Visioni dal Borneo e storie di vizi nostrani. Non tutto è visibile agli occhi, anche se ci piace credere il contrario.

Quando progettavo il mio viaggio nel Borneo malese, a soli due mesi dalla partenza, ho navigato senza bussola per un numero spropositato di ore nel mare magnum delle google review, per poi trasbordare sulla navicella di Reddit, dove mi sono divertita per un po’ a leggere i thread tradotti in automatico dall’AI in un italiano molto misterioso. Alla fine, sono prevedibilmente scivolata nelle acque dei fiumi social in cui oggi continua a scorrere il passaparola, insieme alla pubblicità, ma non sono riuscita a trovare neppure lì ciò che cercavo: qualcuno che smentisse il fatto che le “Maldive della Malesia”, il meraviglioso arcipelago di Semporna nel mare di Celebes, parte del mitico Triangolo dei coralli, una delle oasi di biodiversità del mondo, fosse in realtà un cassonetto straripante di plastica.

Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica? Magari senza accorgersene, perché la plastica c’è anche quando non si vede. Insomma, possibile che tutta la plastica del mondo si concentri qui?

E Semporna, sarà davvero la cloaca che dicono? La città più sporca del sud-est asiatico, o forse dell’Asia, o dell’Oriente intero, o magari perfino del nostro pianeta?

Confesso che su Semporna città mi sono bevuta per comodità i racconti dell’orrore e non me la sono sentita di approfondire. Avevo pochi giorni da dedicare alla costa est del Sabah, lo stato che avevo in programma di visitare; nell’incertezza, quindi, ho preferito puntare direttamente alle isole. Alcuni italiani conosciuti in seguito, che in città ci avevano trascorso una notte, hanno approvato senza esitazione la mia scelta. Mi sono sentita meno in colpa, ma il rimpianto per non aver potuto valutare con i miei cinque sensi il grado di “bruttezza” di Semporna – inclusa la sua leggendaria puzza – mi è rimasto.

Sull’arcipelago che da questa città prendere nome posso, invece, sbilanciarmi: è davvero un angolo di mondo meraviglioso, come lo descrivono; in merito alla plastica che lo abiterebbe, tuttavia, la realtà dei fatti è molto più complessa e sfaccettata di quanto possa raccontare una fotografia postata su un social o un video pubblicato su youtube.

Ci sarà pur qualcuno, mi dicevo, tra viaggiatori scafati, avventurieri wannabe, gruppi di vacanzieri equosolidali e selfisti controcorrente, che nella sua vita ha già nuotato in un mare di plastica?

Ho alloggiato nell’isola di Bum Bum, in un piccolo eco resort gestito dagli stessi proprietari della struttura in cui ero stata, qualche giorno prima, a Kota Belud, nella costa ovest del Borneo, affacciata sul mar cinese. Ebbene, se dovessi attenermi alla mia personale esperienza di tre giorni trascorsi a fare snorkeling in giro per il parco marino di Tun Sakaran e al largo dell’isola di Mabul, limitandomi alla sola evidenza estetica del problema, potrei affermare che al largo di Semporna di plastica che galleggia in mare ce n’è ben poca. Senz’altro infinitamente meno di quella che ho visto ristagnare intorno al porto della città e anche di quella che avevo visto accumularsi, dopo una mareggiata, sulla remota spiaggia di Kota Belud nella costa ovest.

Non è un caso che, in prossimità di golfi e baie, il numero di bottiglie e bottigliette avvistate dai turisti tenda a lievitare. Le insenature creano zone di “stanca” dove le correnti rallentano e quando la velocità dell’acqua diminuisce, la plastica perde slancio e si deposita sul fondo o sull’arenile. Vale per tutti i mari, compreso il nostro Mediterraneo. Per non parlare degli argini dei fiumi, grandi e piccoli, contro i quali si incaglia ogni giorno un numero spaventoso di macroplastiche, le quali, se non raccolte, a loro volta vengono di nuovo inghiottite dalla corrente e da lì si riversano in mare.

