Categoria: libri

  • Il patriottismo: una minaccia per la libertà. Le verità di Emma Goldman sopravvivono alle menzogne della Storia.

    E quando finalmente avremo smantellato la menzogna patriottica, ci troveremo il cammino sgombro per procedere verso quel grande insieme in cui tutte le nazionalità saranno unite da una fratellanza universale: una vera SOCIETÀ LIBERA.

    Perché scrivere di Emma Goldman, mi sono chiesta, e di quanto siano attuali molti dei discorsi pubblici che pronunciò oltre un secolo fa (quello sul patriottismo ha ben 118 anni), quando posso invece lasciare che a parlare siano le sue stesse parole?

    Viviamo in un mondo di filtri e di mascheramenti, in cui ci troviamo a dover costantemente rimuovere chili di make up prima di poter guardare in faccia la realtà. Un mondo in cui a far paura è, da un lato, il significato letterale di immagini e parole (un soldato morto in guerra è un uomo morto, prima che un servitore dello Stato morto ammazzato in nome della fedeltà alla patria) e, dall’altro, l’uso creativo e “irriverente” del linguaggio per esprimere proprio dissenso (ne ho parlato qui).

    Ecco dunque le parole che Emma Goldman, straordinaria pensatrice e attivista antimilitarista, espulsa dagli Stati Uniti nel 1919 perché considerata la “donna più pericolosa d’america” per aver promosso e diffuso idee anarchiche,  pronunciò durante una conferenza a San Francisco nell’aprile del 1908 (poi pubblicato sul giornale Mother Earth da lei fondato). Ne propongo alcuni estratti, nell’accurata traduzione dall’inglese di Elena Cantoni per Elèuthera, che nel 2023 ha dedicato a Goldman una – raccomandatissima – raccolta antologica. Il libro è distribuito sotto licenza Copyleft Creative Commons 4.0 (BY-NC-SA).

    Che cos’è il patriottismo?
    È l’amore per il proprio luogo di nascita, con i suoi ricordi, con le sue speranze, i sogni e le aspirazioni dell’infanzia? È il luogo in cui, con l’ingenuità infantile, guardavamo le nuvole passeggere e ci chiedevamo perché potessimo correre anche noi così veloci? Il luogo in cui contavamo miliardi di stelle luccicanti, sgomenti al pensiero che ognuna di essere potesse essere un occhio capace di penetrare fin nei recessi delle nostre piccole anime?
    È il luogo in cui ascoltavamo il canto degli uccelli e rimpiangiavamo di non avere anche noi le ali per poter volare verso terre lontane? O ancora il luogo in cui ci rannicchiavamo ai piedi di nostra madre, rapiti da meravigliosi racconti che parlavano di gesta e di imprese gloriose? In breve, è l’amore per il luogo in cui ogni centimetro racchiude i ricordi più cari e preziosi di un’infanzia gioiosa e spensierata?
    Se il patriottismo fosse questo, oggi ben pochi americani potrebbero dirsi patriottici, posto che il luogo dei giochi è stato trasformato in una fabbrica, in un’officina o in una miniera, e il frastuono assordante delle macchine ha rimpiazzato la musica degli uccelli. Nè possiamo più ascoltare i racconti delle grandi gesta, perché le storie che le nostre madri raccontano oggi sono piene di sofferenza, lacrime e dolore.

    Ma allora che cos’è allora il patriottismo?

    Se il patriottismo fosse questo, pochi americani oggi potrebbero essere definiti come patriottici dal momento che il luogo dei giochi è stato trasformato in una fabbrica, un mulino o una miniera, mentre il frastuono assordante delle macchine ha sostituto la musica degli uccelli.

    “Il patriottismo, signore, è l’ultima risorsa dei furfanti”, ha detto il dottor Johnson. Leone Tolstoj, il più grande anti-patriota dei nostri tempi, lo bolla come il principio che giustifica l’addestramento degli assassini su vasta scala; un mestiere che per togliere la vita signore equipaggiamenti migliori di quelli necessari a soddisfare il mantenimento della vita, come scarpe, vestiti o le case; un mestiere che garantisce maggiori profitti e gloria che non quello del normale lavoratore.
    Gustave Hervé, un altro grande anti-patriota, definisce giustamente il patriottismo una superstizione – e gran lunga più volgare, brutale e disumana della religione. La superstizione religiosa è nata dall’incapacità dell’uomo di spiegare i fenomeni naturali. Quando l’uomo primitivo sentiva il tuono o vedeva il lampo, non riusciva a spiegarseli e dunque ne traeva la conclusione che dietro di loro dovesse esserci una forza più grande di lui. In modo analogo vedeva una forza soprannaturale nella pioggia e nelle altre manifestazioni della natura. Il patriottismo, invece, è una superstizione creata e tenuta in vita artificialmente attraverso una fitta rete di menzogne e falsità; una superstizione che priva l’uomo della fiducia in sé stesso e della sua dignità, fomentandone l’arroganza e la presunzione.
    In effetti, la presunzione, l’arroganza e l’egoismo sono gli elementi costitutivi del patriottismo. Permettetemi di chiarire meglio questa affermazione. Il patriottismo ritiene che il nostro pianeta sia diviso in piccoli lotti, ciascuno circondato da un recinto di ferro. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un dato posto si considera più bravo, nobile, importante e intelligente degli esseri umani che vivono altrove. Perciò è dovere di tutti coloro che vivono in quel dato posto combattere, uccidere e morire nel tentativo di imporre la propria superiorità agli altri.
    Ovviamente, gli abitanti degli altri posti ragionano allo stesso modo, con il risultato che fin dalla prima infanzia la mente del bambino viene avvelenata con storie agghiaccianti sui tedeschi, i francesi, gli italiani, i russi eccetera. Quando il bambino raggiunge l’età adulta, è ormai imbevuto dell’idea di essere stato scelto da dio stesso per difendere il suo paese contro l’attacco o l’invasione dello straniero.

    Il patriottismo, invece, è una superstizione creata e tenuta in vita artificialmente attraverso una fitta rete di menzogne e falsità; una superstizione che priva l’uomo della fiducia in sé stesso e della sua dignità, fomentandone l’arroganza e la presunzione.
    In effetti, la presunzione, l’arroganza e l’egoismo sono gli elementi costitutivi del patriottismo.

