
È meglio uno scrittore stronzo ma onesto o uno scrittore onesto che non sa di essere stronzo?
In ogni caso, è sempre meglio uno scrittore innamorato di una femminista.
Ma non innamorato come un uomo qualunque potrebbe innamorarsi di una femminista, ovvero senza capire perché. Uno che trova eccitante amare una femminista, persino viverci insieme, e siccome fa lo scrittore sente il bisogno di raccontarlo al mondo. Magari i suoi lettori potrebbero trovarlo pure interessante. Ma noi lettrici, e soprattutto noi lettrici femministe, cosa ce ne faremmo di uno così? Saremmo disposte ad ascoltare la sua voce?
“Questo è un monologo che finge di avere una teoria ma che è solo una canzone”, scrive Francesco Pacifico nella prefazione a La voce del padrone.
La sua è una canzone d’amore. Non però la canzone d’amore paracula di uno che vuole farsi amare dalle femministe, perché va di moda così o perché è opportuno, con i tempi che corrono, fartele amiche, che poi sai che rogne quando l’ordine mondiale sarà rovesciato e ce le troveremo al comando!
Non è neppure una di quelle solite canzoni d’amore che gli uomini ogni tanto ci cantano per spiegarci l’inevitabilità dell’amore, questa cosa insondabile che un giorno accade e basta, neanche ti accorgi e finisci a letto con il nemico! Così come un giorno ti iscrivi a Scienze Politiche, ti fidanzati, e poi magari ti sposi senza neanche sapere perché.
Pacifico, classe 1977, ci ha messo un bel po’ per capire un bel po’ di cose.
Cose che gli sono capitate nella vita, a partire da quella volta che si è iscritto appunto all’università per assecondare i suoi genitori, e si è fidanzato con una perché il suo migliore amico gli ha detto che era cosa e buona e giusta da fare. Prima o poi tutti si fidanzano. Prima o poi tutti si sposano. Prima o poi tutti danno ai loro genitori dei bei nipotini.
Ok, ma quelli erano gli anni Novanta.
“Come è potuto accadere che tu abbia vissuto in modo così inconsapevole per così tanti anni?!”, si è chiesta con sospetto e una certa boria la lettrice diffidente che è in me, mentre Pacifico mi faceva le sue imbarazzanti confessioni. Poi ho pensato che in fondo anche io, nonostante mi sia “scoperta” femminista nei primi anni di università, ci ho messo parecchio a capire cosa nella mia vita personale fosse frutto di una vera scelta consapevole e cosa, invece, di un mero meccanismo di adattamento sociale. Per me era scritto un destino di adattamento – per sopravvivenza – a una realtà di cui non condividevo le regole; per lui, un destino di replica meccanica di quella realtà.
Pacifico si fa ascoltare, dall’inizio alla fine di questo monologo. Mi convince il suo volersi mettere in discussione senza compromessi, quel volersi guardare dentro fino in fondo e saperci trovare non soltanto un io scisso – per quello basterebbe una seduta dall’analista – ma anche e soprattutto la cultura e la politica del patriarcato che gli ha dettato la parte che avrebbe dovuto sostenere sul palco.
Una parte da protagonista, già assegnata a lui per il solo fatto di essere uomo, bianco, italiano, di buona famiglia cattolica, quanto basterebbe per vedersi assegnato un Ministero: un giorno a Roma, da giovane, incontrai un Ministro, ha raccontato alla libreria Noi nel corso della presentazione milanese del libro, e mi venne naturale rivolgermi a lui come mio pari; per me era scontato pensare che avrei potuto ottenere un ruolo in società come il suo, senza troppa fatica.
Certo, non tutti gli uomini “nascono con la camicia”, obietterebbe qualcuno tra loro. I privilegi si sommano, ed è la somma finale a fare la differenza. Ciò non toglie che essere uomo in un paese in cui le disparità sono ancora fortissime – esplicativo anche solo il dato sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, il 52,5 per cento contro la media Ue del 65,7 – rimane di fatto un vantaggio acquisito alla nascita.
“È una cosa da ricchi dire che c’è posto per tutti. Non c’è posto per tutti in questa società. Sotto la patina della civiltà c’è la lotta per la sopravvivenza e quando vediamo arrivare il nemico all’orizzonte sappiamo che i tempi stanno cambiando per il peggio: ci sarà meno per noi, o magari ci leveranno tutto.
