10 marzo 2023 – Fog Festival, Triennale di Milano
Ogni tanto qualcuno ci riprova. Un’amica premurosa, una app politicamente corretta, un articolo per ipocondriaci che emerge dal magma del web.
Guarda che diventi sorda.
Il volume molto alto potrebbe incidere negativamente sulla qualità dell’audio.
Oltre un miliardo di persone rischia di perdere l’udito a causa dell’abitudine ad ascoltare musica ad alto volume e per lungo tempo.
Peccato che la mente di noi drogati sia incapace di funzionare come un equalizzatore che corregge le distorsioni: bilanciare gli effetti positivi e negativi della propria dipendenza è impossibile. Troveremo sempre una scusa per minimizzare il danno, seppur innegabile: a quella ci ostineremo ad appellarci, imperituri. D’altra parte, tra le droghe psicoattive, la musica è probabilmente la più salutare, per cui tanto vale accettare di essere predestinati all’ipoacusia.
I was my own destroyer, and will be my own hereafter. Manfred – Atto III, scena 4.
So cosa aspettarmi. Mi hanno avvertito, è scritto dappertutto: la performance presenta audio a volumi elevati, luci stroboscopiche e intensa presenza di fumo.
Appena varco l’ingresso della sala, un ricordo sinestesico mi si incolla addosso marcandomi stretto nel sentiero brumoso che mi conduce in platea: gennaio 2020, poco prima che scoppiasse la pandemia. Trezzo sull’Adda, fuori Milano. Sono qui in solitaria, per il concerto dei frati incappucciati del drone metal: i Sunn O))). Mi perdo nella dilatazione di un unico suono vibrante, condividendo con il resto del pubblico un rito prevedibile, come sa esserlo tutto ciò che è codificato in un genere, ma non per questo si rivela meno appagante.
Oggi però non sono al Live Club, ma alla Triennale di Milano. E sul palco c’è Lord Byron! Anzi no, c’è madalena reversa che richiama dall’oltretomba il Manfred di Byron, invocando lo spirito del suo autore, ma anche quello di Schumann che lo musicò dopo esserne stato a lungo ossessionato, e infine di colui che, con inconsueto successo, lo resuscitò negli anni Settanta del Novecento: Carmelo Bene.
L’esperimento è riuscito, perché la performance di madalena reversa riporta Manfred nelle terre del gotico, là dove era nato nel 1816. Byron l’aveva scritto sulle sponde del lago di Ginevra, dove si trovava i in compagnia dei futuri coniugi Shelley (Mary Wollstonecraft e Percy Shelley) e del dottor John William Polidori, suo medico personale, nonché egli stesso scrittore. Il Nostro voleva dimostrare alla sua cricca di essere il più bravo a scrivere racconti spaventosi ma non ci riuscì, perché la migliore nel campo non poteva che essere Mary, la quale infatti partorì il suo Frankestein. Polidori, invece, durante quel ritiro creativo scrisse Il vampiro, capostipite di una lunga letteratura in materia, ma questa è un’altra storia.
È proprio Byron, tuttavia, a produrre il frutto più originale della sfida letteraria lanciata sulle Alpi, a Villa Diodati. Più che un racconto, la sua creatura è da lui definita «una specie di poema in forma di dialogo o dramma», qualcosa di «Molto selvaggio – e metafisico e irrazionale». Una storia in cui i fantasmi sono dentro la mente del protagonista, per intenderci. In una lettera al suo editore John Murray, l’autore del Manfred confessa anche di non avere grande opinione del suddetto «pezzo di fantasia». Afferma però, con un moto di orgoglio, lui che era diventato insofferente al teatro, di averlo quantomeno reso «del tutto impossibile per la scena».
Possiamo certamente affermare che ci riuscì solo in parte: sebbene di fatto “irrapresentabile” in senso classico, Manfred si è rivelato infatti di gran lunga compatibile con la scena contemporanea, e in particolare con quella zona di confine tra teatro, arti visive e live set musicale che madalena traversa frequenta.
Non è un concerto, non è un’installazione, non è uno spettacolo teatrale: è un ibrido che ruota intorno alla lettura, piuttosto che alla rappresentazione, di alcuni brani tratti dall’opera. In questo si dimostra fedele all’originale, a cui Byron aveva dato la forma di un closet drama, destinato appunto alla sola lettura, ma il testo è trattato come un organismo vivo, in cui le parole suscitano emozioni in quanto suoni e non soltanto per i significati a cui rimandano: è forma e sostanza.
il risultato finale è molto interessante e di grande ispirazione per chi, come la sottoscritta, è affascinato dal potere della lettura ad alta voce. Di “metafisico”, però, ed è il caso di dire per fortuna, c’è ben poco. Impossibilitato a trascendere il corpo di chi legge, il testo letto è emblema della stessa condizione esistenziale di Manfred, il quale, nelle parole di madalena reversa, è «rappresentante esemplare di un’umanità incastrata nel conflitto tra materia e spirito».
E io, che mi lascio volontariamente martellare le orecchie e stropicciare gli occhi dalle luci stroboscopiche di questa performance, sono forse l’emblema dell’impossibilità umana di sottrarsi al piacere e alla rovina del danno?
Half dust, half deity, metà cenere e metà deità.
Ecco, ho trovato un’altra validissima scusa per stordirmi e riflettere un po’ grazie all’arte, ancora una volta.

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