Robe da Frankenstein: chi siamo noi per hackerare Mary Shelley?

Da quando, lo scorso novembre, ho assistito alla Triennale di Milano allo spettacolo Frankenstein (A love story) della compagnia Motus, penso spesso a lei: Mary Wollstonecraft Shelley.

Di solito, a essere messe in scena sono le opere, non le autrici e gli autori. Lo stesso Frankenstein deve la sua popolarità agli adattamenti teatrali, e successivamente cinematografici, del romanzo: all’epoca della sua pubblicazione (1818), da parte di una piccola casa editrice inglese, vendette molto poco ma non passò inosservato. La prima messa in scena è del 1823 e vi assistette, a Londra, la stessa Mary Shelley. «The story was not well managed», la trama non è stata gestita bene, ebbe a dire l’autrice (Baldick 1990: 58), ma in seguito, nelle riedizioni del suo Frankenstein, tenne senz’altro conto del grande successo riscosso dalla sua opera a teatro.  

Chissà se le sarebbe piaciuto finire sul palcoscenico insieme ai suoi personaggi, come accade nello spettacolo di Motus. Se nel romanzo la Creatura è il doppio di Viktor Frankenstein e viceversa, in questa conturbante love story ci troviamo di fronte a un trippleganger: Mary, interpretata da Alexia Sarantopoulou, si alterna sotto i riflettori allo scienziato tedesco (la performer Silvia Calderoli) e al “mostro” (Enrico Casagrande, anima dei Motus insieme a Daniela Nicolò). Di per sé, una proposta originale, interessante, che rende giustizia alla complessità di quest’opera, anche grazie alla drammaturgia firmata da Ilenia Caleo.

Motus mette al centro del palco il testo. È lui (lei? loro?) il grande protagonista di questa messa in scena. Il testo parla per bocca di tutti e tre i personaggi (MWS, Victor, la Creatura), e quando si esprime l’uno, riecheggiano i pensieri dell’altro e le emozioni dell’altro ancora e così via, in un risuonare continuo. Sentiamo anche voci “altre”: quella della stessa Caleo e di altri autorɜ, da Jeanette Winterson a Donna Haraway. Il testo è un frankenstein ben riuscito, un mostro per come lo intende Jack Halberstam, la cui eco è un po’ dappertutto in questo lavoro, tanto che Motus lo cita ben tre volte (forse un po’ troppe) da Skin Shows: Gothic Horror and the Technology of Monsters. Lo ritroviamo nel ricco pieghevole che ci viene consegnato all’ingresso della sala: «Il mostro funziona come mondo». Abbiamo bisogno di mostri e di riconoscere e celebrare le nostre stesse mostruosità, dice Judith “Jack” Halberstam, direttore dell’Institute for Research on Women, Gender e Sexuality della Columbia University, dove insegna Letteratura inglese e comparata.

Quindi, ricapitolando: se il testo è un mostro e il mostro funziona come mondo, il testo è un mondo in cui ritroviamo tutta la “mostruosità”, la non definitezza della nostra vita, il suo essere un’esperienza sempre ibrida e ibridata, perennemente esposta al contagio dell’alterità e finanche alla fusione o all’assemblaggio di pezzi di noi stessi con pezzi dell’altro, sia questo una persona, un fiore, un oggetto tecnologico. Frankenstein o Il moderno prometeo, un romanzo scritto ai primi dell’Ottocento, ancora ci parla di questo e Motus fa bene a ricordarcelo, perché potremmo essercelo dimenticato o forse non averlo mai davvero capito fino in fondo.

A raccontarci questa storia sul palco sono il corpo dei personaggi, le loro parole dette e quelle non dette, il loro modo di danzare con l’altro o ritrarsi, di vivere in sintonia o in disaccordo con la natura, di esprimere le emozioni attraverso il silenzio o con la musica (gli ambienti sonori di Enrico Casagrande sono tra le punte più alte di questo lavoro). Per arrivare al pubblico Frankenstein non ha bisogno di effetti speciali, Motus dimostra di averlo capito, e la scelta di impiegare scenografie minimali, da questo punto di vista, risulta coerente ed efficace.

Torniamo però a MWS, la nostra Mary Shelley. E alla domanda che mi sono posta in questi giorni pensando a lei: chi siamo noi (in questo caso, chi è Motus) per poter hackerare la biografia dell’autrice di Frankenstein?

