
Secondo quanto apprendo dal sito del Dipartimento di Stato americano, nel 2024 la Spagna è stata il secondo paese in cui gli Stati Uniti hanno investito, dopo il Regno Unito: oltre 6 bilioni di euro. Rapportata al totale degli investimenti ricevuti dall’estero (36,8 biliardi di euro splamati tra servizi, industria e costruzioni), la percentuale a stelle e strisce si attesta quindi su un buon 16,5% circa. Il paese continua inoltre ad attrarre un flusso crescente di turisti statunitensi, con ricadute importanti nel settore immobiliare; in soli quindici anni, dal 2007 al 2023, il numero di cittadini statunitensi proprietari di case in Spagna è cresciuto di 10 volte, anche grazie all’introduzione della “golden visa” che agevola i proprietari di immobili. La popolarità del paese tra gli expats americani è stata inoltre incentivata dell’istituzione del nuovo visto per i nomadi digitali, che si aggiunge a quello “non lucrativo” (vietato lavorare, si può solo spendere) già previsto, ideale per i pensionati. Insomma, ce n’è per tutti.
Questi i dati che ho raccolto.
Ma è quando l’intangibile diventa tangibile che mi sento davvero di poter esclamare: Eureka! Per questo mi piace viaggiare. Nonostante le conoscenze acquisite attraverso un viaggio siano sempre parziali, mai oggettive e mai definitive, dà sempre una certa soddisfazione intuire, grazie all’uso esclusivo dei cinque sensi, la complessità di un luogo e di chi lo abita, percepirne contraddizioni.
Non è forse questo lo scopo ultimo di ogni viaggio, mi chiedo, mentre mi trovo in vacanza in Spagna per qualche giorno, e cerco di capire a cosa si riferisca Sanchez quando, in risposta ai dazi di Trump, dice che ciò che non venderanno mai sono i loro valori e i loro principi?
“I nostri valori non sono in vendita, lo sono i nostri prodotti”, dice, e mi sento confusa. Quali valori e quali prodotti, esattamente? C’è un certo affollamento di merci da queste parti.
Per uscire dalla nebulosa, approfondisco l’esplorazione sul campo. Parto dalla spiaggia tutta palme di Valencia e finisco nel porto turistico di Alicante. Che atmosfera strana, concludo, mentro sorseggio una cerveza; sembra proprio di essere in… Alifornia?
Leggo questa parola su una di quelle brochure travestite da rivista patinata che vengono ancora abbandonate sui tavolini dei bar di tutti i non luoghi del mondo – incredibile, ne stampano ancora a tonnellate – e ci resto di sasso. Mi viene subito in mente “Cagliarifornia”, nomignolo con cui da tempi immemori (sicuramente sin da quelli della mia giovinezza) i cagliaritani, con la scanzonata e pungente ironia che li connota, vezzeggiano e dileggiano al tempo stesso la propria città. Ma “Cagliarifornia” è una parola che può essere pronunciata solo per gioco. Qualcuno la usa come hashtag sui social, qualcun altro l’ha usata perfino come titolo di una canzone. Nessuno, invece, si sognerebbe di costruirci intorno una campagna di marketing territoriale. Sarebbe troppo ridicolo perfino per una pubblicità.
Ad Alicante la pensano diversamente. Fanno proprio sul serio o, come dicono gli americani, fake it until you make it.
Cosa spingerebbe oltre 40.000 cittadini statunitesti (pensionati e giovani nomadi digitali, ma non solo) a vivere in Spagna, dopo averci passato qualche tempo in vacanza o aver trascorso intere notti a scrollare i feed dei concittadini espatrati su Instagram, se non la possibilità di avvicinarsi di qualche millimetro a quel sogno californiano che in patria avevano smesso di rincorrere?
Mentre si tengono in forma facendo jogging nel Giardino del Turia o nel lungomare di Valencia, senza rischiare di essere rapinati ogni 50 metri, o ancora peggio, di cadere, fratturarsi qualcosa, e doversi magari vendere un rene per potersi rimettere a posto un ginocchio, mentre fanno il pieno di tapas dimagranti – le porzioni sono minuscole – sul lungomare di Alicante, senza che la visa, come la linea, ne risenta troppo, ecco, mi dico: in quei momenti avranno senz’altro l’impressione di aver sensibilmente accorciato le tappe verso la meta. Con il vantaggio che è come stare a casa loro, amorevolmente circondati da insegne familiari. C’è pure Taco Bell. La California l’abbiamo ricostruita qui per voi, venite.
Nonostante la stima che provo per il signor Sanchez, soprattutto per aver osato fare la voce grossa con Trump in tempi guerrafondai come quelli che stiamo purtroppo vivendo, questa Spagna mi inquieta: sulla carta – o meglio, sulla bocca del premier, sono parole sue – vorrebbe “rifiutare il neoliberismo” ma proprio sull’accelerazione delle politiche neoliberiste in campo economico sta continuando a costruire la sua parabola di crescita. Da un lato continua ad appellarsi a valori culturali propri, dall’altro non ha dimostrato di saper resistere all’egemonia statunitense, ma al contrario l’ha introiettata a tal punto da trasformarsi in uno dei paesi di fatto più americanizzati d’Europa.
Insomma, ci è o ci fa? Questo è il dilemma.

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