Autore: Maria Serra

  • Sul documentario “Louis Theroux dentro la manosfera”. Perché tacciarlo di superficialità sarebbe da superficiali.

    Dopo aver visto il nuovo documentario del noto giornalista britannico-americano, distribuito da Netflix, mi sono imbattuta in un articolo di opinione pubblicato da Indiewire, rivista online statunitense dedicata al cinema americano indipendente. Secondo la giovane autrice del pezzo, Alison Foreman, al documentario mancherebbe il contesto critico necessario per indagare in modo realmente approfondito il mondo della cosiddetta “manosfera”, variegata rete di comunità maschili che promuove online idee, pratiche e modelli di mascolinità tossica. Gli uomini dovrebbero fare documentari sul sessismo o è meglio che si astengano? Foreman ci mette di fronte a una domanda che come spettatrici potremmo legittimamente farci, forse perfino dovremmo, e con argomenti convincenti ci porta a riflettere sul fatto che, sebbene l’assenza di voci femminili in quel mondo, spesso a causa di vera e propria censura, venga rilevata ed evidenziata, non ne vengano poi esplorate a sufficienza le ragioni. Per chi ha visto il documentario, si fa per esempio riferimento a quando Theroux intervista madri, mogli e collaboratrici dei vari influencer che incontra.

    Theroux quindi avrebbe parzialmente fallito nella sua inchiesta per… intrinseca impossibilità di raccontare in modo critico il sessismo di cui è imbevuta la manosfera, dal momento che è un giornalista maschio?

    C’è un problema di fondo che vizia questa e altre letture che, come troppo spesso accade, valutano un’opera non per ciò che è ma per ciò che potrebbe essere di diverso. Questo non è, in realtà, un documentario sul sessismo. Non è neppure un documentario sulla “manosfera”, altrimenti non si intitolerebbe Louis Theraux nella Manosfera.

    Come spesso accade nei suoi lavori, il racconto ruota intorno a Theroux che si confronta in prima persona con il mondo in cui si immerge. Peraltro, il contesto in cui si addentra non è propriamente la manosfera intesa come comunità online di maschi che condividono e diffondono gli stessi grotteschi principi: il giornalista incontra di persona chi su quelle idee aberranti e facili menzogne (complottismi infarciti di maschilismo, antisemitismo, pseudoscienza) ha costruito il proprio personale impero, continuando a sfornare contenuti monetizzabili, attraverso truffe di vario tipo.

    Theroux decide di incontrare quelli che possiamo considerare oggi i maggiori produttori dell’industria su cui si regge la manosfera, giovani influencer che si considerano infallibili business man ma che sono in realtà, appunto, nient’altro che truffatori; tanto retrogradi quanto scafati e ipocriti, sono determinati ad alimentare l’odio e il risentimento dei propri giovanissimi fan per poterci fondamentalmente lucrare sopra. Il giornalista avvicina, osserva e in alcuni casi riesce a interloquire anche con i membri del loro entourage, e si muove nei centri di produzione fisici in cui questi influencer operano lungo l’asse Marbella-Miami-New York.

    Thuroux si dimostra, ancora una volta, coerente con il suo personalissimo modo di fare giornalismo. Non fa analisi ma lascia che venga fuori l’ipocrisia, la volgarità, la grettezza, la spregiudicatezza ma anche la stupidità di questi giovani maschi che si contraddicono continuamente, non sanno autoregolarsi, reagiscono a provocazioni anche minime (basta una domanda a cui non sanno rispondere a farli scattare) come dei ragazzini disagiati. Si sono emancipati economicamente, ma sulla base di una radicalizzazione del loro personale trauma infantile; si sono sì “fatti da soli” ma in modo contrario a ciò che una sana maturazione dell’individuo prevederebbe.

    Appare tuttavia chiaro che non possono esserci attenuanti al loro modo distorto di stare al mondo, ma solo tentativi di comprensione delle radici del disagio da cui tutto potrebbe forse, o in parte, aver avuto origine. Sarebbero delle persone diverse se diversi fossero stati quei padri che oggi tanto odiano (tratto comune a tutti, come si evince dalle loro storie)?

    Viene spontaneo chiederselo, dopo aver visto questo documentario, ma ciò su cui dovremmo con urgenza riflettere sono soprattutto le preoccupanti conseguenze delle loro azioni manipolative su quella massa crescente di giovanissimi che li seguono come modelli. Un pubblico particolarmente appetibile, in quanto incapace di sottrarsi da solo, senza il supporto dell’adulto, all’”influenza”. Pubblico, o sarebbe meglio dire mercato, secondo i parametri con cui i produttori di contenuti li valutano, spesso del tutto inconsapevole di avere a che fare, più che con degli “eroi”, con dei consumati truffatori.

  • A volte un piccolo passo è abbastanza. Il documentario iraniano “Scalfire la roccia” su Sara Shahverdi per l’8 marzo.

    Sara Shahverdi ha una grinta fuori dal comune, l’ambizione di fare la differenza e qualche fortuna: una manciata di terre ereditate dal padre che le fruttano denaro, per quanto le tocchi lottare con i fratelli per far valere i suoi diritti e quelli delle sorelle; una solida reputazione come ostetrica, conquistata in anni di lavoro indefesso, grazie alla quale può guadagnarsi la fiducia delle donne della sua comunità; un divorzio alle spalle che, al netto dello stigma sociale, le consente di vivere una vita libera dagli obblighi matrimoniali; un’invidiabile motocicletta con cui, fin da ragazzina, se ne va liberamente in giro, senza che nessun uomo osi mettere becco sulla sua condotta.

    Quando si candida alle elezioni del suo piccolo villaggio, nel nord-ovest dell’Iran, Sara ha 37 anni e nessuno, fino a quel momento, l’ha mai fatta sentire diversa.

    Le viene piuttosto concesso di essere “speciale”: sarà la prima donna a diventare consigliere nella regione, e a votarla saranno anche alcuni suoi compaesani maschi, in particolare i più giovani, che vedranno in lei un’occasione di cambiamento. Celebreranno il suo successo elettorale con una grande e rumorosa festa all’aperto, alla quale le donne del paese non saranno ammesse ma parteciperanno a modo loro, accalcate dietro una finestra con il cellulare in mano, pronte a immortalare la loro eroina.

    I progetti che Sara proporrà alla sua comunità in qualità di consigliera, nell’arco dei sei anni in cui i registi del documentario Cutting Through Rocks (“Scalfire la roccia”) seguono le sue vicende, sfideranno lo status quo che vige in quel luogo da generazioni. Alcuni di questi progetti riusciranno a concretizzarsi perché saranno capaci di intercettare bisogni collettivi rimasti troppo a lungo inascoltati. Grazie a Sara, il gas arriverà finalmente in tutte le case del villaggio; e se per renderlo possibile occorrerà accettare qualche compromesso, per quanto a fatica, lo si farà. Chi non potrà dimostrare di essere proprietario della propria casa si troverà costretto, per esempio, a cointestare l’abitazione alla propria consorte, per poter aver accesso alle forniture. Sara riuscirà dunque a far valere nuove regole, scardinando usanze che si riveleranno meno radicate del previsto.

    L’apertura con cui molti degli abitanti del villaggio accettano il cambiamento sorprende forse soprattutto noi occidentali, che dell’Iran, così come di molti altri paesi che consideriamo culturalmente lontani, abbiamo una visione monolitica. La stessa nostra idea di “cultura” e “tradizione”, d’altra parte, lo è; siamo spesso portati a pensare che alcune usanze siano dure a morire perché sarebbero connaturate alla mentalità di chi le pratica, come se esistesse una sorta di DNA culturale capace di influenzare in modo totalizzante il modo di pensare e il comportamento delle persone, arrivando quasi a pilotarlo. Ci dimentichiamo, in sostanza, che tutti gli individui sono dotati della facoltà di agire autonomamente e trasformativamente sulla realtà – hanno una agency (agentività), come la chiamano gli antropologi – e che la cultura è qualcosa di dinamico e complesso, espressione di soggettività molteplici. Non esistono comunità del tutto compatte e omogenee; gli interessi in ballo possono essere dei più disparati, come a poco a poco apprenderà Sara nel fare politica nel pieno e autentico senso della parola, ovvero ascoltando le ragioni, i desideri, i bisogni, i dubbi dei suoi compaesani e aiutandoli a risolvere i loro problemi quotidiani.