Come ho già rimarcato, il fatto che l’autrice diventi un personaggio, che entri nel piano della finzione, è uno degli elementi di originalità di questo lavoro. Peccato però che questo personaggio non sia ispirato a Mary Wollstonecraft Shelley nella sua, per così dire, fluida interezza. Sul palco vediamo soltanto una parte, seppur fondamentale, di lei: una versione molto giovane dell’autrice, quella che iniziò a scrivere il romanzo a diciannove anni (quando l’ha pubblicato ne aveva poco più: ventuno). Una giovane donna, poco più che adolescente, immersa nei turbamenti della sua “mostruosa” immaginazione. Sul pieghevole, nella sezione dedicata a MWS, leggo una citazione da Il mostro che mi abita di Sara De Simone:

Molto spesso nella storia della letteratura le scrittrici si sono confrontate con l’idea della propria creazione artistica come progenie mostruosa. Questo è accaduto, per secoli, anzitutto per la profonda angoscia di stare contravvenendo all’ordine prestabilito, paterno e patriarcale, dunque per il timore di essere, attraverso il proprio atto creativo, portatrici e responsabili di disordine.

Verissimo, da un punto di vista storico generale. Ma Mary Shelley, la donna e soprattutto l’autrice Mary Wollstonecraft Shelley, ha avuto con la sua “progenie mostruosa” un rapporto molto più sottile, libero e volutamente ambiguo, che voler collocare esclusivamente in una dimensione di “angoscia” è arbitrario e potenzialmente fuorviante, in quanto rispecchia una parte soltanto della sua identità autorale.

MWS, nel corso della sua vita, ha hackerato sé stessa e la sua opera prima che i posteri si dilettassero a farlo molteplici volte, plasmando la sua biografia a piacimento, rinchiudendola in questa o in quell’altra dimensione finzionale.

Forte del lascito libertario che le avevano trasmesso il padre, il pioniere dell’anarchismo William Goldwin, e soprattutto la madre Mary Wollstonecraft, grande filosofa fondatrice del femminismo liberale che non poté conoscere (morì nel darla alla luce) ma dalla quale fu ispirata sino alla fine, l’autrice di Frankenstein si è riconosciuta il diritto di rimettere mano al suo romanzo, dopo averlo scritto, e di dargli una seconda vita. Si è concessa, in sostanza, un pizzico di quella stessa hybris che aveva mosso lo scienziato Viktor nel mettere al mondo la sua Creatura. Ci sarebbe quindi da celebrare qualcosa di più intrigante della solita angoscia, che intrappola la memoria storica di MWS così come di molte altre scrittrici, romantiche o meno, ma in ogni caso spesso fin troppo romanticizzate dai posteri.

Vale la pena ricordare che alla prima pubblicazione del romanzo nel 1818, in forma anonima, seguì una seconda edizione nel 1823, sulla scia del successo della prima rappresentazione teatrale a cui ho accennato all’inizio. Questa seconda edizione porta il nome dell’autrice, ma fu curata da suo padre in Francia mentre lei si trovava in Italia (spezziamo però una lancia in favore di Godwin: si assicurò che gli interi proventi delle vendite andassero alla figlia). Successivamente, nel 1831, quando Mary aveva trentaquattro anni, pubblicò una terza edizione ampiamente rivista da lei, che contiene la famosa e citatissima prefazione nella quale l’autrice racconta la genesi del romanzo.

Molto è stato discusso su quale sia la versione “migliore” di Frankenstein, e il giudizio sull’edizione del 1831 è stata spesso viziata dal pregiudizio secondo cui MWS avrebbe rivisto il testo in un momento della sua vita in cui si era assestata su posizioni conservatrici e puntava, dopo i tanti scandali che l’avevano colpita, a compiacere il pubblico. MWS vittima dell’angoscia di rendere meno mostruosa la sua progenie? Studi comparativi tra le due edizioni raccontano una storia ben diversa, ma raccontarla richiederebbe uno spazio di riflessione a parte.

Intanto, possiamo essere grate a Motus per averci ispirato nuove riflessioni su Frankenstein, su MWS e sull’autorialità femminile. La grandezza di un lavoro artistico sta sempre nella sua capacità di generare interrogativi: domande per noi stessi e per gli altri. Lo sapeva bene anche Mary, troppo astuta per avere paura di cosa ne avremmo fatto, del suo riuscitissimo mostro e forse, in fondo, anche della sua stessa biografia.

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