    È per questo che pretendiamo a gran voce un esercito e una marina più forti, più navi da guerra e più munizioni. Ed è appunto per questo che gli Stati Uniti hanno speso, in un breve lasso di tempo, 400 milioni di dollari prelevati dal lavoro del popolo. Perché di certo non sono i ricchi a contribuire al patriottismo. Loro sono cosmopoliti, perfettamente a proprio agio in qualsiasi terra. In America li sappiamo bene.
    I nostri ricchi americani non sono forse francesi in Francia,  tedeschi in Germania o inglesi in Inghilterra? E non scialacquano forse con disinvoltura cosmopolita le fortune create in America dai bambini delle fabbriche e dagli schiavi del cotone?

    Sì, il loro è il patriottismo che permette di inviare messaggi di cordoglio a un despota come lo zar russo quando gli capita un imprevisto, come fece il presidente Roosevelt a nome del suo popolo, quando Sergius [Sergej Aleksandroviç Romanov] fu punito dai rivoluzionari russi.
    Il loro è un patriottismo che aiuta un pluri-assassino come Díaz a stroncare migliaia di vite in Messico o addirittura ad arrestare i rivoluzionari messicani in territorio americano e poi detenerli nelle prigioni americane, senza la  benché minima giustificazione.
    Insomma, il patriottismo non  riguarda chi detiene la ricchezza e il potere. È roba da povera gente. Riporta alla mente il celebre detto di Federico il Grande, amico  intimo di Voltaire, che affermò: «La religione è un inganno, ma deve essere preservata per le masse».

    È per questo che pretendiamo a gran voce un esercito e una marina più forti, più navi da guerra e più munizioni. Ed è appunto per questo che gli Stati Uniti hanno speso, in un breve lasso di tempo, 400 milioni di dollari prelevati dal lavoro del popolo. Perché di certo non sono i ricchi a contribuire al patriottismo. Loro sono cosmopoliti, perfettamente a proprio agio in qualsiasi terra.

    Noi americani ci dichiariamo un popolo amante della pace. Odiamo gli spargimenti di sangue; siamo contrari alla violenza. Eppure diventiamo pazzi di gioia all’idea di poter lanciare bombe esplosive da macchine volanti su cittadini inermi. Siamo pronti ad impiccare, uccidere sulla sedia elettrica o linciare chi, stretto dalla necessità economica, rischia la propria vita in un attentato a qualche magnate dell’industria. E i nostri cuori traboccano d’orgoglio al pensiero che gli Stati Uniti stiano diventando la nazione più potente sulla Terra che finiranno per mettere il proprio piede di ferro sul collo delle altre nazioni.
    Questa è la logica del patriottismo.
    Pur tenendo conto dei mali che il patriottismo infligge all’uomo della strada, questi sono nulla al confronto degli oltraggi che il patriottismo infligge al soldato, questo povero illuso, vittima della superstizione e dell’ignoranza. Che cosa riserva il patriottismo al soldato, salvatore del suo paese e il protettore della sua nazione? Una vita di sottomissione servile e abbruttimento in tempi di pace; una vita di pericoli e rischi  mortali in tempi di guerra.

    Che il patriottismo sia un’istituzione decisamente costosa sarà evidente a tutti dopo aver esaminato le seguenti statistiche.
    L’aumento crescente delle spese per i principali eserciti e flotte del mondo nell’ultimo quarto di secolo è un fatto di una tale gravità da lasciare interdetto qualsiasi serio studioso di problemi economici.

    Noi americani ci dichiariamo un popolo amante della pace. Odiamo gli spargimenti di sangue; siamo contrari alla violenza. Eppure diventiamo pazzi di gioia all’idea di poter lanciare bombe esplosive da macchine volanti su cittadini inermi. Siamo pronti ad impiccare, uccidere sulla sedia elettrica o linciare chi, stretto dalla necessità economica, rischia la propria vita in un attentato a qualche magnate dell’industria. E i nostri cuori traboccano d’orgoglio al pensiero che gli Stati Uniti stiano diventando la nazione più potente sulla Terra che finiranno per mettere il proprio piede di ferro sul collo delle altre nazioni.
    Questa è la logica del patriottismo.

    […]

    La conclusione inevitabile, sulla base dei dati disponibili, è che l’aumento delle spese per gli eserciti e le flotte sta sorpassando rapidamente la crescita demografica in ciascuno dei paesi citati. In altre parole, un aumento ulteriore delle esigenze militaristiche, minaccia ciascuna di queste nazioni con la prospettiva di un esaurimento delle risorse sia umane sia materiali.
    L’orrendo spreco determinato dal patriottismo dovrebbe bastare da solo a guarire anche le persone di intelligenza media dalla sua malattia. Invece patriottismo esige molto di più. Il popolo è incitato a essere patriottico, e paga questo privilegio non solo mantenendo i propri “difensori”, ma anche sacrificando i propri figli. Il patriottismo esige lealtà alla bandiera, il che significa ubbidienza e disponibilità a uccidere padre, madre, fratello e sorella.

    La giustificazione coerente è che abbiamo bisogno di un esercito professionale per proteggere il paese da invasioni straniere.
    Ma ogni persona intelligente, uomo o donna, sa che questo è un mito alimentato per spaventare e coartare gli stolti. I governi di tutto il mondo, consapevoli dei rispettivi interessi, di norma non si invadono tra loro. Hanno imparato che possono guadagnare molto di più dall’arbitrato internazionale dei conflitti piuttosto che dalla guerra e dalle sue conquiste. In realtà, come disse Carlyle, «La guerra è una lite tra due ladri troppo vigliacchi per combattere in prima persona; per questo essi prendono i giovani da questo o quel villaggio, li infilano in uniformi, li armano di fucili e li scatenano come bestie selvagge gli uni contro gli altri».
    Non ci vuole una grande sagacia per ricondurre ogni guerra alla stessa causa.

    La giustificazione coerente è che abbiamo bisogno di un esercito professionale per proteggere il paese da invasioni straniere.
    Ma ogni persona intelligente, uomo o donna, sa che questo è un mito alimentato per spaventare e coartare gli stolti. I governi di tutto il mondo, consapevoli dei rispettivi interessi, di norma non si invadono tra loro. Hanno imparato che possono guadagnare molto di più dall’arbitrato internazionale dei conflitti piuttosto che dalla guerra e dalle sue conquiste.