Il capitalismo coltiva la scarsità. È sempre più difficile «arrangiarsi». Non puoi prendere le mele di quell’albero, non è di tutti, non è natura, è il capitale del tizio che abita in quella casa. Devi lavorare anche per comprare una mela.
Scarsità. In un contesto di scarsità sistematica, cedere qualunque posizione di vantaggio è più difficile di quanto sembra. In un mondo dove il palco è occupato anche dalle donne ci sarà ancora posto per me? Questo penso. Il mio posto l’ho avuto, fin qui, perché avevo solo metà della competizione? Il gioco delle sedie… Accetterò di perdere quella quantità di lavoro e di attenzione che adesso è rivolta a loro?
Ho abbracciato le idee delle femministe, ma ho paura per me e per la mia situazione economica.
Per provocarlo un po’, alla fine della presentazione dico a Pacifico che forse si è dilungato troppo a raccontare nei dettagli – con tanto di analisi di alcune vecchie pagine di diario – com’era a vent’anni, prima che il mondo transfemminista gli stravolgesse la vita, ma che in realtà quella parte è la mia preferita: così intima, così ricca di introspezione, mi ha fatto pensare alla pressoché totale incapacità di autoanalisi che ancora tanti, troppi uomini della nostra generazione hanno. Un’incapacità ormai conclamata, un buco metacognitivo che invece le nuove generazioni di uomini – o perlomeno un numero crescente di giovani maschi – stanno cercando di colmare. Ecco, mi ha risposto, quando parli con uno che va per i cinquanta come me, devi considerare che spesso ha un vissuto simile a quello che racconto.
Vivevo come uno che aspetta che si presenti una delegazione ufficiale di adulti ad affidargli moglie e scrivania, casa e ufficio.
Era una fantasia o un’intuizione? Forse un’intuizione. Nella mia vita sono stati due uomini a venire a prendermi per mano per iniziarmi alla vita adulta, e questa è la storia.
Non ho ancora menzionato il fatto che Francesco Pacifico vive con una femminista, e questo monologo è innanzitutto una canzone d’amore per lei, Francesca. Scriverne toglierebbe il gusto di leggere, e le pagine in cui parla del suo rapporto con la moglie sono tra le più belle, così come quelle in cui ci racconta di come ha cercato di sopravvivere, anche lasciandosi abitare dal conflitto, tra le femministe che a Roma organizzano il festival InQuiete. Le parti in cui scandaglia alcuni punti cardine del pensiero della grande teorica femminista Carla Lonzi sono più dense, e forse potrebbero risultare impegnative a chi è totalmente a digiuno in materia, ma il valore di questo libro sta anche nella sfide che pone a chi legge. L’augurio è che i lettori de La voce del Padrone, gli uomini che prenderanno in mano questo libro, vogliano e sappiano coglierle.
Allora perché, se sto bene nel mondo transfemminista, ho scritto un monologo sul rapporto tra un uomo e una donna che vivono insieme? Il motivo è che mi pare che in questi anni noi uomini e donne che ripetiamo lo stesso tipo di coppia che trovavamo nei telefilm americani del secolo scorso ci siamo accodati spesso dietro ai carri felici delle altre identità, nascondendo sotto la festa certi comportamenti automatici e violenti che rimangono la base dei rapporti tra uomini e donne.
In questo monologo parlo di cose normalmente brutte. Non direttamente della violenza ma della massa di normalità che siamo e dell’inerzia silenziosa che scoraggia le energie migliori che abbiamo. Parlo di certi modi di guardare il mondo e le altre persone.
L’ho scritto perché penso che tra uomini e donne possano svilupparsi rapporti liberi e creativi proprio a partire dalla maniera in cui le femministe fanno esplodere le relazioni con gli uomini.
Tutte le citazioni in evidenza sono tratte da La voce del padrone – Un monologo di Francesco Pacifico, pubblicato dall’editore torinese add. Copyright © 2025 ADD Editore.
La foto l’ho scattata durante la presentazione del libro alla libreria NOI di Milano il 9 settembre 2025.
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