    “Non arrabbiarti”, le dirà più volte la madre quando Sara faticherà a comprendere e ad accettare il comportamento ostile di alcuni uomini del villaggio che cercheranno di metterle i bastoni tra le ruote. Primo fra tutti suo fratello, con cui scoppieranno diversi litigi. Arriverà il momento in cui Sara, pur senza accettarlo formalmente, riconoscerà la validità di quel consiglio materno. “Chi si prenderà cura del mio dolore?” si chiederà a un certo punto, quando l’ostilità crescerà e il diritto di essere “speciale”, di poter fare ciò che a una donna non dovrebbe essere permesso, le sarà implicitamente revocato. C’è chi ora la vorrebbe fermare, convincerla a ritirarsi dall’incarico, a risposarsi, a smettere di aiutare le altre donne, a lasciare al loro destino – un matrimonio precoce, una vita da subalterna al servizio del marito – le giovani studentesse che incoraggia ad andare a scuola e a finire gli studi, a immaginarsi nel futuro autonome, realizzate, e a scoprire il piacere intenso che può regalare il vento in faccia, mentre percorrono da sole o insieme alle amiche una strada al tramonto che pare non avere fine, in sella a una motocicletta sghangherata.

    C’è chi ora vorrebbe che Sara si riconoscesse “diversa” e trovasse un modo per riparare ciò che, a loro giudizio, non funzionerebbe bene in lei.

    Tuttavia, Sara, una donna capace di aggiustare con le sue mani qualsiasi cosa, come intuiamo fin dalla scena iniziale del documentario, in cui la vediamo intenta a saldare il cancello di casa, non vuole darsi un’aggiustata per diventare più comoda e accettabile. “Mi sento bene con la mia identità”, dirà a se stessa uscendo da un luogo nel quale non avrebbe mai pensato di dover dimostrare di essere una donna come tutte le altre: un Tribunale.

    Più che la “cultura” patriarcale del villaggio cui è cresciuta, alla quale ha in realtà imparato a resistere fin da bambina, grazie alla passione per la motocicletta trasmessagli dall’amato padre, Sara capirà di aver sottovalutato l’ottusità di alcuni uomini che la circondano, mossi da invidia e da brama di potere e controllo, nonché l’invasività e ingerenza delle forze sociali, economiche e politiche del suo Paese. Possiamo chiamarle “strutture”, o più semplicemente apparati, complessi di strumenti atti a limitare le scelte di alcuni individui per favorirne altri, ma in ogni caso appare chiaro agli occhi di Sara – e ai nostri – che credere di poterli smantellare dall’oggi al domani sarebbe utopico.

    Il dolore per l’umiliazione personale subita e l’amarezza nel constatare che, nonostante il lavoro educativo fatto, a ben poche ragazze del villaggio sarà consentito continuare a studiare e procrastinare le nozze, le toglieranno l’usuale, scanzonato sorriso per qualche tempo. Il suo volto si farà triste, vedremo piangerla in silenzio. Non ci sarà tuttavia nessuna resa, e nessuno spazio per un racconto vittimistico nella sua vita né in quella delle donne della comunità.

    Alla fine di questo bel documentario, girato da una regista iraniana che si chiama come lei, Sara (Khaki), insieme al marito Mohammadreza Eyni – l’opera ha vinto il Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2025 ed è candidato all’Oscar 2026 – la vedremo di nuovo felice, mentre preparare un’uscita in moto con le studentesse non ancora maritate e le loro famiglie.

    “A volte un piccolo passo è abbastanza”, dirà serena a un certo punto a se stessa, e sappiamo che parla anche a noi. Non possiamo fare a meno di sentirci chiamate in causa, come se il villaggio in cui abita si trovasse a pochi chilometri dal cinema Godard di Milano, in cui abbiamo visto l’anteprima di Cutting Through Rocks. Tanto più che, come sappiamo, i tempi si sono fatti ben più cupi a causa della terribile guerra in corso.

    Il documentario sarà nelle sale italiane dall’8 all’11 marzo, al link trovate il pogramma delle proiezioni:

    https://www.wantedcinema.eu/en/article/cutting-through-rock

  • “Chi ti dice che sei forte vuole sedersi sopra la tua testa”. Parola di Leonora Carrington.

    Non voglio più essere forte, essere considerate forti non conviene. Con un sorriso da furfante lo confessa all’intervistatore, che non sa se crederle o meno, mentre lei si prodiga a innaffiare le piante sparse per tutta la casa, a Città del Messico, quando ormai è un’anziana signora. La grande artista britannica scomparsa nel 2011 – era nata nel 1917 – alla quale Palazzo Reale di Milano ha dedicato un’ampia retrospettiva che si conclude oggi, non ha mai smarrito il suo umorismo per le strade spesso incidentate della sua esistenza.

    Si era parlato di lei anche in occasione della mostra “sorella”, ospitata anch’essa da Palazzo Reale nel 2025, dedicata all’amica artista italo-argentina Leonor Fini. Negli ultimi anni, le opere di Carrington sono felicemente tornate a essere esposte anche fuori dal Messico, paese adottivo che l’ha sempre considerata una delle sue più grandi artiste, e nel 2022 aveva già ispirato anche la Biennale d’arte di Venezia curata dall’italiana Cecilia Alemani. Edizione che fui particolarmente lieta di visitare, in una laguna appena uscita dall’incubo della Pandemia: fu la prima, infatti, in 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, a ospitare più artiste donne che uomini. La curatrice, sulla scia delle mostre sul Surrealismo, diede ampio spazio al recupero dei lavori di artiste delle avanguardie storiche, tra cui appunto Fini e Carrington. Il titolo dell’esposizione, Il latte dei sogni, era preso in prestito proprio da una sua opera, una favola illustrata per bambini.

    Ma tornando alle sue parole, quando ti dicono che sei forte, chiarisce l’artista nel bel documentario fruibile all’interno della mostra milanese – unico audiovisivo, purtroppo, presente – è soltanto per un motivo: vogliono sedersi sulla tua testa. E dal momento che qualcuno, una volta, si sedette letteralmente sulla sua testa, c’è da credere che conoscesse bene la sensazione che provoca.

    Per capire la dinamica bisogna però leggere il suo bellissimo Giù in fondo, racconto autobiografico pubblicato in Francia nel 1945 con il titolo En bas, e tradotto in Italia da Ginevra Bompiani per Adelphi nel 1979, in cui ritroviamo la scena.

    I due uomini, José e Santos, mi buttarono per terra alla svelta. José si sedette sulla mia testa, mentre Santos e Asegurada cercavano di tenermi ferma le membra che continuavano a divincolarsi. Mercedes, armata di una siringa che brandiva come una spada, mi conficcò un ago nella coscia.

