
Ieri si è aperta la nuova stagione di Campo Teatrale, vivace realtà del circuito milanese che si impegna da tempo nella promozione di compagnie emergenti e nuovi talenti.
Una delle loro iniziative più interessanti è Theatrical Mass, progetto che mette al centro l’interazione e il dialogo tra artisti e pubblico: attraverso un bando annuale, vengono selezionati i migliori lavori da sottoporre – sotto forma di estratti – al pubblico e a una giuria formata da un gruppo di spettatori, i “Teatricoltori”. Questi ultimi sono chiamati a valutare non soltanto quanto hanno visto ma anche i contenuti dell’intero progetto artistico, discutendo della sua possibile evoluzione insieme agli artisti, in un momento di approfondimento prezioso per entrambi.
[fùn-go] – una favola cronica, di Redini, Rizzo e Scalet, non è il progetto vincitore di Theatrical Mass ma è stato il secondo lavoro più apprezzato dal pubblico e dai Teatricoltori.
Lo spettacolo ha mantenuto le promesse: è una delicata “favola cronica”, come preannuncia il titolo, che ci accompagna con il linguaggio della metafora verso l’esplorazione di una metamorfosi irreversibile. Una donna si trasforma lentamente in fungo, sotto gli occhi – e le mani – dapprima increduli, sconcertati, poi via via complici, amorevoli e simbioticamente partecipi del suo compagno.
Ma come si diventa funghi, e soprattutto come si vive da funghi?
Sopravviverà qualcosa di noi, che ne sarà delle nostre radici? Saranno recise per sempre? Saremo “noi e il fungo”, costretti a stare incollati l’uno all’altro? Ci toccherà accettare di dover dipendere dall’altro, da un vegetale per giunta? Oppure l’altro ci fagociterà, ci incuberà dentro di sé e arriveremo al punto in cui non riconosceremo più la voce della nostra coscienza?
Forse perderemo i contatti con la realtà, per come la conosciamo. O semplicemente la percepiremo in modo diverso, come quando nuotavamo nel liquido amniotico. O forse non ha senso cercare di immaginarcelo, accadrà e basta, come successe un giorno alla principessa Mirra, che gli dei trasformarono in un albero. E quando la metamorfosi sarà compiuta, di ciò che eravamo prima resterà soltanto un nome, scritto con la minuscola: mirra.
A chi prima viveva in simbiosi con noi, in sintonia con il nostro corpo, con la nostra mente, potrebbe non bastare saperci vivi dentro quell’albero che porta il nostro nome, o dietro il cappello di quel fungo che sopravviverà a molte stagioni, insieme a noi, nel nostro giardino. Oppure potrebbe invece spalancare nuove possibilità di vita in comune.
Diventare fungo è una malattia per la quale non esiste cura, dalla quale non c’è ritorno, ma che non porterà alla morte, per come ce la immaginiamo.
[fùn-go] – una favola cronica ci chiede infatti, come i miti di Ovidio e la poesia Avevamo studiato per l’aldilà di Montale che sentirete a un certo punto recitare in scena, di affinare i sensi e ritrovarci, ancora una volta, dentro una metafora: un luogo che non esiste ma che pur ci sembra di conoscere così bene, quell’ambiente in cui parole e immagini possono ancora farsi lievi e toccarci, senza ferirci.
Ho assistito alla prima in compagnia di amici, e a teatro ho ritrovato anche una vecchia conoscenza: gli infaticabili animatori di BooktoMi. Qui trovate il link alle brevi interviste che hanno realizzato a fine dello spettacolo, ci sono anch’io!
Per saperne di più:
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