Se in Italia si legge poco, forse è anche perché i libri sono “illeggibili”?

Qualche giorno fa, il regista danese Nicolas Winding Refn, invitato d’onore al festival milanese sulle colonne sonore SLAM (Sounds Like a Music), prima di parlarci del suo rapporto tra immagine e suono, della genesi punk dei suoi lavori giovanili e delle sane ossessioni che nutre da sempre per sua madre, ha teneramente premesso: “sono dislessico”. Va da sé, ha confessato, che non potendo leggere libri, da giovane guardassi troppa TV e ascoltassi tantissima musica.

Ripenso alle sue parole, oggi, con un libro in mano: The Silence di DeLillo, edizione inglese pubblicata nel 2020 da Picador. Un libro che a farsi leggere ci prova davvero.

Parlo proprio del libro, non del romanzo.

Un libro di carta, fatto di centoventisei pagine che hanno la particolarità di sembrare appena uscite, calde calde, da una tipografia casalinga. Il font utilizzato simula, infatti, l’aspetto dei caratteri prodotti dalle vecchie macchine da scrivere. Un Courier Prime, forse, o un altro carattere typewriter della famiglia Courier; in ogni caso un font “monospaziato”, a spaziatura fissa, in cui a ogni lettera viene assegnata la stessa quantità di spaziatura orizzontale sul foglio.

Oltre al carattere, colpisce anche la spaziatura tra una riga e l’altra: è alquanto generosa, inusualmente abbondante.

Il testo, infine, non è giustificato, ovvero “impacchettato” in blocchi di righe della stessa lunghezza. Scorre invece da sinistra a destra in modo più libero, come una bandiera al vento (in gergo viene infatti chiamato proprio così, a “bandiera”), facilitando la lettura. A questo stile di impaginazione i lettori anglosassoni sono oggi senza dubbio più avvezzi rispetto a noi italiani, anche se non è sempre stato così: c’è stata la volontà di migliorare la leggibilità.

Anche se non sono dislessica come Refn, ma soltanto affetta da problemi di vista, come più di due miliardi di persone in tutto il mondo, di fronte alle pagine di questo libro tiro ugualmente un sospiro di sollievo. Anzi, accade qualcosa di più: sono pervasa da un senso di gratitudine.

È come se qualcuno, prima di leggere, mi avesse delicatamente posato sugli occhi due fette di cetrioli, dopo avermi applicato sul viso una maschera rigenerante. Questo qualcuno – un editore premuroso – ha accorciato le distanze tra forma e sostanza, o meglio ha pensato che agire sulla forma fosse indispensabile per poter far penetrare la sostanza attraverso i miei occhi e, da lì, nel cervello. D’altra parte, si tratta del verbo di DeLillo, perbacco. Questo è un libro benedetto. Vogliamo o non vogliamo che sia letto dal più alto numero di seguaci?

Scommetto che qualcuno sarà inorridito di fronte a queste pagine che a me procurano, invece, tanto giubilo. Tra vintage e démodé il confine è sottile, avranno commentato alcuni. Cos’è questo lezioso ritorno al passato? Una ridicola font “macchina da scrivere”… non sanno più cosa inventarsi. E poi, tutto questo spazio bianco… inquietante.

Inquietante è che in Italia, a fronte di una flessione nelle vendite dei libri così importante – l’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria” dell’Associazione Italiana Editori parla di 20,7 milioni di euro in meno nei primi nove mesi del 2025 – non si riesca a vedere oltre la necessità di avere “misure di sostegno alla domanda” da parte del Governo.

Il calo sistematico dei lettori in Italia è dovuto a ragioni molteplici, spesso interconnesse, molte delle quali faticano a essere riconosciute dagli addetti ai lavori per il semplice fatto che li chiamano in causa. Sono frutto di errori e mancanze.

Tra le più gravi, a mio parere, vi è proprio la cecità del settore di fronte alle fatiche fisiche che l’atto di leggere sempre più comporta da parte di tutti.

Tanto più che il numero dei lettori, e potenziali tali, per i quali leggere rappresenta una sfida percettiva è cresciuto: ipovedenti, anziani, persone con dislessia o con disturbi oculistici. Parallelamente, la qualità del prodotto “libro cartaceo” si è notevolmente abbassata, anche – ma non solo – per via del rincaro dei costi delle materie prime. Se ancora il mercato si ostina a proporre libri stampati con caratteri minuscoli e interlinea inesistente, considerati ormai illeggibili da un’importante fascia di popolazione, il tutto su carta scadente effetto “velina”, è evidente che si dimostra indifferente ai bisogni primari del lettore, tra i quali vi è, in testa a tutti, l’esigenza di poter esercitare le sue facoltà di lettura su libri leggibili.

Secondo numerose ricerche, la lettura, insieme al riconoscimento dei volti, è l’attività quotidiana correlata alla visione che richiede il livello più alto del visus per essere svolto normalmente. Come evidenzia l’Associazione Lettura Agevolata, che porta avanti da anni progetti di sensibilizzazione verso la leggibilità dei testi in tutti gli ambiti e settori, “diversi studi indicano che il 90% delle persone che vedono meno di 5/10 ha una ridotta capacità di lettura di testi di dimensioni correnti. Un livello lieve di ipovisione non conferisce consistenti diritti legali, ma limita comunque in misura più o meno grave la lettura, una fondamentale attività della vita quotidiana.”

Nel mondo dell’istruzione e dell’editoria scolastica, così come in diversi ambiti della comunicazione, la leggibilità è considerata ormai un criterio decisivo, dal quale non si può prescindere quando si progettano contenuti. Gli editori italiani di narrativa continuano, invece, ad andare in direzione contraria. Aprire finalmente un dibattito pubblico sul tema potrebbe forse incoraggiarli a riflettere.

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