    Siamo nel 1940 e Leonora si trova in Spagna, a Santander, dove ha intrapreso, suo malgrado, uno di quei viaggi “da cui si hanno poche probabilità di tornare”, come lo definì Breton. Un viaggio al termine della notte, in cui si trova faccia a faccia con la propria follia; laggiù in fondo, in un posto che nessuno vuole chiamare con il suo nome: fuor di metafora, un reparto di psichiatria. In quel manicomio ci è arrivata, a ventitré anni, dopo che il suo amante, l’artista tedesco Max Ernst con cui viveva in Francia, è stato a sua volta trascinato in altro luogo da cui è interdetto ai più il rientro: un campo di concentramento (è la seconda volta che lo internano). Riusciranno entrambi a fuggire dalle rispettive prigioni ma si perderanno per sempre e Carrington, in seguito, con la saggezza della vecchia signora anglo-irlandese-messicana quale è poi diventata, definirà quel suo amor fou una semplice “sbronza”.

    Ingabbiare la vita di Leonora Carrington nella solita logica di arte e follia, tuttavia, sarebbe da pazzi.

    Innanzitutto perché il suo crollo di nervi è forse la cosa più normale e umana che sarebbe potuta accadere a una giovane donna della sua età, scampata a uno stupro da parte di una gang di soldati nella Spagna franchista. Leonora è già debilitata, in fuga dalla Francia occupata dai nazisti alla ricerca disperata di un salvacondotto, che non otterrà mai, per poter far espatriare il suo Ernst. I deliri complottistici che le hanno tolto la ragione, secondo i quali l’Europa dell’epoca sarebbe caduta sotto l’ipnosi di una congrega di maghi malvagi, spiegherebbero i fatti in modo senz’altro più accettabile, rispetto all’atroce, disumana verità storica con cui i contemporanei, e dopo di loro i posteri, si sono trovati a dover fare i conti. Alla fine di quell’esperienza, quando recupererà la lucidità, Leonora capirà che esiste un solo incantesimo per spezzare il male, la sua “ragione”.

    Venni così a sapere che il Cardiazol era una semplice iniezione e non un effetto dell’ipnotismo, che don Luis non era un mago ma un bandito, che Covadonga, l’Egitto, Amachu, la Cina erano reparti dove si curavano i pazzi e che dovevo andarmene al più presto. (Etchevarria) Disoccultò il mistero che mi avvolgeva e che gli altri sembravano infittire di proposito intorno a me.

    Se la malattia era stata un modo per spiegarsi, con altrettanta irrazionalità, l’abisso irrazionale in cui era sprofondato il mondo occidentale, la guarigione avviene grazie alla (ri)scoperta della lucidità: non si tratta, tuttavia, di una razionalità di tipo cartesiano, penso quindi sono, perché Carrington, la più rinascimentale di tutti i surrealisti, che appena quindicenne trascorre sei mesi di fondamentale apprendistato a Firenze, a riempirsi gli occhi delle opere dei primitivi italiani e degli artisti del primo Rinascimento come Paolo Uccello, rigetta beffarda gli assunti dell’Uomo Universale, l’Uomo vitruviano leonardesco.

    Leonora, piuttosto, è la Donna Universale, come splendidamente suggerito dal ritratto in forma di collage realizzato dall’amica fotografa Kati Horna in Messico (quello che appare in apertura di questo post). È la donna che attraversa le porte di una nuova saggezza, più che conoscenza.

    Per comprendere Carrington, come ben scrive la curatrice della mostra Tere Arq nel bel catalogo della mostra, è essenziale infatti “capire la distinzione che lei stessa faceva fra la conoscenza teorica (sophia) e la saggezza incarnata (gnosis) – quella linea sottile che separa lo studioso dall’iniziato”. Forte di questa saggezza, dopo l’esperienza traumatica del manicomio, alla quale riesce a sottrarsi dopo sei mesi, nonostante la sua famiglia complotti per rinchiuderla in un altro istituto, Leonora realizzerà le sue opere migliori, diventando anche dal punto di vista stilistico un’artista più matura, capace di mettere a punto una personale e raffinatissima estetica che non può essere congelata nell’unico aggettivo “surrealista” .

    Nella lettera all’editore che costituisce la Prefazione a Giù in basso, in cui autorizza la pubblicazione del racconto del suo internamento a condizione che quella stessa lettera sia pubblicata come premessa dell’opera, definisce ciò che ha dire da dire “senza veli quanto è possibile”. E nella prima pagina del suo resoconto scrive:

    Prima di addentrarmi nei fatti di questa esperienza, tengo a dire che la sentenza pronunciata contro di me dalla società fu probabilmente, anzi certamente, un bene perché ignoravo l’importanza della salute, cioè la necessità assoluta di avere un corpo sano per evitare il disastro nella liberazione dello spirito. E la necessità più importante ancora, che altri siano con me, che, dalle nostre conoscenze, ci alimentiamo a vicenda al fine di costituire l’Intero.

    L’artista chiama in causa gli “altri”, e capiamo che non si tratta soltanto delle artiste e degli artisti a cui fu legata da innegabili affinità elettive, ma anche del lettore, della lettrice soprattutto, che legge stupefatta quelle sue memorie. La stessa lettrice che, come la sottoscritta, a distanza di decenni si interroga sulle sue opere, scrutandole da lontano. Soltanto prendendo letteralmente le distanze, infatti, è possibile cogliere il quadro che Carrington vuole rappresentare, un mondo che non esiste senza di noi: l’artista ci chiede di “accendere” la visione che ci troviamo di fronte, usando i nostri occhi per percepire, a poco a poco, tutti i dettagli della composizione, mai casuale e sempre studiatissima, e di aprire allo stesso tempo gli occhi della mente, attivando la nostra immaginazione. Soltanto in questo modo, alimentandoli, possiamo entrare nei suo mondi e farne parte (sotto, due dipinti in esposizione a Milano, Orplied, 1995 e Senza titolo- L’Arca di Noè, 1962).

    A cinquantatré anni, nel 1970, in un testo pubblicato in Messico sulla rivista Cultural Correspondence, Leonora si definisce un “Female Human Animal”, un Animale Umano Femminile, sviluppando una riflessione femminista antesignana sull’identità di genere, sull’emancipazione femminile, sulla liberazione dalla tirannia della propaganda, sull’ecologia e sul superamento della visione umanista patriarcale che ha sempre messo l’uomo, l’essere umano maschile al centro, misura di tutte le cose. Il catalogo ha il merito di riproporre integralmente il testo da lei scritto in quell’occasione, poi divenuto celebre in tutto il mondo, con il titolo What is Human? , come manifesto femminista.

    Sono ciò che osservo o ciò che mi osserva?

    “Io sono colui che sono”, disse Dio Padre a Mosè sul monte Sinai. Questo, per me, non significa nulla.

    Io sono potrebbe essere un’invenzione disonesta, che in realtà designa una moltitudine. Je pense don je suis, ma perché? Bella pretesa, Monsieur Descartes! Se la mia identità coincide con i miei pensieri, allora potrei essere qualsiasi cosa: dal brodo di pollo a un paio di forbici, un coccodrillo, un cadavere, un leopardo o una pinta di birra.

    Se sono il mio corpo, allora oscillo da feto a donna di mezza età che cambia ogni secondo.

    Eppure, come tutti, aspiro a un’identità, sebbene questo desiderio mi lasci sempre perplessa.

    Se una vera identità individuale esiste davvero, mi piacerebbe trovarla, perché – proprio come la verità – nel momento in cui la scopri, è già svanita.

    Nel 1972 Leonora Carrington disegnerà anche un poster per il movimento di liberazione femminile messicano, Mujeres conciencia, in esposizione a Milano.  Peccato che, in seno all’esposizione, non si sia tuttavia trovato il modo di valorizzare questa esperienza, che sembra quasi incidentale nel percorso biografico dell’artista. Si sarebbe invece potuto connettere il vissuto di quegli anni, l’impegno intellettuale e politico di Carrington con ciò che, nel tempo, gli ha fatto eco, proponendo riflessioni filosofiche e politiche, lavori creativi e opere di altre artiste che si sono richiamate alla sua visione.