    […]

    L’esperienza vita quotidiana dimostra che l’individuo armato è immancabilmente ansioso di dar prova della propria forza. Storicamente, vale lo stesso per i governi. I paesi davvero pacifici non sprecano vite ed energie a preparare la guerra, ed è solo così che si mantiene la pace.
    Comunque, tutto il clamore a favore di un potenziamento dell’esercito e della marina non è affatto dovuto a una qualche minaccia straniera. La sua origine va piuttosto ricercata nella paura che incute il diffondersi dello scontento tra le masse e dello spirito internazionalista tra i lavoratori. È per affrontare il nemico interno che i poteri di diversi paesi si stanno preparando – un nemico che, risvegliato alla coscienza di sé, è destinato a dimostrarsi più pericoloso di qualsiasi invasore straniero.
    Le potenze che secoli si sono ingegnate ad assoggettare le masse ne hanno studiato a fondo la psicologia. Sanno che il popolo nel suo insieme è come un bambino disperato le cui lacrime si possono facilmente trasformare in gioia con un semplice giocattolo. E quando più sontuosa sarà la confezione, quanto più sgargianti i colori, tanto più il bambino di un milione di teste ne rimarrà affascinato.

    L’esercito e la marina rappresentano i giocattoli della popolazione. Per renderli più attraenti e più accettabili, si spendono centinaia di migliaia di dollari in panoplie e parate. È stato questo lo scopo del governo americano quando, appena varata la flotta, l’ha mandata a navigare lungo le coste del Pacifico in modo che ogni americano potesse sentire l’orgoglio e la gloria di vivere in questo paese. La città di San Francisco ha speso più di 100.000 dollari per ospitarla; Los Angeles 60.000; Seattle e Tacoma circa 100.000. Ho detto ospitare la flotta? Avrei dovuto dire imbandire banchetti per pochi ufficiali di grado superiore, mentre i nostri “valorosi ragazzi” dovevano ammutinarsi per avere da mangiare a sufficienza. E sì, si sono spesi 260.000 dollari in fuochi d’artificio, allestimenti teatrali e feste, in un momento in cui ovunque nel paese uomini, donne e bambini muoiono di fame per le strade, e migliaia di disoccupati sono disposti a vendere il proprio lavoro a qualsiasi prezzo. 260.000 dollari! Che cosa non si sarebbe potuto fare con una cifra talmente enorme? Ma invece di ricevere pane e alloggi, i bambini di quelle città sono stati portati ad ammirare la flotta, affinché ne conservino, come ha detto un giornalista, «un ricordo imperituro» .
    Una cosa meravigliosa da ricordare, non vi pare? Gli strumenti per una mattanza legale. Se la mente del bambino viene avvelenata con simili ricordi, che speranza c’è di realizzare una vera fratellanza umana?

    L’esperienza della vita quotidiana dimostra che l’individuo armato è immancabilmente ansioso di dar prova della propria forza. Storicamente, vale lo stesso per i governi. I paesi davvero pacifici non sprecano vite ed energie a preparare la guerra, ed è solo così che si mantiene la pace.
    Comunque, tutto il clamore a favore di un potenziamento dell’esercito e della marina non è affatto dovuto a una qualche minaccia straniera. La sua origine va piuttosto ricercata nella paura che incute il diffondersi dello scontento tra le masse e dello spirito internazionalista tra i lavoratori.

    In un recente giro di conferenze a San Francisco, ho avuto occasione di visitare il Presidio, uno splendido punto panoramico affacciato sulla Baia e il Golden Gate Park. La sua destinazione doveva essere quella di un campo da giochi per bambini, di giardini e musica per ristorare coloro che sono stremati. Invece è stato reso brutto, piatto e grigio dalle  caserme – baracche dove i ricchi non lascerebbero dormire nemmeno i propri cani.

    […]

    Lo spirito del militarismo ha già contaminato tutti i ceti sociali. Eppure, io sono convinta che il militarismo corra qui maggiori rischi che in qualsiasi altro paese a causa delle tante promesse che il capitalismo fa a coloro che vuole soggiogare.
    I primi segni si vedono già nelle scuole. Con ogni evidenza, il governo segue il motto gesuitico «Dammi la mente del bambino e da quella plasmerò l’uomo». E infatti le menti infantili, addestrati alle tattiche militari e condizionate dalla glorificazione delle imprese militari nei libri di testo, vengono traviate secondo i fini di governo. Più tardi, i giovani vengono invitati ad arruolarsi nelle forze armate da allettanti manifesti. «Una splendida occasione di vedere il mondo!», strilla il piazzista governativo. È così che i ragazzi innocenti vengono adescati dal patriottismo, mentre il Moloch militare avanza a grandi passi verso la conquista dell’intera nazione.
    I lavoratori americani sono talmente repressi dai soldati statali e federali che il loro  disprezzo per i parassiti in uniforme è ven giustificato. Tuttavia, il fatto di denunciarlo non risolverà certo il problema. Ciò di cui abbiamo bisogno è una propaganda in grado di rieducare  i soldati grazie a una etteratura anti-patriottica che li illumini sugli orrori della loro professione e li renda invece consapevoli dell’affinità che li accomuna agli uomini dal cui lavoro dipende la loro stessa esistenza.
    Non a caso è proprio questo che le autorità temono più d’ogni altra cosa. Tanto che per un soldato partecipare a un incontro indetto da elementi radicali è già alto tradimento. E certamente si condannerà come alto tradimento anche la lettura di un opuscolo radicale. D’altronde, e da tempo immemore, l’autorità costituita non ha forse sempre bollato come tradimento ogni passo avanti verso il progresso?
    Tuttavia, chi davvero si batte per rifondare la società riuscirà ad affrontare anche questo, perché è forse più importante portare la verità dentro le caserme che dentro le fabbriche. E quando finalmente avremo smantellato la menzogna patriottica, ci troveremo il cammino sgombro per procedere verso quel grande insieme in cui tutte le nazionalità saranno unite da una fratellanza universale: una vera SOCIETÀ LIBERA.

  • Se in Italia si legge poco, forse è anche perché i libri sono “illeggibili”?

    Qualche giorno fa, il regista danese Nicolas Winding Refn, invitato d’onore al festival milanese sulle colonne sonore SLAM (Sounds Like a Music), prima di parlarci del suo rapporto tra immagine e suono, della genesi punk dei suoi lavori giovanili e delle sane ossessioni che nutre da sempre per sua madre, ha teneramente premesso: “sono dislessico”. Va da sé, ha confessato, che non potendo leggere libri, da giovane guardassi troppa TV e ascoltassi tantissima musica.

    Ripenso alle sue parole, oggi, con un libro in mano: The Silence di DeLillo, edizione inglese pubblicata nel 2020 da Picador. Un libro che a farsi leggere ci prova davvero.

    Parlo proprio del libro, non del romanzo.

    Un libro di carta, fatto di centoventisei pagine che hanno la particolarità di sembrare appena uscite, calde calde, da una tipografia casalinga. Il font utilizzato simula, infatti, l’aspetto dei caratteri prodotti dalle vecchie macchine da scrivere. Un Courier Prime, forse, o un altro carattere typewriter della famiglia Courier; in ogni caso un font “monospaziato”, a spaziatura fissa, in cui a ogni lettera viene assegnata la stessa quantità di spaziatura orizzontale sul foglio.