Correnti, venti e maree possono far viaggiare per chilometri le macroplastiche, prime fra tutte le bottiglie monouso, che continuano a essere gli oggetti di plastica più prodotti e utilizzati in assoluto. Basti pensare che, a livello globale, le aziende produttrici hanno al momento la capacità di produrre 20.000 bottiglie in PET al secondo, che si presume resteranno in circolazione per circa 450 anni (link di approfondimento in fondo al post).

Quelle approdate nella spiaggia di Kota Belud, pare provenissero dal porto della capitale, Kota Kinabalu, distante una settantina di chilometri, oltre che da alcuni villaggi su palafitte poco lontani. Così mi hanno spiegato i gestori del diving, ma chi può dirlo con certezza? Chiedersi da dove venga la plastica che finisce nel mar cinese o nel mar di Celebes potrebbe scoperchiare un vaso di Pandora. Lo stesso, però, potrebbe accadere se ci ponessimo domande analoghe a casa nostra: da dove proviene la plastica che finisce nel Tirreno e nel mar Adriatico?

Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica che continuiamo a sottovalutare.

Eppure, nel nostro paese, l’accesso all’acqua potabile è per lo più garantito, diversamente da quanto accade nello stato del Sabah (ma temo nell’intera isola del Borneo), in particolare nelle zone costiere e in quelle rurali, dove spesso anche le fasce più povere della popolazione sono costrette ad acquistare l’acqua, quando la raccolta di acqua piovana non è sufficiente.

Da noi lo smaltimento differenziato dei rifiuti è regolamentato e organizzato capillarmente, per quanto presenti drammatiche criticità a livello locale in alcune aree del paese, mentre nel Sabah la raccolta è per lo più indifferenziata e limitata alle grandi città come Kota Kinabalu, Sandakan o Tawau. In molte aree rurali, forestali e costiere i servizi municipali di raccolta sono totalmente assenti, e ne sono esclusi i villaggi tradizionali – poverissimi – costruiti su palafitte nell’acqua sia nel mar cinese meridionale sia nel mare di Celebes, dove vivono le comunità stanziali dei Bajau Laut, i nomadi del mare.

Sono zone in cui gli abitanti si trovano spesso costretti a gettare i rifiuti direttamente in mare o ad appiccare roghi per bruciarli, come purtroppo ho potuto constatare con i miei occhi.

Come mi hanno spiegato alcuni locali, impegnati in progetti di sensibilizzazione sui rischi di queste pratiche, questa situazione, che ricorda quella vissuta dagli abitanti della Terra dei fuochi, per fare un esempio a noi vicino e tristemente noto, è il frutto di una combinazione di fattori: mancanza di servizi, cattive abitudini di consumo, ormai difficili da eradicare anche a causa della pressione esercitata dal mercato, scarsa o quasi inesistente educazione in termini di ambiente e salute pubblica e individuale.

Il nostro iper consumo di plastica, invece, da dove deriva? Cosa l’ha prodotto e cosa lo legittima?

Qualcosa ci accomuna, ho pensato. Un uso smodato della plastica.

Anche quest’anno noi italiani ci siamo confermati tra i maggiori consumatori mondiali di acqua in bottiglia, con oltre 250 litri pro capite all’anno e circa 15 miliardi di bottiglie di plastica utilizzate ogni anno. Primato legato anche a una “percezione distorta della qualità dell’acqua di rubinetto e a strategie di marketing particolarmente incisive”(link agli approfondimenti in coda al post).

Ma noi la plastica la ricicliamo, obietterebbe qualcuno.

Se siamo così virtuosi nella gestione della nostra economia circolare, tanto che per esempio con il r-PET (recycled PET) ottenuto dalle vecchie bottiglie di plastica riusciamo a fabbricare, quale paradossale miracolo, nuove bottiglie di plastica di cui non possiamo assolutamente fare a meno, perché allora continuiamo ad esportare rifiuti di plastica? In passato, l’abbiamo fatto tra l’altro, e illegalmente, anche in Malesia (link agli approfondimenti in coda al post).

Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo proprio tutta, come ci piace crede anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono in ogni caso zeppi di plastica? Di quella microscopica soprattutto, che quando diventa così piccola pare non ci faccia né schifo né paura.