    L’idea che i nostri “Padroni” abbiano ragione e debbano essere amati, onorati e obbediti è , a mio avviso, una delle menzogne più distruttive instillate nella psiche femminile. È diventato terribilmente evidente che ciò che questi “Padroni” hanno fatto al nostro pianeta e alla sua vita organica.

    Credo che la vita sulla Terra abbia scarse possibilità di sopravvivere, se le donne continueranno a restare passive.

    Rispetto alla mostra che Palazzo Reale ha dedicato a Max Ernst a cavallo tra il 2022 e il 2023, molto ricca ma coesa nel ricostruire, attraverso opere e documenti di vario tipo, il percorso di ricerca di un’artista così versatile, questa esposizione su Leonora Carrington non pare trovare la chiave giusta per valorizzare i pochi materiali d’archivio e le opere non visive proposti, come per esempio le rare sculture presenti, attorno alle quali non vengono creati spunti significativi di approfondimento sul lavoro scultoreo dell’artista, che fu invece molto importante nella seconda metà della sua vita.

    Soprattutto nei decenni messicani, Carrington, oltre a dipingere, scolpisce sia il legno – in mostra troviamo solo il suo conturbante specchio magico nero, Magic Mirror (Sentry Figures), un’opera giovanile del 1950 – sia il bronzo, in particolare negli ultimi anni di attività (2008-2011), quando l’artrite le impedì di dipingere: in mostra troviamo soltanto una sua Goddess, Dea, del 2008. Il valore artistico delle sculture, molte delle quali sono state oggetto d’asta in tempi recenti, è tuttora dibattuto: si discute anche della “paternità”, parola che a lei non sarebbe di certo piaciuta, delle opere in bronzo realizzate nell’ultima fase. Alcuni lavori sono stati esposti finora solamente in gallerie private e da qui nasce probabilmente la difficoltà nel farle arrivare ai musei.

    In Messico Carrington ha realizzato anche tessuti, maschere, gioielli e un mazzo di meravigliosi tarocchi, che l’esposizione di Palazzo Reale ha il merito di presentare al pubblico. Le ventidue carte, corrispondenti ai cosiddetti “trionfi” o arcani maggiori dei Tarocchi, furono create nel 1955 per uso privato: secondo la testimonianza di Gabriel Weisz Carrington, figlio di Leonora, la madre si dedicò per diversi anni alla pratica della cartomanzia. Fu Leonora, peraltro, a iniziare Alejandro Jodorowsky ai tarocchi marsigliesi, a cui si ispira in parte il mazzo da lei ideato (altro modello sono i tarocchi dell’artista inglese Pamela Colman Smith).

    Jodorowsky ha sempre considerato Carrington una figura fondamentale nella sua formazione spirituale, come racconta nel libro autobiografico El Maestro y las magas, Il maestro e le maghe. Meno noto è che Jodorowsky e Carrington furono legati, oltre che da una lunga amicizia, da un sodalizio artistico: nel 1958 scrissero insieme un’opera teatrale a quattro atti intitolata La princesa Araña, La principessa serpente, “una disgustosa operetta surrealista per bambini mutanti” provocatoriamente indirizzata ai più piccoli, che trattava di abiezioni e assurdità varie. Rimasta segreta per quarantotto anni, fu il frutto di un gioco tra gli artisti, nella migliore tradizione surrealista.

    Considerato che Carrington collaborò negli anni con molti altri artisti e artiste messicani e basati in Messico, e fu, come già menzionato, un punto di riferimento essenziale per i movimenti femministi locali, sarebbe stato interessante inquadrare la sua attività nel contesto della vita artistica e culturale di quel paese, senz’altro meno nota al pubblico italiano e forse per questo potenziale fonte di curiosità. Approfondire il contributo di Carrington alla scena messicana, così come dare maggiore rilievo al ruolo di grande maestra che ha sempre avuto e continua ad avere per le giovani artiste contemporanee a livello internazionale, non avrebbe restituito in modo più completo, e con un approccio meno eurocentrico, l’intera sua personalità artistica?

    L’augurio è che questa sia la prima di nuove future esposizioni in cui il pubblico italiano possa avere la possibilità di scoprire il lavoro e il pensiero di questa grande artista, che sa parlarci del nostro presente e continua, attraverso la sua arte, a ricordarci che forse possiamo ancora cambiare rotta.

    È curioso pensare che la corteccia cerebrale umana sia stata impiegata, in genere, per l’artificio, la simulazione, l’arroganza. Pretendere di essere superiore per via della nazionalità “x”; pretendere di valere più di te perché possiedo sei televisori, una casa più grande, un’auto migliore; pretendere di aver ragione perché abbiamo armi più cattive e più totalmente distruttive di quelle che hanno loro.

    Perché tutta questa mortale arroganza?

    Non è forse possibile usare la corteccia cerebrale per uno scopo reale e positivo, come la ricerca della verita?

    Una volontà di sopravvivenza della Vita, il desiderio che il mistero continui a dispiegarsi nel mezzo della vita stessa?

    L’uso straordinario e orribile del cervello umano contro altri cervelli umani è molto difficile da spiegare, ma per citare il professor Genovés, “La stessa intelligenza che ha inventato la guerra potrebbe inventare la pace” (…)



  • Se in Italia si legge poco, forse è anche perché i libri sono “illeggibili”?

    Qualche giorno fa, il regista danese Nicolas Winding Refn, invitato d’onore al festival milanese sulle colonne sonore SLAM (Sounds Like a Music), prima di parlarci del suo rapporto tra immagine e suono, della genesi punk dei suoi lavori giovanili e delle sane ossessioni che nutre da sempre per sua madre, ha teneramente premesso: “sono dislessico”. Va da sé, ha confessato, che non potendo leggere libri, da giovane guardassi troppa TV e ascoltassi tantissima musica.

    Ripenso alle sue parole, oggi, con un libro in mano: The Silence di DeLillo, edizione inglese pubblicata nel 2020 da Picador. Un libro che a farsi leggere ci prova davvero.

    Parlo proprio del libro, non del romanzo.

    Un libro di carta, fatto di centoventisei pagine che hanno la particolarità di sembrare appena uscite, calde calde, da una tipografia casalinga. Il font utilizzato simula, infatti, l’aspetto dei caratteri prodotti dalle vecchie macchine da scrivere. Un Courier Prime, forse, o un altro carattere typewriter della famiglia Courier; in ogni caso un font “monospaziato”, a spaziatura fissa, in cui a ogni lettera viene assegnata la stessa quantità di spaziatura orizzontale sul foglio.

    Oltre al carattere, colpisce anche la spaziatura tra una riga e l’altra: è alquanto generosa, inusualmente abbondante.

    Il testo, infine, non è giustificato, ovvero “impacchettato” in blocchi di righe della stessa lunghezza. Scorre invece da sinistra a destra in modo più libero, come una bandiera al vento (in gergo viene infatti chiamato proprio così, a “bandiera”), facilitando la lettura. A questo stile di impaginazione i lettori anglosassoni sono oggi senza dubbio più avvezzi rispetto a noi italiani, anche se non è sempre stato così: c’è stata la volontà di migliorare la leggibilità.

    Anche se non sono dislessica come Refn, ma soltanto affetta da problemi di vista, come più di due miliardi di persone in tutto il mondo, di fronte alle pagine di questo libro tiro ugualmente un sospiro di sollievo. Anzi, accade qualcosa di più: sono pervasa da un senso di gratitudine.

    È come se qualcuno, prima di leggere, mi avesse delicatamente posato sugli occhi due fette di cetrioli, dopo avermi applicato sul viso una maschera rigenerante. Questo qualcuno – un editore premuroso – ha accorciato le distanze tra forma e sostanza, o meglio ha pensato che agire sulla forma fosse indispensabile per poter far penetrare la sostanza attraverso i miei occhi e, da lì, nel cervello. D’altra parte, si tratta del verbo di DeLillo, perbacco. Questo è un libro benedetto. Vogliamo o non vogliamo che sia letto dal più alto numero di seguaci?