    Oltre al carattere, colpisce anche la spaziatura tra una riga e l’altra: è alquanto generosa, inusualmente abbondante.

    Il testo, infine, non è giustificato, ovvero “impacchettato” in blocchi di righe della stessa lunghezza. Scorre invece da sinistra a destra in modo più libero, come una bandiera al vento (in gergo viene infatti chiamato proprio così, a “bandiera”), facilitando la lettura. A questo stile di impaginazione i lettori anglosassoni sono oggi senza dubbio più avvezzi rispetto a noi italiani, anche se non è sempre stato così: c’è stata la volontà di migliorare la leggibilità.

    Anche se non sono dislessica come Refn, ma soltanto affetta da problemi di vista, come più di due miliardi di persone in tutto il mondo, di fronte alle pagine di questo libro tiro ugualmente un sospiro di sollievo. Anzi, accade qualcosa di più: sono pervasa da un senso di gratitudine.

    È come se qualcuno, prima di leggere, mi avesse delicatamente posato sugli occhi due fette di cetrioli, dopo avermi applicato sul viso una maschera rigenerante. Questo qualcuno – un editore premuroso – ha accorciato le distanze tra forma e sostanza, o meglio ha pensato che agire sulla forma fosse indispensabile per poter far penetrare la sostanza attraverso i miei occhi e, da lì, nel cervello. D’altra parte, si tratta del verbo di DeLillo, perbacco. Questo è un libro benedetto. Vogliamo o non vogliamo che sia letto dal più alto numero di seguaci?

    Scommetto che qualcuno sarà inorridito di fronte a queste pagine che a me procurano, invece, tanto giubilo. Tra vintage e démodé il confine è sottile, avranno commentato alcuni. Cos’è questo lezioso ritorno al passato? Una ridicola font “macchina da scrivere”… non sanno più cosa inventarsi. E poi, tutto questo spazio bianco… inquietante.

    Inquietante è che in Italia, a fronte di una flessione nelle vendite dei libri così importante – l’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria” dell’Associazione Italiana Editori parla di 20,7 milioni di euro in meno nei primi nove mesi del 2025 – non si riesca a vedere oltre la necessità di avere “misure di sostegno alla domanda” da parte del Governo.

    Il calo sistematico dei lettori in Italia è dovuto a ragioni molteplici, spesso interconnesse, molte delle quali faticano a essere riconosciute dagli addetti ai lavori per il semplice fatto che li chiamano in causa. Sono frutto di errori e mancanze.

    Tra le più gravi, a mio parere, vi è proprio la cecità del settore di fronte alle fatiche fisiche che l’atto di leggere sempre più comporta da parte di tutti.

    Tanto più che il numero dei lettori, e potenziali tali, per i quali leggere rappresenta una sfida percettiva è cresciuto: ipovedenti, anziani, persone con dislessia o con disturbi oculistici. Parallelamente, la qualità del prodotto “libro cartaceo” si è notevolmente abbassata, anche – ma non solo – per via del rincaro dei costi delle materie prime. Se ancora il mercato si ostina a proporre libri stampati con caratteri minuscoli e interlinea inesistente, considerati ormai illeggibili da un’importante fascia di popolazione, il tutto su carta scadente effetto “velina”, è evidente che si dimostra indifferente ai bisogni primari del lettore, tra i quali vi è, in testa a tutti, l’esigenza di poter esercitare le sue facoltà di lettura su libri leggibili.

    Secondo numerose ricerche, la lettura, insieme al riconoscimento dei volti, è l’attività quotidiana correlata alla visione che richiede il livello più alto del visus per essere svolto normalmente. Come evidenzia l’Associazione Lettura Agevolata, che porta avanti da anni progetti di sensibilizzazione verso la leggibilità dei testi in tutti gli ambiti e settori, “diversi studi indicano che il 90% delle persone che vedono meno di 5/10 ha una ridotta capacità di lettura di testi di dimensioni correnti. Un livello lieve di ipovisione non conferisce consistenti diritti legali, ma limita comunque in misura più o meno grave la lettura, una fondamentale attività della vita quotidiana.”

    Nel mondo dell’istruzione e dell’editoria scolastica, così come in diversi ambiti della comunicazione, la leggibilità è considerata ormai un criterio decisivo, dal quale non si può prescindere quando si progettano contenuti. Gli editori italiani di narrativa continuano, invece, ad andare in direzione contraria. Aprire finalmente un dibattito pubblico sul tema potrebbe forse incoraggiarli a riflettere.

  • “Il design come attitudine” di Alice Rawsthorn, edizione italiana

    Immaginate un mondo in cui la parola “design” vi richiamasse alla mente progetti di innovazione sociale, economica, politica e culturale, e in cui il significato di questa parola contemplasse quello di “forza creativa capace di cambiare in profondità le nostre vite”, piuttosto che evocare un repertorio sconfinato di cose molto stilose destinate a trasformarsi in spazzatura — destino che è l’essenza di tutti gli oggetti, come diceva Roland Barthes e come ci ricorda Alice Rawsthorn nel suo libro Il design come attitudine, in un capitolo intitolato “Il tramonto degli oggetti”.

    In un tal mondo, il nome di Alice Rawsthorn non suonerebbe familiare soltanto agli addetti ai lavori. E forse oggi, in Triennale, ad ascoltare la presentazione del suo libro, ci sarebbe un pubblico più eterogeneo.

    Quando, una quindicina di anni fa, cominciai a interessarmi al design, a fare ricerca sul lavoro dei giovani designer e a scriverne su alcune riviste, prima del tramonto della carta e agli albori di quella rivoluzione digitale che ha cambiato definitivamente il nostro modo di fare e “consumare” informazione, Rawsthorn, all’epoca columnist del New York Times, era la paladina del social design. Fu anche grazie alle sue autorevoli, illuminanti riflessioni che mi convinsi che le potenzialità del design come “agente di cambiamento”, ancora così sottovalutate, sarebbero state presto riconosciute dall’opinione pubblica. Me ne persuasi a tal punto da dedicarmi per alcuni anni proprio all’esplorazione di questa avanguardia e alla promozione del design thinking e della design innovation. Creai perfino un’ambiziosa piattaforma internazionale – si chiamava Onclaude – che avrebbe dovuto fare da trampolino di lancio per questo tipo di progetti. Fu molto faticoso e difficile e, per quanto sorretta da debordante idealismo, finii per mollare il colpo.

