
Non è la prima volta che gli scatti di Letizia Battaglia arrivano in città. Nel 2018, quattro anni prima di morire, la grande fotografa palermitana era stata invitata ad aprire il festival letterario Pazza Idea, il cui tema era il “Femminile plurale”. Ora la Regione Sardegna le dedica un tributo ospitando, in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti, la grande retrospettiva Senza fine, proposta in precedenza a Roma, Reggio Calabria e Aosta.
Avevo già visto i lavori più iconici di Battaglia in altre esposizioni in Italia e all’estero, ma questa è la prima mostra monografica che ho avuto l’occasione di visitare da quando la fotografa ci ha lasciati nel 2022.
Bello l’allestimento che omaggia anche l’architetta Lina Bo Bardi (1914-1992) e i suoi “cavalletti” di cristallo, su cui sono installate fotografie bifacciali di grande formato. Intense e dense di racconti di vita e spunti di riflessione le due video interviste, di mezz’ora circa ciascuno, (ri)proposte all’inizio e alla fine del percorso: Amore amaro di Francesco G. Raganato, documentario girato nel 2012, primo episodio della serie Fotografi, andato in onda su Sky Arte; La mia Battaglia di Franco Maresco, del 2016, nel quale la fotografa, all’epoca ottantunenne, appare più stanca e malinconica, seppur sempre combattiva, incapace di rinunciare al suo ottimismo. Un ottimismo irrazionale, come lei stessa riconosce, ma consapevole: non si può certo negare che il mondo sia pieno di brutture, e che lo sia la sua amata Palermo, non abbastanza “pazza”, come dice lei, per trovare il coraggio di eradicare le ingiustizie.
Ma Letizia Battaglia è una donna a cui la vita ha donato il talento, mai rinnegato, della giovinezza. D’altra parte, come racconta nel primo documentario, ha cominciato ad “appartenersi”, a sentirsi comoda nei panni di sé stessa, non prima dei quarant’anni, quando ha iniziato a lavorare come fotografa.
La sua storia ricorda quella di numerose altre donne, artiste divenute poi celebri come lei oppure destinate a rimanere sconosciute, così come di molte donne comuni, che soltanto da un certo punto in avanti hanno avuto l’ardire di cominciare a vivere come più desideravano. Quantomeno provarci.
È capitato ad alcune delle nostre nonne e madri; è capitato e capita ancora oggi a noi, che ci siamo dette “Meglio tardi che mai” mentre giravamo l’angolo a un nuovo bivio esistenziale; forse continuerà a capitare alle donne di domani, nonostante sempre più giovani arrivino all’età adulta con maggiore consapevolezza di sé, delle proprie inclinazioni, attitudini, passioni. Soprattutto, con le idee più chiare su come affrontare l’avventura della vita.

Le donne che Battaglia ritrae sono spesso imprigionate in ruoli che sono stati assegnati loro dalla società patriarcale, un sistema di regole non scritte da cui si esige sottomissione e fedeltà omertosa, proprio come la mafia, così come dal luogo stesso in cui queste donne nascono e crescono, inteso non solo come territorio geografico – un determinato Paese, una città specifica, un quartiere in particolare – ma anche come Stato.
Parlano di questo molti dei ritratti esposti, e le didascalie che li accompagnano, a partire da quello scelto per il manifesto della mostra Senza fine, in cui una giovane nobile fa la seduttrice offrendo il collo nudo al ballo della festa di Capodanno a villa Airoldi. Ci sono anche la “sposa ricca che inciampa sul velo” davanti alla chiesa di Casa Professa a Palermo; la signora con il bicchiere in mano al “ricevimento aristocratico in giardino con volpe morta”; Silvia che “prende il sole mentre Franco Zappa” in campagna, nuda e bellissima; la madre dei bassifondi palermitani ritratta nel suo tugurio con i bimbi nudi ai piedi e il neonato con il braccino fasciato in braccio perché “troppo stanca, non si era svegliata, mentre un topo gli rosicchiava un dito della mano sinistra”; la bucolica “Ricamatrice” di Montemaggiore Belsito; la “Bambina lavapiatti” di Monreale, e molte altre.


C’è infine Rosaria Schifani, alla quale la Storia ha assegnato un ruolo epocale: per sempre sarà la “vedova dell’agente di scorta Vito, ucciso insieme al giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed i suoi colleghi Antonio Mortinaro e Rocco di Cillo”. Il suo è l’unico ritratto esposto da solo, al centro di una stanza vuota.
Rosaria ci parla in silenzio, con gli occhi chiusi, per farsi più vicina a noi, per permetterci di sentire il suo corpo spezzato a metà dalla luce e dalle tenebre. Vita e morte. Speranza e disperazione. Non voglio vendetta, voglio giustizia, continuerà a ripetere.
Il suo è il ritratto più potente esposto in queste sale, senz’altro uno dei più riusciti in assoluto della fotografa, che ha saputo emancipare la donna dal suo ruolo: il significato profondo di questa fotografia trascende il lutto che l’ha colpita, la tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia, sulla comunità, sulla città di Palermo, sull’Italia intera che quel 23 maggio 1992 ha perso la sua battaglia contro la mafia lasciando che l’abominio della strage di Capaci si compisse. Il suo volto racconta, con il linguaggio universale dell’arte, una spaccatura che ognuna di noi, in misura diversa, si porta dentro.

Ho voluto soffermarmi qui sui ritratti femminili di “Senza fine”. Tuttavia, nelle fotografie esposte, e in molte altre dell’Archivio Letizia Battaglia, gli uomini di certo non mancano. In particolare nella serie “Mafia, antimafia e cronaca nera”. Figurano come morti ammazzati, soprattutto. È la stessa Battaglia a sottolinearlo in una delle video interviste proposte. Tra i pochi “caduti” che il suo obiettivo non ha catturato c’è proprio Falcone, che Battaglia non ha voluto fotografare da morto. Anche per questo, il meraviglioso ritratto del giudice da giovane che ci troviamo di fronte nelle ultime sale dell’esposizione, ci riempie di energia, idealismo e – irrazionale – ottimismo. In comune, Falcone e Battaglia avevano tanto, ma soprattutto una cosa: il talento della giovinezza.

Per saperne di più:
https://sistemamuseale.museicivicicagliari.it/letizia-battaglia-senza-fine/
https://www.archivioletiziabattaglia.it/
Le foto qui pubblicate, compresa la cover (un’immagine del documentario Amore Amaro), le ho scattate alla mostra. Le fotografie esposte sono di Letizia Battaglia, tutti i diritti riservati.
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