    Scommetto che qualcuno sarà inorridito di fronte a queste pagine che a me procurano, invece, tanto giubilo. Tra vintage e démodé il confine è sottile, avranno commentato alcuni. Cos’è questo lezioso ritorno al passato? Una ridicola font “macchina da scrivere”… non sanno più cosa inventarsi. E poi, tutto questo spazio bianco… inquietante.

    Inquietante è che in Italia, a fronte di una flessione nelle vendite dei libri così importante – l’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria” dell’Associazione Italiana Editori parla di 20,7 milioni di euro in meno nei primi nove mesi del 2025 – non si riesca a vedere oltre la necessità di avere “misure di sostegno alla domanda” da parte del Governo.

    Il calo sistematico dei lettori in Italia è dovuto a ragioni molteplici, spesso interconnesse, molte delle quali faticano a essere riconosciute dagli addetti ai lavori per il semplice fatto che li chiamano in causa. Sono frutto di errori e mancanze.

    Tra le più gravi, a mio parere, vi è proprio la cecità del settore di fronte alle fatiche fisiche che l’atto di leggere sempre più comporta da parte di tutti.

    Tanto più che il numero dei lettori, e potenziali tali, per i quali leggere rappresenta una sfida percettiva è cresciuto: ipovedenti, anziani, persone con dislessia o con disturbi oculistici. Parallelamente, la qualità del prodotto “libro cartaceo” si è notevolmente abbassata, anche – ma non solo – per via del rincaro dei costi delle materie prime. Se ancora il mercato si ostina a proporre libri stampati con caratteri minuscoli e interlinea inesistente, considerati ormai illeggibili da un’importante fascia di popolazione, il tutto su carta scadente effetto “velina”, è evidente che si dimostra indifferente ai bisogni primari del lettore, tra i quali vi è, in testa a tutti, l’esigenza di poter esercitare le sue facoltà di lettura su libri leggibili.

    Secondo numerose ricerche, la lettura, insieme al riconoscimento dei volti, è l’attività quotidiana correlata alla visione che richiede il livello più alto del visus per essere svolto normalmente. Come evidenzia l’Associazione Lettura Agevolata, che porta avanti da anni progetti di sensibilizzazione verso la leggibilità dei testi in tutti gli ambiti e settori, “diversi studi indicano che il 90% delle persone che vedono meno di 5/10 ha una ridotta capacità di lettura di testi di dimensioni correnti. Un livello lieve di ipovisione non conferisce consistenti diritti legali, ma limita comunque in misura più o meno grave la lettura, una fondamentale attività della vita quotidiana.”

    Nel mondo dell’istruzione e dell’editoria scolastica, così come in diversi ambiti della comunicazione, la leggibilità è considerata ormai un criterio decisivo, dal quale non si può prescindere quando si progettano contenuti. Gli editori italiani di narrativa continuano, invece, ad andare in direzione contraria. Aprire finalmente un dibattito pubblico sul tema potrebbe forse incoraggiarli a riflettere.

  • [fùn-go] – una favola cronica. In scena a Campo Teatrale lo spettacolo finalista del Theatrical Mass.

    Ieri si è aperta la nuova stagione di Campo Teatrale, vivace realtà del circuito milanese che si impegna da tempo nella promozione di compagnie emergenti e nuovi talenti.

    Una delle loro iniziative più interessanti è Theatrical Mass, progetto che mette al centro l’interazione e il dialogo tra artisti e pubblico: attraverso un bando annuale, vengono selezionati i migliori lavori da sottoporre – sotto forma di estratti – al pubblico e a una giuria formata da un gruppo di spettatori, i “Teatricoltori”. Questi ultimi sono chiamati a valutare non soltanto quanto hanno visto ma anche i contenuti dell’intero progetto artistico, discutendo della sua possibile evoluzione insieme agli artisti, in un momento di approfondimento prezioso per entrambi.

    [fùn-go] – una favola cronica, di Redini, Rizzo e Scalet, non è il progetto vincitore di Theatrical Mass ma è stato il secondo lavoro più apprezzato dal pubblico e dai Teatricoltori.

    Lo spettacolo ha mantenuto le promesse: è una delicata “favola cronica”, come preannuncia il titolo, che ci accompagna con il linguaggio della metafora verso l’esplorazione di una metamorfosi irreversibile. Una donna si trasforma lentamente in fungo, sotto gli occhi – e le mani – dapprima increduli, sconcertati, poi via via complici, amorevoli e simbioticamente partecipi del suo compagno.

    Ma come si diventa funghi, e soprattutto come si vive da funghi?

    Sopravviverà qualcosa di noi, che ne sarà delle nostre radici? Saranno recise per sempre? Saremo “noi e il fungo”, costretti a stare incollati l’uno all’altro? Ci toccherà accettare di dover dipendere dall’altro, da un vegetale per giunta? Oppure l’altro ci fagociterà, ci incuberà dentro di sé e arriveremo al punto in cui non riconosceremo più la voce della nostra coscienza?

    Forse perderemo i contatti con la realtà, per come la conosciamo. O semplicemente la percepiremo in modo diverso, come quando nuotavamo nel liquido amniotico. O forse non ha senso cercare di immaginarcelo, accadrà e basta, come successe un giorno alla principessa Mirra, che gli dei trasformarono in un albero. E quando la metamorfosi sarà compiuta, di ciò che eravamo prima resterà soltanto un nome, scritto con la minuscola: mirra.

    A chi prima viveva in simbiosi con noi, in sintonia con il nostro corpo, con la nostra mente, potrebbe non bastare saperci vivi dentro quell’albero che porta il nostro nome, o dietro il cappello di quel fungo che sopravviverà a molte stagioni, insieme a noi, nel nostro giardino. Oppure potrebbe invece spalancare nuove possibilità di vita in comune.

    Diventare fungo è una malattia per la quale non esiste cura, dalla quale non c’è ritorno, ma che non porterà alla morte, per come ce la immaginiamo.

    [fùn-go] – una favola cronica ci chiede infatti, come i miti di Ovidio e la poesia Avevamo studiato per l’aldilà di Montale che sentirete a un certo punto recitare in scena, di affinare i sensi e ritrovarci, ancora una volta, dentro una metafora: un luogo che non esiste ma che pur ci sembra di conoscere così bene, quell’ambiente in cui parole e immagini possono ancora farsi lievi e toccarci, senza ferirci.

    Ho assistito alla prima in compagnia di amici, e a teatro ho ritrovato anche una vecchia conoscenza: gli infaticabili animatori di BooktoMi. Qui trovate il link alle brevi interviste che hanno realizzato a fine dello spettacolo, ci sono anch’io!

    Per saperne di più:

    https://www.campoteatrale.it/fungo-una-favola-cronica/

  • “Il design come attitudine” di Alice Rawsthorn, edizione italiana

    Immaginate un mondo in cui la parola “design” vi richiamasse alla mente progetti di innovazione sociale, economica, politica e culturale, e in cui il significato di questa parola contemplasse quello di “forza creativa capace di cambiare in profondità le nostre vite”, piuttosto che evocare un repertorio sconfinato di cose molto stilose destinate a trasformarsi in spazzatura — destino che è l’essenza di tutti gli oggetti, come diceva Roland Barthes e come ci ricorda Alice Rawsthorn nel suo libro Il design come attitudine, in un capitolo intitolato “Il tramonto degli oggetti”.

    In un tal mondo, il nome di Alice Rawsthorn non suonerebbe familiare soltanto agli addetti ai lavori. E forse oggi, in Triennale, ad ascoltare la presentazione del suo libro, ci sarebbe un pubblico più eterogeneo.