    Non smisi, tuttavia, di pensare al design. Come una storia d’amore sfortunata – ognuno ha avuto le sue – il design mi è rimasto a lungo in testa. Per liberarmene, ho dovuto scrivere a un certo punto un romanzo i cui protagonisti non fanno che dubitare della necessità di progettare alcunché, inclusa la loro vita.

    Non ho però mai smesso di credere che chi pratica il design come attitudine, chi coltiva questo certo modo di pensare e di fare, sia una risorsa di cui il nostro mondo ha molto bisogno, e ne avrà senz’altro sempre più in futuro. Non ho mai smesso di credere che il design sia un’attitudine vincente.

    E mentre ascoltavo Alice Rawsthron rispondere con impeccabile aplomb ai dubbi del pubblico – aleggiava un “ma siamo davvero sicuri che finalmente sia arrivato il nostro momento?”, anche se nessuno avrebbe mai osato porla in questi termini – pensavo che il suo ottimismo adamantino è oggi ancora più necessario di quanto lo fosse dieci anni fa.

    Di ottimismo è pregno il suo libro, che arriva ai lettori e alle lettrici italiane in una curatissima traduzione di Johan & Levi, basata sulla seconda edizione inglese di Design as an Attitude, pubblicata nel 2022. Uscito per la prima volta nel 2018, il libro nasceva come raccolta di alcuni dei più significativi articoli pubblicati all’interno della rubrica “By Design” che l’autrice teneva sulla rivista inglese frieze. Per questa seconda edizione, Rawsthorn ha rivisto, dopo la Pandemia, gli articoli originali.

    Questa nuova edizione è stata aggiornata e integrata con nuovi testi, ma l’obiettivo rimane lo stesso: descrivere quella che ritengo essere un’epoca esaltante per il design, seppur decisamente impegnativa, un’epoca in cui sia la disciplina sia il suo impatto sulle nostre vite stanno drasticamente cambiando (…)

    Il volume, indaga come i designer, professionisti e non, stiano svolgendo questo ruolo in un’epoca eccezionalmente turbolenta e spesso pericolosa, nella ci troviamo a gestire, su molti fronti, cambiamenti di rapidità e portata senza precedenti.

    Tra questi ci sono sfide globali come l’aggravarsi della crisi climatica e dell’emergenza profughi; il dilagare della povertà, del pregiudizio, dell’intolleranza e degli estremismi; il riconoscimento del fatto che molti sistemi e istituzioni che hanno organizzato le nostre vite nel secolo scorso non sono più efficaci; la necessità pressante di ricostruire il nostro mondo dopo la devastante pandemia da Covid-19, proteggendola da pandemie future, e il flusso di tecnologie sempre più complesse che promettono di trasformare la società, anche se non sempre in meglio. Il design come attitudine racconta come i design stiano reagendo a tutto questo (…)

    Il titolo Design as an Attitude è un omaggio a László Moholy-Nagy, l’eclettico artista ungherese che dopo essere stato attivo all’interno del movimento costruttivista nel suo paese natale, visse l’epoca d’oro del Bauhaus in Germania (insegnò a Weimar e Dessau dal 1923 al 1928); lavorò tra Parigi e Londra negli anni in cui emergeva il Modernismo e si stabilì infine, alla fine degli anni Trenta, a Chicago, dove diresse inizialmente il New Bauhaus, per poi fondare l’Institut of Design.

    Rawsthorn si rifà al concetto di “design attitudinale” che Moholy-Nagy aveva pionieristicamente illustrato in Vision in Motion, il libro di una vita la cui scrittura lo impegnò fino al giorno della sua morte. Tutti i problemi del design, diceva Moholy-Nagy, si fondono su un unico grande problema: il “design per la vita”.

    In una società sana, il design incoraggerà ogni singola professione e vocazione a fare la propria parte, perché è il grado di correlazione tra le diverse discipline a plasmare l’essenza di ogni civiltà.

    Ispirata da queste grandi verità, non posso fare a meno di chiedermi perché, ancora oggi, i nostri governi, i nostri politici, chi ci amministra, fatichino ancora così tanto ad accogliere i designer tra le fila di chi dovrebbe progettare, insieme a loro, la vita in comune. In società, appunto.

    Rivolgo quindi la domanda a Rawsthorn, nel corso della presentazione, chiedendole di offrirci qualche esempio riuscito di collaborazione tra designer e pubblica amministrazione. Rawsthorn risponde citando l’interessante lavoro svolto dalla sociologa Hilary Cottam, che in Inghilterra ha provato a reinventare lo stato sociale con la sua organizzazione Participle. La sperimentazione è stata portata avanti con successo per circa un decennio e ha lasciato il segno. Peccato che sia stata interrotta nel 2015 per mancanza di finanziamenti.

    Cambiano i governi, cambiano i cosiddetti decision makers, cambiano le regole del gioco. Le sfide del designer stanno certamente anche nel sapersi adattare a questi mutamenti.

    Ma il buon design che migliora la vita dei cittadini, mi trovo a pensare mentre torno a casa, non potrebbe semplicemente restare?

    I brutti palazzi progettati male restano in piedi eccome, penso guardandomi intorno. Non sono più desiderabili, non ci servono più, eppure non tramontano mai. Questa lotta per la sopravvivenza tra gli oggetti di cui parla Rawsthorn segue forse leggi più oscure di quelle darwiniane.

    La citazione in evidenza è tratta da I”l design come attitudine” di Alice Rawsthorn, pubblicato da Johan & Levi editore. Copyright © 2025 Johan & Levi

    La foto l’ho scattata durante la presentazione del libro alla Triennale di Milano il 17 settembre 2025.

  • Ridere di gioia e soccombere alla tristezza a Marrakech

    “Perché avete ucciso vostro marito?” In lacrime, la moglie di Chaloula, interrogata dal commissario nel racconto “Il mostro di Frankenstein” (Le mostre de Frankenstein) di My Seddik Rabbaj, confessa che avrebbe voluto soltanto renderlo docile e incapace di alzare la voce “come un morto”.

    A compiere tale innocente miracolo sarebbe dovuto servire l’impasto acquistato da una vecchia guaritrice, che una sera la donna propina a cena al consorte. Ingurgitarlo gli sarà fatale, non tanto perché il cibo fosse avariato, e lo era senz’altro visto che si trattava di resti levati di bocca a un morto riesumato dal cimitero, secondo la “ricetta” della vecchia venduta come infallibile; piuttosto, si scoprì che il morto era un incantatore di serpenti (o di folle?) che una notte aveva dimenticato di rimuovere il veleno dalle fauci del suo amico rettile; il serpente ne aveva dunque approfittato per morderlo a tradimento alla nuca. Il miracolo promesso dalla vecchia si era trasformato così in inesorabile disgrazia. Veleno e antidoto sono, d’altra parte, parenti.

