Sul documentario “Louis Theroux dentro la manosfera”. Perché tacciarlo di superficialità sarebbe da superficiali.

Dopo aver visto il nuovo documentario del noto giornalista britannico-americano, distribuito da Netflix, mi sono imbattuta in un articolo di opinione pubblicato da Indiewire, rivista online statunitense dedicata al cinema americano indipendente. Secondo la giovane autrice del pezzo, Alison Foreman, al documentario mancherebbe il contesto critico necessario per indagare in modo realmente approfondito il mondo della cosiddetta “manosfera”, variegata rete di comunità maschili che promuove online idee, pratiche e modelli di mascolinità tossica. Gli uomini dovrebbero fare documentari sul sessismo o è meglio che si astengano? Foreman ci mette di fronte a una domanda che come spettatrici potremmo legittimamente farci, forse perfino dovremmo, e con argomenti convincenti ci porta a riflettere sul fatto che, sebbene l’assenza di voci femminili in quel mondo, spesso a causa di vera e propria censura, venga rilevata ed evidenziata, non ne vengano poi esplorate a sufficienza le ragioni. Per chi ha visto il documentario, si fa per esempio riferimento a quando Theroux intervista madri, mogli e collaboratrici dei vari influencer che incontra.

Theroux quindi avrebbe parzialmente fallito nella sua inchiesta per… intrinseca impossibilità di raccontare in modo critico il sessismo di cui è imbevuta la manosfera, dal momento che è un giornalista maschio?

C’è un problema di fondo che vizia questa e altre letture che, come troppo spesso accade, valutano un’opera non per ciò che è ma per ciò che potrebbe essere di diverso. Questo non è, in realtà, un documentario sul sessismo. Non è neppure un documentario sulla “manosfera”, altrimenti non si intitolerebbe Louis Theraux nella Manosfera.

Come spesso accade nei suoi lavori, il racconto ruota intorno a Theroux che si confronta in prima persona con il mondo in cui si immerge. Peraltro, il contesto in cui si addentra non è propriamente la manosfera intesa come comunità online di maschi che condividono e diffondono gli stessi grotteschi principi: il giornalista incontra di persona chi su quelle idee aberranti e facili menzogne (complottismi infarciti di maschilismo, antisemitismo, pseudoscienza) ha costruito il proprio personale impero, continuando a sfornare contenuti monetizzabili, attraverso truffe di vario tipo.

Theroux decide di incontrare quelli che possiamo considerare oggi i maggiori produttori dell’industria su cui si regge la manosfera, giovani influencer che si considerano infallibili business man ma che sono in realtà, appunto, nient’altro che truffatori; tanto retrogradi quanto scafati e ipocriti, sono determinati ad alimentare l’odio e il risentimento dei propri giovanissimi fan per poterci fondamentalmente lucrare sopra. Il giornalista avvicina, osserva e in alcuni casi riesce a interloquire anche con i membri del loro entourage, e si muove nei centri di produzione fisici in cui questi influencer operano lungo l’asse Marbella-Miami-New York.

Thuroux si dimostra, ancora una volta, coerente con il suo personalissimo modo di fare giornalismo. Non fa analisi ma lascia che venga fuori l’ipocrisia, la volgarità, la grettezza, la spregiudicatezza ma anche la stupidità di questi giovani maschi che si contraddicono continuamente, non sanno autoregolarsi, reagiscono a provocazioni anche minime (basta una domanda a cui non sanno rispondere a farli scattare) come dei ragazzini disagiati. Si sono emancipati economicamente, ma sulla base di una radicalizzazione del loro personale trauma infantile; si sono sì “fatti da soli” ma in modo contrario a ciò che una sana maturazione dell’individuo prevederebbe.

Appare tuttavia chiaro che non possono esserci attenuanti al loro modo distorto di stare al mondo, ma solo tentativi di comprensione delle radici del disagio da cui tutto potrebbe forse, o in parte, aver avuto origine. Sarebbero delle persone diverse se diversi fossero stati quei padri che oggi tanto odiano (tratto comune a tutti, come si evince dalle loro storie)?

Viene spontaneo chiederselo, dopo aver visto questo documentario, ma ciò su cui dovremmo con urgenza riflettere sono soprattutto le preoccupanti conseguenze delle loro azioni manipolative su quella massa crescente di giovanissimi che li seguono come modelli. Un pubblico particolarmente appetibile, in quanto incapace di sottrarsi da solo, senza il supporto dell’adulto, all’”influenza”. Un pubblico, o sarebbe meglio dire mercato, secondo i parametri con cui i produttori di contenuti li valutano, spesso del tutto inconsapevole di avere a che fare, più che con degli “eroi”, con dei consumati truffatori.

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