    Quando, una quindicina di anni fa, cominciai a interessarmi al design, a fare ricerca sul lavoro dei giovani designer e a scriverne su alcune riviste, prima del tramonto della carta e agli albori di quella rivoluzione digitale che ha cambiato definitivamente il nostro modo di fare e “consumare” informazione, Rawsthorn, all’epoca columnist del New York Times, era la paladina del social design. Fu anche grazie alle sue autorevoli, illuminanti riflessioni che mi convinsi che le potenzialità del design come “agente di cambiamento”, ancora così sottovalutate, sarebbero state presto riconosciute dall’opinione pubblica. Me ne persuasi a tal punto da dedicarmi per alcuni anni proprio all’esplorazione di questa avanguardia e alla promozione del design thinking e della design innovation. Creai perfino un’ambiziosa piattaforma internazionale – si chiamava Onclaude – che avrebbe dovuto fare da trampolino di lancio per questo tipo di progetti. Fu molto faticoso e difficile e, per quanto sorretta da debordante idealismo, finii per mollare il colpo.

    Non smisi, tuttavia, di pensare al design. Come una storia d’amore sfortunata – ognuno ha avuto le sue – il design mi è rimasto a lungo in testa. Per liberarmene, ho dovuto scrivere a un certo punto un romanzo i cui protagonisti non fanno che dubitare della necessità di progettare alcunché, inclusa la loro vita.

    Non ho però mai smesso di credere che chi pratica il design come attitudine, chi coltiva questo certo modo di pensare e di fare, sia una risorsa di cui il nostro mondo ha molto bisogno, e ne avrà senz’altro sempre più in futuro. Non ho mai smesso di credere che il design sia un’attitudine vincente.

    E mentre ascoltavo Alice Rawsthron rispondere con impeccabile aplomb ai dubbi del pubblico – aleggiava un “ma siamo davvero sicuri che finalmente sia arrivato il nostro momento?”, anche se nessuno avrebbe mai osato porla in questi termini – pensavo che il suo ottimismo adamantino è oggi ancora più necessario di quanto lo fosse dieci anni fa.

    Di ottimismo è pregno il suo libro, che arriva ai lettori e alle lettrici italiane in una curatissima traduzione di Johan & Levi, basata sulla seconda edizione inglese di Design as an Attitude, pubblicata nel 2022. Uscito per la prima volta nel 2018, il libro nasceva come raccolta di alcuni dei più significativi articoli pubblicati all’interno della rubrica “By Design” che l’autrice teneva sulla rivista inglese frieze. Per questa seconda edizione, Rawsthorn ha rivisto, dopo la Pandemia, gli articoli originali.

    Questa nuova edizione è stata aggiornata e integrata con nuovi testi, ma l’obiettivo rimane lo stesso: descrivere quella che ritengo essere un’epoca esaltante per il design, seppur decisamente impegnativa, un’epoca in cui sia la disciplina sia il suo impatto sulle nostre vite stanno drasticamente cambiando (…)

    Il volume, indaga come i designer, professionisti e non, stiano svolgendo questo ruolo in un’epoca eccezionalmente turbolenta e spesso pericolosa, nella ci troviamo a gestire, su molti fronti, cambiamenti di rapidità e portata senza precedenti.

    Tra questi ci sono sfide globali come l’aggravarsi della crisi climatica e dell’emergenza profughi; il dilagare della povertà, del pregiudizio, dell’intolleranza e degli estremismi; il riconoscimento del fatto che molti sistemi e istituzioni che hanno organizzato le nostre vite nel secolo scorso non sono più efficaci; la necessità pressante di ricostruire il nostro mondo dopo la devastante pandemia da Covid-19, proteggendola da pandemie future, e il flusso di tecnologie sempre più complesse che promettono di trasformare la società, anche se non sempre in meglio. Il design come attitudine racconta come i design stiano reagendo a tutto questo (…)

    Il titolo Design as an Attitude è un omaggio a László Moholy-Nagy, l’eclettico artista ungherese che dopo essere stato attivo all’interno del movimento costruttivista nel suo paese natale, visse l’epoca d’oro del Bauhaus in Germania (insegnò a Weimar e Dessau dal 1923 al 1928); lavorò tra Parigi e Londra negli anni in cui emergeva il Modernismo e si stabilì infine, alla fine degli anni Trenta, a Chicago, dove diresse inizialmente il New Bauhaus, per poi fondare l’Institut of Design.

    Rawsthorn si rifà al concetto di “design attitudinale” che Moholy-Nagy aveva pionieristicamente illustrato in Vision in Motion, il libro di una vita la cui scrittura lo impegnò fino al giorno della sua morte. Tutti i problemi del design, diceva Moholy-Nagy, si fondono su un unico grande problema: il “design per la vita”.

    In una società sana, il design incoraggerà ogni singola professione e vocazione a fare la propria parte, perché è il grado di correlazione tra le diverse discipline a plasmare l’essenza di ogni civiltà.

    Ispirata da queste grandi verità, non posso fare a meno di chiedermi perché, ancora oggi, i nostri governi, i nostri politici, chi ci amministra, fatichino ancora così tanto ad accogliere i designer tra le fila di chi dovrebbe progettare, insieme a loro, la vita in comune. In società, appunto.

    Rivolgo quindi la domanda a Rawsthorn, nel corso della presentazione, chiedendole di offrirci qualche esempio riuscito di collaborazione tra designer e pubblica amministrazione. Rawsthorn risponde citando l’interessante lavoro svolto dalla sociologa Hilary Cottam, che in Inghilterra ha provato a reinventare lo stato sociale con la sua organizzazione Participle. La sperimentazione è stata portata avanti con successo per circa un decennio e ha lasciato il segno. Peccato che sia stata interrotta nel 2015 per mancanza di finanziamenti.

    Cambiano i governi, cambiano i cosiddetti decision makers, cambiano le regole del gioco. Le sfide del designer stanno certamente anche nel sapersi adattare a questi mutamenti.

    Ma il buon design che migliora la vita dei cittadini, mi trovo a pensare mentre torno a casa, non potrebbe semplicemente restare?

    I brutti palazzi progettati male restano in piedi eccome, penso guardandomi intorno. Non sono più desiderabili, non ci servono più, eppure non tramontano mai. Questa lotta per la sopravvivenza tra gli oggetti di cui parla Rawsthorn segue forse leggi più oscure di quelle darwiniane.

    La citazione in evidenza è tratta da I”l design come attitudine” di Alice Rawsthorn, pubblicato da Johan & Levi editore. Copyright © 2025 Johan & Levi

    La foto l’ho scattata durante la presentazione del libro alla Triennale di Milano il 17 settembre 2025.

  • Guerra alle parole. Perché i rapper Kneecap e Bob Vylan fanno così paura a UK e USA

    Negli ultimi mesi, l’establishment politico e mediatico in Inghilterra e negli Stati Uniti è stato molto impegnato a ingaggiare un’imprevista “guerra per la pace” che li ha visti più uniti che mai.

    È risaputo che i giovani cittadini britannici e americani sono particolarmente dediti a certune attività ricreative. Per esempio, partecipare in massa a festival musicali che, per quanto incredibilmente redditizi per chi li organizza e per i territori che li ospitano, hanno pur sempre l’effetto collaterale di far rimbalzare strani grilli da una testa all’altra. Ai concerti i giovani finiscono con lo stare vicini vicini. E c’è chi pensa che potrebbero trovarsi disarmati di fronte al contagio di uno o più devastanti morbi.

    Al momento, in Gran Bretagna e in USA i nemici da combattere sono due: i Kneecap e i Bob Vylan.

    I primi sono un trio hip hop di Belfast, nel mirino della polizia antiterrorismo britannica per il loro supporto alla causa palestinese, ma già da tempo sgradito anche per gli irriverenti “recap”, i riassuntini con cui ricordano al pubblico le malefatte dell’imperialismo britannico.