    In questa raccolta di racconti, la ville joyeuse mostra un volto dolente e beffardo. L’ocra si sporca di nero e la macchia si allarga inghiottendo le speranze dei suoi abitanti e non solo. La città attira e respinge anche me, che non vi ho mai abitato ma che ho imparato ad amare e odiare da viaggiatrice.

    Marrakech mi elettrizza e allo stesso tempo mi rende nervosa, con quel traffico ostinato capace di coprire ogni rumore a parte il canto del muezzin del minareto della Koutubia e il suono incessante del pungi degli incantatori di serpenti della piazza Jemaa el-Fna. Meglio Essaouira e la musica del suo oceano. Ma a distanza di mesi, con questo libro in mano, mi ritrovo a ripensare con nostalgia a quel fracasso.

    Chi mai oserebbe, si chiede nella Prefazione lo scrittore Yassin Adnan, curatore di questa raccolta di quindici racconti ambientati nella “città rossa”, tessere una trama oscura attorno al cuore di un luogo deputato da sempre all’allegria e alla dolcezza di vivere?

    Farlo in modo convenzionale, pretendendo di far rispettare a scrittori e scrittrici di una città come questa le regole di un genere, il noir, che da queste parti non è molto praticato, sarebbe un’impresa fallimentare. Lo stesso Adnan, quando deve tessere la sua “trama oscura”, lo fa a modo suo, servendosi di uno humour tagliente, come già fa presagire il titolo del racconto che porta la sua firma, “Una e-mail dal cielo” (Un e-mail du ciel).

    Scritto in arabo e tradotto in francese da Catherine Charruau per l’edizione marocchina del volume, pubblicata nel 2020 dalle Éditions du Sirocco di Casablanca – l’edizione originaria, del 2018, è della casa editrice americana Akashic Books – è la storia di una divertente beffa dal tragico epilogo, nata tra le postazioni di uno cyber caffè frequentato da adolescenti creduloni, pieni di speranze verso il futuro. Una satira sull’ortodossia religiosa e sul fanatismo, in cui un ragazzo musulmano aspirante cristiano si indottrina su internet per farsi bello agli occhi di una ragazza nigeriana e per facilitarsi la vita, così crede, da futuro emigrato; per vendicarsi di un compagno di chat bigotto e spione che ha raccontato tutto a suo padre, comincerà a inviargli mail “sante” facendogli credere che siano state spedite direttamente da un angelo, fino a indurlo a compiere un gesto folle, per quanto innocuo, sulla piazza pubblica. A Jemaa el-Fna, vestito di bianco da capo a piedi, dopo aver terrorizzato i turisti facendo proclami contro gli infedeli, finirà arrestato dalla solerte polizia marocchina, davanti agli occhi ormai costernati del “fratello” che gli aveva sortito l’inganno.

    Di ironia amara sono intrisi diversi di questi racconti, che in realtà hanno poco altro in comune, diversamente dalle storie, spesso simili tra loro, della tradizione e delle leggende popolari raccontate in cerchio dagli Ḥlaiqi, i performer di Jemaa el-Fna.

    Oltre all’ironia, che in rari casi si fa cinismo e arriva al sarcasmo, mentre in altri si mantiene fin troppo leggera, ad accomunare alcune delle storie incluse in questa raccolta è la mistificazione continua della realtà operata dai suoi personaggi: la verità si traveste da menzogna e viceversa, i brutti ricordi e i traumi si trasformano in aneddoti, il succo della storia, persino quello della propria vita, si perde e si ritrova tra fatti, enigmi, scandali, pettegolezzi e malintesi fatali. Gli abitanti di Marrakech hanno d’altra parte la fama di chi si ostina a colorare la realtà, per tenere fede al mito della città, o forse per esorcizzare l’immancabile malinconia che ti pugnala alle spalle in pieno giorno, quando la gioia della notte evapora come i fumi del kif. Gli abitanti di tutta una vita, si intende, o di chi vi ha trascorso degli anni o anche solo pochi folli giorni a rincorrere i propri sogni, come Patti, la ricca collezionista d’arte americana invaghitasi del Pacha negli anni Trenta, di cui Mohamed Achaari ci racconta la controversa storia in “La mummia di Dar-el-Pacha” (La momie de Dar el-Pacha).

    Quanto Patti ritornò a Marrakech, più di quarantacinque anni dopo il dramma della sua prima visita, fu per curare una ferita che le aveva avvelenato la vita. Per anni aveva coltivato nella memoria un giardino verdeggiante dove crescevano alberi frondosi, di legno duro, tra i quali nessuna pianta inopportuna si era mai insinuata. Aveva sempre pensato che le nostre disgrazie infestano i luoghi in cui le abbiamo vissute, e allo stesso modo infestano la nostra memoria: l’unico modo per spazzarle via è riconciliarsi con i luoghi che sono state teatro di quelle disgrazie, cancellando le ultime tracce dolorose che vi sono rimaste (estratto da La momie de Dar-el-Pacha di Mohamed Achaari; traduzione in italiano mia, originale in arabo del Maracco tradotto in francese da France Meyer).

    Scappa dal proprio passato anche Imane, la protagonista del racconto più intenso e cupo di Marrakech Noir, “Una vita spezzata” (Une vie brisée) di Karima Nadir, scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani, co-fondatrice del collettivo 490, che si batte per abolire l’articolo del codice penale marocchino, numero 490 appunto, che criminalizza il sesso al di fuori del matrimonio.

    Il racconto è contenuto nella terza e ultima sezione del libro, intitolata “Oltre le mura” (Au-delà des murs), le cui storie sono ambientate in quartieri periferici che si trovano appunto al di là delle antiche mura della medina. Quello in cui si svolge questa storia si chiama Amerchich e prende nome dall’ospedale psichiatrico per il quale è conosciuto.

    “Per Dio, è ciò che ci vuole a tua madre, Amerchich e nient’altro!” gridò sua madre. Amerchich non è soltanto il nome di un quartiere di Daoudiate. Non è neppure unicamente il nome di un ospedale specializzato in differenti tipi di malattie. È anche un improperio. A Marrakech, Amerchich è diventato una sorta di insulto che si lancia contro il proprio avversario per tacciarlo di imbecillità e follia. Di non essere capace di vivere in società. Tra la gente per bene e normale. Per sua sfortuna, Imane aveva una madre che era stata infermiera prima di andare in pensione. E per la cronaca, conosceva delle persone che lavoravano a Amerchich.

