
MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.
«Stiamo aggiornando il sistema.»
In estate?
Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina.
«Ci vorranno 10 giorni»
Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?
«L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»
Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.
Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline.
Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.
Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo, penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi?

Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza.
Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google.
Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra.
Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti.
Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi.
Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire.
Il piacere è un surrogato della felicità?
Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale
Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?
Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).
Per saperne di più:
https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape
Visitabile sino al 31 agosto 2025.
Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts
Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali
Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.
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