    Come se non bastasse, cantano prevalentemente in gaelico e osano fare perfino di più: cominciano una frase in British English, la lingua dei colonizzatori (li chiamano così, sdoganando un termine ancora scomodo); proseguono in anglo-irlandese e finiscono con l’antico nobile idioma, da loro arricchito di strabilianti neologismi, vedi in particolare alla voce “MDMA”. Non mancano tributi qua e là all’American English, la lingua dei rapper neri ma anche di quelli bianchissimi come loro, che hanno amato da piccoli. Eminem senz’altro, tanto che nello spassoso Kneecap di Rich Peppiatt interpretano se stessi proprio come fece il rapper di Detroit nell’indimenticabile 8 Mile più di vent’anni fa. Il film, un divertente biopic sui generis, è uscito l’anno scorso ma è arrivato nelle nostre sale soltanto in questi giorni; in Italia, dopo tanti premi internazionali, ha vinto il Generator +18 al 55° Giffoni Film Festival. Il padre di uno dei membri del trio, interpretato da Michael Fassbender, dice a un certo punto al figlioletto e al suo amico del cuore che poi diventerà compagno di palco: «Ogni parola di irlandese è un proiettile per la libertà».

    Uno dei pezzi migliori dei Kneecap, una dichiarazione d’intenti trascinante, incendiaria, traboccante di satira sociale e di autoironia, si intitola H.O.O.D, “teppistello”(Low-life scum, that’s what they say about me – “feccia di bassa lega, è quello che dicono di me”).

    I’m a H.O.O.D
    Low-life scum, that’s what they say about me
    ‘Cause I’m a H.O.O.D
    Low-life scum, that’s what they say about me

    A dog with a job, ah, what the fuck is that?
    When our poor Micky’s just sitting in the flat
    Sipping on his cans and smoking rollies
    ‘Cause all the best jobs are taken by doleies
    20 black, yeah craic! And mo spliff achan lá
    Beat the fash then the sesh, get that note off my car
    Isteach anois, hide the stash, mugged her purse san áit
    Ach ar dtús, cúpla líne, sula n-éiríonn seo aisteach

    Jah, it’s gonna be a bloodbath

    It’s gonna be a bloodbath, “sarà un bagno di sangue”. E così è stato: con i loro testi, video e proclami sul palco hanno fatto una mattanza.

    Metaforicamente parlando, si intende. Forse è bene specificarlo, oggi che le metafore risultano sempre più indigeste a molti. In particolare, a chi vorrebbe rivendicarne l’esclusivo usufrutto, cioè ai politici, conservatori o progressisti che siano, di tutto il mondo, Italia compresa. Perché è pur vero che le metafore possono illuminare le menti, ma anche ottenebrarle per renderle più malleabili.

    Premetto che ho anch’io un rapporto controverso con questa figura retorica. Sono abbastanza allergica all’uso delle metafore nella lingua letteraria e più in generale nella narrativa contemporanea, a meno che non sia ponderatissimo – d’altra parte non vengono mica bene a tutti come a Bolaño. Mi piace però quando le metafore si infilano in modo intelligente nel linguaggio dell’arte, della musica, del teatro; in tutto ciò che è act, un’azione che viene performata su un palco, in cui qualcuno è se stesso ma pure qualcun altro. Mi piace l’idea della metafora incarnata.

    Ai conservatori britannici, le metafore dei Kneecap danno invece il voltastomaco perché li toccano da vicino. Anzi, direi che li tamponano da dietro a grande velocità e con grandi scoppi di risa. Il pubblico si gode la scena. «Un conservatore buono è un conservatore morto: uccidete il vostro deputato locale», pare abbiano detto in un loro concerto nel 2023. Sono gli stessi che si autoproclamo “feccia di bassa lega”. Chi mai li prenderebbe alla lettera?

    Il pubblico è lì perché ha accettato un patto, come a teatro, come quando comincia a leggere un romanzo. Se l’approccio al linguaggio usato da chi scrive canzoni, di qualsiasi genere, non fosse capito e condiviso da chi le ascolta, dopo ogni concerto di musica metal, dagli anni Sessanta a oggi, per fare un esempio al di fuori del contesto rap, ci sarebbero state e ci sarebbero tuttora orde di teenager sanguinari smaniosi di spaccare la testa a chiunque capiti loro a tiro.

    Lo sanno bene anche i conservatori britannici, consumati oratori politici. Ma la portata di quel Kill your MP (“Uccidi il tuo parlamentare locale”) ha finito per essere ingigantita alla luce delle esternazioni pro Palestina che il gruppo non ha mai smesso di fare nei vari tour in Gran Bretagna e, lo scorso aprile, anche sul mastodontico palco del Coachella, il festival musicale americano più seguito. It’s a f***ing joke, si è trattato di uno scherzo, una battuta satirica, ha dichiarato la band a proposito della frase del 2023. I tre hanno anche ricordato che sul palco interpretano dei personaggi ma “Il punto è che nessuno si è preoccupato di quella frase fino a quando non abbiamo detto ‘Free Palestine’ a Coachella”.

    È finita che la Metropolitan Police, che li stava indagando per il Kill your MP, ha poi deciso di non procedere oltre. In compenso, il più giovane membro della band, Mo Chara, nome d’arte di Liam Óg Ó hAnnaidh, 27 anni, è stato messo sotto processo per terrorismo dopo aver sventolato, secondo l’accusa, una bandiera di Hezbollah che un fan avrebbe gettato sul palco durante un concerto a Londra. Il giovane si è presentato alla corte di Westminster lo scorso 20 agosto, accolto da una folla di fan e sostenitori. L’udienza è stata rinviata al 26 settembre e intanto il trio ha cancellato il tour previsto negli States, anche perché, dopo l’esibizione a Coachella, il governo americano ha revocato loro il visto e non è chiaro se abbia intenzione di concederglielo in futuro.

    Gli Stati Uniti hanno revocato il visto anche a un altro potenziale “nemico” Made in UK: Bob Vylan, duo punk rap londinese che come i Kneecap ci ha messo la faccia e non si è risparmiato nel denunciare il genocidio in Palestina. Provenienti da un paese formalmente “amico”, l’Inghilterra, ma al momento assai sgraditi in casa propria, i Bob Vylan sono stati scaricati dagli agenti che li sponsorizzavano negli USA.

    C’è ancora di mezzo l’esibizione sul palco di un festival. Questa volta si tratta di Glastonbury, in diretta sulla BBC. Le parole controverse sono quelle di un coro intonato insieme al pubblico: Death to the IDF, “Morte all’IDF”. Sia gli organizzatori del festival sia la BBC lo hanno definito “antisemita”; i Bob Vylan sono stati indagati, e sui media britannici si è scatenato un tornado. Come se, nelle parole dei Bob Vylan, la storia importante da coprire fossero loro, l’esibizione a un festival e un coro intonato contro l’esercito israeliano, piuttosto che i crimini perpetrati in Palestina nell’indifferenza generale del governo. “Più tempo spendono a parlare di Bob Vylan e meno tempo spendono a rispondere del loro immobilismo criminale”, scrivono nella dichiarazione qui sotto.

    In merito all’accusa di antisemitismo, come ben dice l’editorialista del Guardian Owen Jones, suona più offensivo assimilare il popolo ebraico nel suo complesso a un esercito “le cui azioni hanno indotto la corte penale internazionale a emettere un mandato di arresto per Netanyahu e per il suo ex ministro della Difesa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

    Jones titola così un articolo uscito a suo nome ai primi di luglio: Welcome to Britain 2025: where a musician’s words cause more outrage than the murder and horror in Gaza, “Benvenuti nella Gran Bretagna del 2025, dove le parole di un musicista causano più indignazione dei crimini e degli orrori di Gaza”. Lo spostamento dell’attenzione da parte del governo e dei media è, a suo parere, deliberato. “È quello che è”, scrive, “una campagna di distrazione” che vuole oscurare “la complicità della Gran Bretagna nel crimine del secolo”. Tanto più che si vuole passare sotto silenzio, aggiunge, il fatto che i cittadini britanni arruolati nell’IDF non siano stati indagati per i crimini di guerra compiuti a Gaza.