    In questa Amerchich, luogo fisico e simbolico in cui cacciare tutto ciò che la medina non può contenere, neppure celandola nel buio delle sue notti trasgressive in cui tutto è concesso purché serva ad alimentare il mito di Marrakech la “città gioiosa”, Imane ci finisce un giorno dopo aver dimenticato chi sia. Un’amnesia totale, forse frutto dell’abuso di alcool e di haschisch, ma soprattutto della sua fatica di vivere. Ad Amerchich Imane finirà i suoi giorni, suicida.

    A preservare nella memoria la sua storia saranno due amiche, Alice e Sarah, che a questo luogo approdano per motivi ben differenti, l’una psichiatra e l’altra dottoranda in Scienze Umane. C’è, tuttavia, qualcosa che le unisce nel profondo e che le fa riconoscere nella storia dolorosa di Imane. “Ogni volta che entravo in una biblioteca”, racconta Sarah, pensavo a Imane e alla sua passione per la lettura. Spesso la notte, dopo essermi coricata, inseguivo la sua voce nelle pieghe della mia anima”. Anche Alice e Sarah scappano forse da una loro Amerchich, un luogo in cui qualcuno vorrebbe confinarle, ma come Patti, la vecchia americana che da giovane si innamorò del Pacha, hanno deciso di ritornarvi per cancellare le tracce nere della loro tristezza.

    Foto scattata questa primavera al Musée des Confluences (palazzo Dar El Bacha) di Marrakech, che ospita l’installazione fotografica L’invisible dévoilé dell’artista Lalla Essaydi. Nella foto in alto (sempre mia), la Koutubia, l’antico minareto di Marrakech. Anche la foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Una morte a Malta, la storia della giornalista Daphne Caruana Galizia raccontata dal figlio Paul

    AGGIORNAMENTO del 4-10-2026

    Il 2 settembre 2026, la giuria ha assolto Yorgen Fenech, imprenditore erede di una delle famiglie più potenti di Malta, dalle accuse di complicità e associazione a delinquere per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia. I mandanti dell’omicidio restano impuniti.

    Il 22 settembre 2026 il procuratore generale di Malta ha fatto ricorso in appello contro il verdetto di non colpevolezza espresso dalla giuria a favore di Yorgen Fenech.

    Yorgen Fenech, insieme all’ex direttore e attuale azionista di ElectroGas Paul Apap Bologna, all’ex Ministro dell’Energia Konrad Mizzi e all’ex capo di gabinetto del Primo Ministro Keith Schembri Mizzi restano accusati di corruzione e concussione in relazione al progetto ElectroGas.

    Yorgen Fenech è anche accusato di aver corrotto l’ispettore di polizia responsabile dell’Unità per i Reati Economici e delle indagini sulla società di Fenech, la 17 Black. Altri procedimenti giudiziari potrebbero seguire.

    Il 22 settembre 2022 la Fondazione Caruana Galizia, Insieme all’Istituto dei giornalisti maltesi (IĠM), a PEN Malta e a Repubblika, ha indirizzato una lettera al Primo Ministro di Malta, Robert Abela, in merito alle riforme proposte sulla legislazione sul giornalismo e sulla libertà dei media, chiedendo che il testo di legge proposto venga sottoposto a una vera e propria consultazione pubblica e che venga garantito il tempo necessario per un’analisi approfondita, per il dibattito e per la presentazione di emendamenti prima che i disegni di legge vengano presentati in Parlamento.

    https://www.daphne.foundation/en/2026/09/22/proposed-legislation-journalism-media-freedom

    Un dottore arrivò a visitarla e quando vide il libro che stava leggendo esclamò ‘ “Allora la chiamerete Daphne, così diventerà una scrittrice?”

    I miei nonni risero. Ma quando il dottore se ne andò, stettero in silenzio, ci rifletterono su e poi concordarono sul fatto che Daphne fosse un bel nome.

    Le suore non ne furono contente. Non c’era una Daphne nella Bibbia, non esisteva una Santa Daphne, non c’era nessuna in famiglia con questo nome. E, in ogni caso, le donne non diventavano scrittrici a Malta. Li misero in guardia che all’anagrafe non avrebbero accettato quel nome perché non era cristiano. Daphne era una ninfa greca, una figura del mito e della fantasia.

    Raggiunsero un compromesso: il nome della bambina sarebbe stato Daphne Anne. Maltese e non maltese.

    (Un breve estratto da A death of Malta, Penguin Books 2024, traduzione mia)

    Dieci giorni prima di essere assassinata, il 16 ottobre 2017, per aver rivelato i torbidi retroscena della privatizzazione della società elettrica maltese, un intreccio mafioso tra lo Stato e il principale gruppo imprenditoriale del Paese, o giornalista Daphne Caruana Galizia racconta in un’intervista che per lei scrivere era sempre stata una compulsione.

    È la parola che, sospetto, chiunque non possa fare a meno di scrivere userebbe per definire il proprio rapporto con la scrittura, soprattutto se ha preso il “vizio” da piccolo. Io non saprei come definire il mio, se non appunto così. Una compulsione che impari a disciplinare, ma che ti caratterizzerà per sempre come persona, nel bene e nel male. E come i vizi peggiori, ti porta ad acquisire un certo tipo di postura. Fisica ma anche mentale. Un modo di guardare ciò che ti circonda come qualcosa di necessariamente altro da te.

    “Non mi sono mai sentita al mio posto, qui”, confessa Daphne in quell’intervista. Spiega che la sua prospettiva era quella di chi guarda al proprio paese dall’esterno, come farebbe un antropologo, che osserva l’oggetto della sua indagine dal di fuori.

    Nell’accingersi a scrivere A Death in Malta, “Storia di un assassinio e di una famiglia che cerca giustizia”, Paul Caruana Galizia, uno dei tre figli maschi di Daphne – il minore – si rende conto di non aver capito l’”essenza” di sua madre, il suo vivere da outsider. Decide quindi di partire proprio da questo aspetto della sua personalità per raccontare chi era, perché aveva cominciato a scrivere e perché lo Stato maltese ne ha permesso l’omicidio creando un clima di impunità nell’isola.

    Divenuto anche lui giornalista investigativo, come il fratello Matthew, che poco prima dell’assassinio aveva lavorato con la madre ai Panama Papers, scrive un bel libro che non è soltanto un’inchiesta giornalistica sulle trame della corruzione a Malta, ma come ben coglie una recensione del Sunday Times citata nel frontespizio, “si legge come un thriller, una detective story e il testamento di una vita e del lavoro di una donna straordinaria”.

