“Il design come attitudine” di Alice Rawsthorn, edizione italiana

Immaginate un mondo in cui la parola “design” vi richiamasse alla mente progetti di innovazione sociale, economica, politica e culturale, e in cui il significato di questa parola contemplasse quello di “forza creativa capace di cambiare in profondità le nostre vite”, piuttosto che evocare un repertorio sconfinato di cose molto stilose destinate a trasformarsi in spazzatura — destino che è l’essenza di tutti gli oggetti, come diceva Roland Barthes e come ci ricorda Alice Rawsthorn nel suo libro Il design come attitudine, in un capitolo intitolato “Il tramonto degli oggetti”.

In un tal mondo, il nome di Alice Rawsthorn non suonerebbe familiare soltanto agli addetti ai lavori. E forse oggi, in Triennale, ad ascoltare la presentazione del suo libro, ci sarebbe un pubblico più eterogeneo.

Quando, una quindicina di anni fa, cominciai a interessarmi al design, a fare ricerca sul lavoro dei giovani designer e a scriverne su alcune riviste, prima del tramonto della carta e agli albori di quella rivoluzione digitale che ha cambiato definitivamente il nostro modo di fare e “consumare” informazione, Rawsthorn, all’epoca columnist del New York Times, era la paladina del social design. Fu anche grazie alle sue autorevoli, illuminanti riflessioni che mi convinsi che le potenzialità del design come “agente di cambiamento”, ancora così sottovalutate, sarebbero state presto riconosciute dall’opinione pubblica. Me ne persuasi a tal punto da dedicarmi per alcuni anni proprio all’esplorazione di questa avanguardia e alla promozione del design thinking e della design innovation. Creai perfino un’ambiziosa piattaforma internazionale – si chiamava Onclaude – che avrebbe dovuto fare da trampolino di lancio per questo tipo di progetti. Fu molto faticoso e difficile e, per quanto sorretta da debordante idealismo, finii per mollare il colpo.

Non smisi, tuttavia, di pensare al design. Come una storia d’amore sfortunata – ognuno ha avuto le sue – il design mi è rimasto a lungo in testa. Per liberarmene, ho dovuto scrivere a un certo punto un romanzo i cui protagonisti non fanno che dubitare della necessità di progettare alcunché, inclusa la loro vita.

Non ho però mai smesso di credere che chi pratica il design come attitudine, chi coltiva questo certo modo di pensare e di fare, sia una risorsa di cui il nostro mondo ha molto bisogno, e ne avrà senz’altro sempre più in futuro. Non ho mai smesso di credere che il design sia un’attitudine vincente.

E mentre ascoltavo Alice Rawsthron rispondere con impeccabile aplomb ai dubbi del pubblico – aleggiava un “ma siamo davvero sicuri che finalmente sia arrivato il nostro momento?”, anche se nessuno avrebbe mai osato porla in questi termini – pensavo che il suo ottimismo adamantino è oggi ancora più necessario di quanto lo fosse dieci anni fa.

Di ottimismo è pregno il suo libro, che arriva ai lettori e alle lettrici italiane in una curatissima traduzione di Johan & Levi, basata sulla seconda edizione inglese di Design as an Attitude, pubblicata nel 2022. Uscito per la prima volta nel 2018, il libro nasceva come raccolta di alcuni dei più significativi articoli pubblicati all’interno della rubrica “By Design” che l’autrice teneva sulla rivista inglese frieze. Per questa seconda edizione, Rawsthorn ha rivisto, dopo la Pandemia, gli articoli originali.

Questa nuova edizione è stata aggiornata e integrata con nuovi testi, ma l’obiettivo rimane lo stesso: descrivere quella che ritengo essere un’epoca esaltante per il design, seppur decisamente impegnativa, un’epoca in cui sia la disciplina sia il suo impatto sulle nostre vite stanno drasticamente cambiando (…)

Il volume, indaga come i designer, professionisti e non, stiano svolgendo questo ruolo in un’epoca eccezionalmente turbolenta e spesso pericolosa, nella ci troviamo a gestire, su molti fronti, cambiamenti di rapidità e portata senza precedenti.

Tra questi ci sono sfide globali come l’aggravarsi della crisi climatica e dell’emergenza profughi; il dilagare della povertà, del pregiudizio, dell’intolleranza e degli estremismi; il riconoscimento del fatto che molti sistemi e istituzioni che hanno organizzato le nostre vite nel secolo scorso non sono più efficaci; la necessità pressante di ricostruire il nostro mondo dopo la devastante pandemia da Covid-19, proteggendola da pandemie future, e il flusso di tecnologie sempre più complesse che promettono di trasformare la società, anche se non sempre in meglio. Il design come attitudine racconta come i design stiano reagendo a tutto questo (…)

Il titolo Design as an Attitude è un omaggio a László Moholy-Nagy, l’eclettico artista ungherese che dopo essere stato attivo all’interno del movimento costruttivista nel suo paese natale, visse l’epoca d’oro del Bauhaus in Germania (insegnò a Weimar e Dessau dal 1923 al 1928); lavorò tra Parigi e Londra negli anni in cui emergeva il Modernismo e si stabilì infine, alla fine degli anni Trenta, a Chicago, dove diresse inizialmente il New Bauhaus, per poi fondare l’Institut of Design.

Rawsthorn si rifà al concetto di “design attitudinale” che Moholy-Nagy aveva pionieristicamente illustrato in Vision in Motion, il libro di una vita la cui scrittura lo impegnò fino al giorno della sua morte. Tutti i problemi del design, diceva Moholy-Nagy, si fondono su un unico grande problema: il “design per la vita”.

In una società sana, il design incoraggerà ogni singola professione e vocazione a fare la propria parte, perché è il grado di correlazione tra le diverse discipline a plasmare l’essenza di ogni civiltà.

Ispirata da queste grandi verità, non posso fare a meno di chiedermi perché, ancora oggi, i nostri governi, i nostri politici, chi ci amministra, fatichino ancora così tanto ad accogliere i designer tra le fila di chi dovrebbe progettare, insieme a loro, la vita in comune. In società, appunto.

Rivolgo quindi la domanda a Rawsthorn, nel corso della presentazione, chiedendole di offrirci qualche esempio riuscito di collaborazione tra designer e pubblica amministrazione. Rawsthorn risponde citando l’interessante lavoro svolto dalla sociologa Hilary Cottam, che in Inghilterra ha provato a reinventare lo stato sociale con la sua organizzazione Participle. La sperimentazione è stata portata avanti con successo per circa un decennio e ha lasciato il segno. Peccato che sia stata interrotta nel 2015 per mancanza di finanziamenti.

Cambiano i governi, cambiano i cosiddetti decision makers, cambiano le regole del gioco. Le sfide del designer stanno certamente anche nel sapersi adattare a questi mutamenti.

Ma il buon design che migliora la vita dei cittadini, mi trovo a pensare mentre torno a casa, non potrebbe semplicemente restare?

I brutti palazzi progettati male restano in piedi eccome, penso guardandomi intorno. Non sono più desiderabili, non ci servono più, eppure non tramontano mai. Questa lotta per la sopravvivenza tra gli oggetti di cui parla Rawsthorn segue forse leggi più oscure di quelle darwiniane.

La citazione in evidenza è tratta da I”l design come attitudine” di Alice Rawsthorn, pubblicato da Johan & Levi editore. Copyright © 2025 Johan & Levi

La foto l’ho scattata durante la presentazione del libro alla Triennale di Milano il 17 settembre 2025.

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