I nostri mari sono ormai fatti di zuppa di microplastiche, particelle di materiale plastico che non possiamo fotografare e postare indignati sui social ma che derivano, non solo ma in larga parte, proprio dalle macroplastiche di cui sono fatte le famigerate bottiglie che tanto aborriamo. Soltanto quando ce le troviamo davanti agli occhi sotto forma di rifiuti, si intende.

Le microplastiche ci sono ma non si vedono, neppure quando l’acqua del mare è più trasparente di quella della piscina di un resort extra lusso, come nell’arcipelago di Semporna.

Secondo uno studio scientifico del 2025 (link di approfondimento in fondo al post), l’inquinamento da microplastiche non si limita, inoltre, alle aree densamente urbanizzate o industrializzate: le particelle sono state trovate anche in spiagge remote. L’80% ha origine terrestre e la spiaggia non è necessariamente né il loro punto di partenza né di arrivo. Possono arrivare sulla spiaggia dal mare, accumularsi nella sabbia ed essere trasportate verso strati più profondi, per poi essere nuovamente smosse, riportate in superficie, e infine tornare in mare.

Non le vediamo noi e non le vedono neppure i pesci, i molluschi, i crostacei, i coralli e tutti gli altri organismi che le ingeriscono in mare, incluse le tartarughe, le quali, in aggiunta, hanno la sfortuna di ritrovarsele anche negli arenili in cui vanno a nidificare. Le microplastiche, infatti, si depositano non soltanto in mare anche sulla spiaggia, alterando la temperatura e la permeabilità della sabbia: i siti di nidificazione vengono così fortemente compromessi. Anche altri animali patiscono gli effetti nefasti della presenza sulla terraferma di microplastiche annidate nella sabbia e, infine, lo subiamo noi stessi: stress ossidativo, infiammazione cronica, interferenza endocrina (link di approfondimento in cosa al post).

Se siamo così bravi a riciclarla, e la ricicliamo tutta come ci piace crede anche se non è affatto vero, perché i nostri mari sono zeppi di plastica?

Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda, fa mentalmente la conta delle bottiglie spiaggiate e si indigna. Non c’è niente che più stoni di un dettaglio brutto messo in primo piano su uno sfondo eccezionalmente bello.

In quest’ottica, la bottiglia di plastica – con il tappo, per giunta – contamina la bellezza cristallina del mare e la candida purezza della sabbia. Un po’ come succede con i banchi di alghe marrone scuro che marciscono sulla riva, o con i manipoli di yacht che tappano la vista sul golfo. Inorridiamo, per la durata del tempo in cui scattiamo una fotografia. Sappiamo, anche se non esattamente come, che questi rifiuti sono pericolosi, ma l’unica evidenza che riusciamo davvero a percepire è un danno estetico.

Il turista occidentale medio, tuttavia, ragiona ormai soltanto con gli occhi. Guarda e fa mentalmente la conta delle bottiglie e si indigna.

Ci mettiamo dunque a raccogliere le bottiglie, le buttiamo nel primo cestino che troviamo a portata di mano e diamo degli incivili agli altri. Che schifo! Uno scempio! Non possiamo lasciare che questo paradiso in terra – vale per l’atollo di Semporna quanto per una caletta qualunque del Mediterraneo – venga rovinato in questo modo!

Dopodiché, torniamo sereni a comprare, usare, buttare bottiglie di plastica a più non posso, in vacanza così come in Italia. Perché, per quanto potabilissima, la nostra acqua del rubinetto, quella sì, non smetterà mai di farci schifo.

Chissà se avremmo il coraggio di confessarlo a quei bambini Bajau Laut che a Mabul l’acqua potabile non ce l’avranno forse mai, ma che hanno capito che le bottiglie di plastica sono utili sono per farci delle zattere. Per poter pescare meglio, a mani nude, i pesci da mangiare, se tutto va bene, nell’unico pasto della giornata che gli riempirà la pancia.

Per approfondire:

https://www.undp.org/popping-the-bottle

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027843432500024X#fig5

https://www.greenpeace.org/italy/storia/6874/traffico-illecito-di-rifiuti-tra-italia-e-malesia-ecco-cosa-abbiamo-scoperto/

https://marevivo.it/blue-news/infarti-ictus-e-obesita-in-aumento-a-causa-delle-microplastiche-nel-corpo-umano-la-salute-delluomo-e-del-mare-sono-in-pericolo

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