    La storia della censura in cui sono incorsi i Bob Vylan, così come i Kneecap – perché del tentativo di silenziarli, di fatto, si tratta – ci racconta che mentre muoiono decine di migliaia di persone a Gaza, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si dispiegano forze non indifferenti per fare guerra all’uso figurato di una parola scomoda solo sulla carta: la parola “morte”.

    Per saperne di più:

    https://www.kneecap.ie/

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/01/britain-musician-gaza-glastonbury

  • Letizia Battaglia, o del talento della giovinezza.  Una mostra “Senza fine” a Palazzo di Città, Cagliari

    Non è la prima volta che gli scatti di Letizia Battaglia arrivano in città. Nel 2018, quattro anni prima di morire, la grande fotografa palermitana era stata invitata ad aprire il festival letterario Pazza Idea, il cui tema era il “Femminile plurale”. Ora la Regione Sardegna le dedica un tributo ospitando, in collaborazione con l’Archivio Letizia Battaglia e la Fondazione Falcone per le Arti, la grande retrospettiva Senza fine, proposta in precedenza a Roma, Reggio Calabria e Aosta.

    Avevo già visto i lavori più iconici di Battaglia in altre esposizioni in Italia e all’estero, ma questa è la prima mostra monografica che ho avuto l’occasione di visitare da quando la fotografa ci ha lasciati nel 2022.

    Bello l’allestimento che omaggia anche l’architetta Lina Bo Bardi (1914-1992) e i suoi “cavalletti” di cristallo, su cui sono installate fotografie bifacciali di grande formato. Intense e dense di racconti di vita e spunti di riflessione le due video interviste, di mezz’ora circa ciascuno, (ri)proposte all’inizio e alla fine del percorso: Amore amaro di Francesco G. Raganato, documentario girato nel 2012, primo episodio della serie Fotografi, andato in onda su Sky Arte; La mia Battaglia di Franco Maresco, del 2016, nel quale la fotografa, all’epoca ottantunenne, appare più stanca e malinconica, seppur sempre combattiva, incapace di rinunciare al suo ottimismo. Un ottimismo irrazionale, come lei stessa riconosce, ma consapevole: non si può certo negare che il mondo sia pieno di brutture, e che lo sia la sua amata Palermo, non abbastanza “pazza”, come dice lei, per trovare il coraggio di eradicare le ingiustizie.

    Ma Letizia Battaglia è una donna a cui la vita ha donato il talento, mai rinnegato, della giovinezza. D’altra parte, come racconta nel primo documentario, ha cominciato ad “appartenersi”, a sentirsi comoda nei panni di sé stessa, non prima dei quarant’anni, quando ha iniziato a lavorare come fotografa.

    La sua storia ricorda quella di numerose altre donne, artiste divenute poi celebri come lei oppure destinate a rimanere sconosciute, così come di molte donne comuni, che soltanto da un certo punto in avanti hanno avuto l’ardire di cominciare a vivere come più desideravano. Quantomeno provarci.

    È capitato ad alcune delle nostre nonne e madri; è capitato e capita ancora oggi a noi, che ci siamo dette “Meglio tardi che mai” mentre giravamo l’angolo a un nuovo bivio esistenziale; forse continuerà a capitare alle donne di domani, nonostante sempre più giovani arrivino all’età adulta con maggiore consapevolezza di sé, delle proprie inclinazioni, attitudini, passioni. Soprattutto, con le idee più chiare su come affrontare l’avventura della vita.

    Le donne che Battaglia ritrae sono spesso imprigionate in ruoli che sono stati assegnati loro dalla società patriarcale, un sistema di regole non scritte da cui si esige sottomissione e fedeltà omertosa, proprio come la mafia, così come dal luogo stesso in cui queste donne  nascono e crescono, inteso non solo come territorio geografico – un determinato Paese, una città specifica, un quartiere in particolare – ma anche come Stato.

    Parlano di questo molti dei ritratti esposti, e le didascalie che li accompagnano, a partire da quello scelto per il manifesto della mostra Senza fine, in cui una giovane nobile fa la seduttrice offrendo il collo nudo al ballo della festa di Capodanno a villa Airoldi. Ci sono anche la “sposa ricca che inciampa sul velo” davanti alla chiesa di Casa Professa a Palermo; la signora con il bicchiere in mano al “ricevimento aristocratico in giardino con volpe morta”; Silvia che “prende il sole mentre Franco Zappa” in campagna, nuda e bellissima; la madre dei bassifondi palermitani ritratta nel suo tugurio con i bimbi nudi ai piedi e il neonato con il braccino fasciato in braccio perché “troppo stanca, non si era svegliata, mentre un topo gli rosicchiava un dito della mano sinistra”; la bucolica “Ricamatrice” di Montemaggiore Belsito; la “Bambina lavapiatti” di Monreale, e molte altre.

    C’è infine Rosaria Schifani, alla quale la Storia ha assegnato un ruolo epocale: per sempre sarà la “vedova dell’agente di scorta Vito, ucciso insieme al giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo ed i suoi colleghi Antonio Mortinaro e Rocco di Cillo”. Il suo è l’unico ritratto esposto da solo, al centro di una stanza vuota.

    Rosaria ci parla in silenzio, con gli occhi chiusi, per farsi più vicina a noi, per permetterci di sentire il suo corpo spezzato a metà dalla luce e dalle tenebre. Vita e morte. Speranza e disperazione. Non voglio vendetta, voglio giustizia, continuerà a ripetere.

    Il suo è il ritratto più potente esposto in queste sale, senz’altro uno dei più riusciti in assoluto della fotografa, che ha saputo emancipare la donna dal suo ruolo: il significato profondo di questa fotografia trascende il lutto che l’ha colpita, la tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia, sulla comunità, sulla città di Palermo, sull’Italia intera che quel 23 maggio 1992  ha perso la sua battaglia contro la mafia lasciando che l’abominio della strage di Capaci si compisse. Il suo volto racconta, con il linguaggio universale dell’arte, una spaccatura che ognuna di noi, in misura diversa, si porta dentro.

    Ho voluto soffermarmi qui sui ritratti femminili di “Senza fine”. Tuttavia, nelle fotografie esposte, e in molte altre dell’Archivio Letizia Battaglia, gli uomini di certo non mancano. In particolare nella serie “Mafia, antimafia e cronaca nera”. Figurano come morti ammazzati, soprattutto. È la stessa Battaglia a sottolinearlo in una delle video interviste proposte. Tra i pochi “caduti” che il suo obiettivo non ha catturato c’è proprio Falcone, che Battaglia non ha voluto fotografare da morto. Anche per questo, il meraviglioso ritratto del giudice da giovane che ci troviamo di fronte nelle ultime sale dell’esposizione, ci riempie di energia, idealismo e – irrazionale – ottimismo. In comune, Falcone e Battaglia avevano tanto, ma soprattutto una cosa: il talento della giovinezza.

    Per saperne di più:

    https://sistemamuseale.museicivicicagliari.it/letizia-battaglia-senza-fine/

    https://www.archivioletiziabattaglia.it/

    Le foto qui pubblicate, compresa la cover (un’immagine del documentario Amore Amaro), le ho scattate alla mostra. Le fotografie esposte sono di Letizia Battaglia, tutti i diritti riservati.