    Paul racconta che in una torrida giornata di agosto in cui faceva troppo caldo per uscire, una ancora giovanissima Daphne – aveva avuto il primo figlio a 21 anni – sfogliava i giornali mentre era “bloccata a casa con noi tre”. Negli anni Novanta quei giornali erano “come i suoi figli”, ammette: maschi e con niente di interessante da dire. E questo nonostante, a partire dal 1987, quando i nazionalisti sconfissero i laburisti alle elezioni, la cattolicissima e tradizionalista Malta avesse cominciato ad aprirsi all’Occidente.

    Quando disse a un’amica che voleva scrivere sui politici del suo paese, criticarli ed esporli all’opinione pubblica, e questa le rispose che sarebbe stato troppo scioccante per Malta, Daphne rispose ottimisticamente che si trattava di “una cosa perfettamente normale, fuori da questo piccolo scoglio”.

    Ma tu vivi in questo piccolo scoglio, replicò l’amica. Ma questo non significa questo piccolo scoglio sia un posto speciale, ribatté lei. Non ci consideriamo forse europei? Allora, concluse, non possiamo dire: “Questo a Londra o a Roma si può scrivere, ma non a Valletta”.

    Paul capisce che Daphne aspirava ad avere libertà di espressione in un luogo in cui non era mai stata concessa e neppure desiderata. Il patriota maltese che andò a Londra nel 1835 per reclamare la libertà di stampa, ci racconta, riconobbe che il paese la desiderava soltanto in parte. Pensava che una totale libertà sarebbe degenerata in immoralità e avrebbe indisposto la Chiesa, che controllava uno dei due organi di stampa presenti sull’isola. L’altro apparteneva all’amministrazione coloniale, e quando quest’ultima abolì la censura, prima di quanto accadde in molti altri paesi, promulgò però anche una legge di diffamazione “piuttosto sensibile alle questioni religiose”. Così Malta introdusse una relativa libertà di espressione quando negli altri paesi non ve ne era nessuna, ma mentre gli altri in seguito emanciparono il giornalismo dal giogo della censura politica, Malta si guardò bene dal farlo. La cultura maltese ha continuato nel tempo a dare poco valore alla libertà di espressione e Daphne, spiega Paul, non lo sopportava: per questo, lei che credeva profondamente nell’Europa e si considerava “maltese e non maltese” allo stesso tempo, era così impaziente. Voleva vedere un cambiamento non soltanto nella classe politica ma anche nella gente comune, a tutti i livelli.

    Una prima edizione di Death of Malta è stata pubblicata nel 2023. Nel 2024 Paul Caruana ha aggiornato l’epilogo, con gli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio della madre, che quattrocento chili di tritolo nascosti sotto il sedile della sua Peugeot 108 fece saltare in aria, a pochi metri da casa, otto anni fa. A oggi, sono stati arrestati gli esecutori, gli intermediari e il presunto mandante (o uno dei?), il maltese Yorgen Fenech.

    Rampollo cocainomane di una delle famiglie di imprenditori più potenti dell’isola, già arrestato per possesso di droga a Huston in Texas, dove stava andando a disintossicarsi, dopo essere stato beccato a sniffare su un volo intercontinentale; magnate del gioco d’azzardo, della speculazione immobiliare e delle partite di calcio truccate, indagato nel 2019 anche dalla Procura di Catania nell’inchiesta “I treni del gol”, Fenech è soprattutto il tycoon del gas che all’epoca dell’omicidio di Daphne era uno dei tre direttori di ElectroGas, consorzio di cui faceva parte la società dell’Azerbaijan Socar, a cui era vincolata da un contratto di fornitura di 18 anni: dagli azeri acquistava a caro prezzo gas che poi rivendeva maggiorato a Enelmalta, società pubblica legata a sua volta da un contratto esclusivo con ElectroGas.

    Daphne e suo figlio Matthew, grazie ai leaks dei Panama Papers, avevano scoperto e reso pubblici i dettagli di questo contratto incredibilmente svantaggioso che il governo maltese aveva stipulato non certo a favore dei contribuenti maltesi, per i quali si prevedeva invece la perdita di decine di milioni di euro. Un ingranaggio diabolico di scatole cinesi in cui a guadagnarci personalmente erano anche Keith Schembri, ex capo del Gabinetto del governo laburista di Joseph Muscat, e l’ex ministro del turismo Konrad Mizzi, a cui Fenech pagava corpose tangenti attraverso la società off shore 17 Black con sede a Dubai, la cui esistenza era stata intercettata proprio dai Panama Papers a cui aveva dato ampiamente spazio Daphne nel suo blog Running Commentary. Con i soldi sporchi di chi? Degli azeri, ovviamente, che 17 Black provvedeva a spartire.

    L’inchiesta, che ha confermato le tesi di Daphne, è stata chiusa soltanto quest’anno. Schembri e Mizzi sono stati coinvolti nel frattempo anche in un ulteriore scandalo, insieme all’ex premier Muscat: tutti accusati di appropriazione indebita, frode e riciclaggio in relazione alla privatizzazione di tre ospedali pubblici, il cosiddetto “l’affare Vitals” (Vitals Global Healthcare) sul quale per prima Daphne aveva sollevato pesanti dubbi.

    Non finisce purtroppo qui.

    Prosegue infatti il progetto per alimentare la centrale elettrica di Delimara nel sud-est dell’isola, sulla cui costruzione e gestione da parte di ElectroGas Daphne stava indagando, con il nuovo gasdotto Melita TransGas, 158 km di tubi sottomarini tra la Sicilia e Malta. Un progetto da 400 milioni di euro, finanziato dalla UE, di cui ben 85 milioni entreranno nelle tasche di ElectroGas. Il vero nodo attorno al quale ancora si stringono gli interessi di chi voleva la morte di Daphne, e che vincolerà Malta per decenni ai combustibili fossili, impedendo una transizione ecologica verso fonti rinnovabili.

    Ci sarà mai, dunque, spazio per un epilogo positivo?

    I maltesi che credono nella democrazia, nella libertà di espressione, in un’economia più giusta, in una società più equa, riusciranno a invertire la rotta, come avrebbe voluto Daphne, di questa folle e immorale corsa verso una finta modernizzazione di cui beneficiano soltanto i più corrotti, avidi, criminali tra loro? E ci riusciranno i cittadini onesti di tutti gli altri paesi europei complici e, in molti casi, altrettanto corrotti?

    Per saperne di più:
    Daphne Caruana Galizia Foundation

    La foto nella cover l’ho scattata a Medni (Medina), l’antica capitale di Malta, dove ho acquistato una copia del libro A Death of Malta, non ancora tradotto in Italia.

    Leggi anche: Hamrun, poveri e belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)