
Collaborare con qualcuno è una sfida. Persino vecchi e cari amici potrebbero trasformarsi in nemici, e potresti covare risentimento verso di loro, indirizzandogli parole piene di amarezza.
È accaduto persino a John “Peace and Love” Lennon, dopo lo scioglimento dei Beatles. Ti sarà capitato di leggerne sui giornali: la lettera “brutale” che scrisse a Paul McCartney è stata messa all’asta l’anno scorso.
Come tutti sappiamo, interagire con gli altri esseri umani implica molti rischi. Tuttavia, può anche portare a risultati sorprendentemente positivi. Se hai mai partecipato a un progetto creativo collaborativo, sai di cosa sto parlando. Forse alcuni di questi progetti sono persino finiti nella tua lista dei 10 migliori momenti della mia vita.
La traduzione letteraria, attività profondamente creativa e collaborativa, esemplifica lo spirito di questa avventura. Anche quando a tradurre è una persona sola, il processo coinvolge molteplici attori, dagli autori, redattori, editori, lettori, fino a colleghi e amici, passando per testi di raffronto, dizionari e tool tecnologici di vario tipo. Recenti approcci nei translation studies hanno messo in luce questo aspetto chiave del lavoro di traduzione, che è insito nella stessa natura del linguaggio: le parole acquistano infatti significato attraverso l’uso collettivo che ne facciamo.
In qualità di autrice e redattrice con un’ottima padronanza dell’inglese, ho acquisito un’ampia esperienza nella scrittura e nella revisione di testi sia in inglese che in italiano. Spesso mi sono occupata anche di traduzione, revisione di traduzioni e post-editing. Sebbene mi sia formata nel campo e abbia sempre nutrito un grande interesse per la traduzione letteraria, prima di questo esperimento non mi ci ero mai cimentata. Quando ho cominciato a lavorare al racconto “Non spedite cartoline ai nemici” per Hook Magazine, ho subito contemplato la possibilità di scrivere una nuova versione della storia in inglese, ma non di tradurla. All’epoca, la riteneva un’opzione più entusiasmante.
La prospettiva mi allettava perché ero sicura che avrebbe lasciato più spazio alla mia creatività e immaginazione. In sostanza, credevo che mi sarei divertita di più. Ho coccolato l’idea per un po’, ma alla fine ho capito che la traduzione avrebbe potuto rappresentare un’avventura ancora più ricca di sfide e gratificazioni. Traducendo le mie stesse parole, avrei potuto ricevere dal testo spunti preziosi, utili per portarmi a riflettere sul mio stile e, di conseguenza, affinarlo. Inoltre, la traduzione rappresentava un’opportunità per perfezionare le mie competenze di scrittura e revisione in inglese, il che avrebbe reso il tutto ancora più eccitante.
Tuttavia, in qualità di autrice e traduttrice del testo allo stesso tempo, mi sarei posta in una situazione scomoda. Con chi me la sarei presa se l’esperimento fosse fallito e la traduzione avesse deluso le aspettative? Perché privarsi del privilegio di poter scaricare la colpa su un co-traduttore o poter insultare una macchina per assolversi dai propri errori? Il concetto di collaborazione “aumentata” tra umani e macchine mi aveva, d’altra parte, sempre affascinato.
E così, l’esperimento prese il via.
Continua a leggere il resoconto dell’esperimento (in italiano e inglese) su Hook Magazine.
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