Guerra alle parole. Perché i rapper Kneecap e Bob Vylan fanno così paura a UK e USA

Negli ultimi mesi, l’establishment politico e mediatico in Inghilterra e negli Stati Uniti è stato molto impegnato a ingaggiare un’imprevista “guerra per la pace” che li ha visti più uniti che mai.

È risaputo che i giovani cittadini britannici e americani sono particolarmente dediti a certune attività ricreative. Per esempio, partecipare in massa a festival musicali che, per quanto incredibilmente redditizi per chi li organizza e per i territori che li ospitano, hanno pur sempre l’effetto collaterale di far rimbalzare strani grilli da una testa all’altra. Ai concerti i giovani finiscono con lo stare vicini vicini. E c’è chi pensa che potrebbero trovarsi disarmati di fronte al contagio di uno o più devastanti morbi.

Al momento, in Gran Bretagna e in USA i nemici da combattere sono due: i Kneecap e i Bob Vylan.

I primi sono un trio hip hop di Belfast, nel mirino della polizia antiterrorismo britannica per il loro supporto alla causa palestinese, ma già da tempo sgradito anche per gli irriverenti “recap”, i riassuntini con cui ricordano al pubblico le malefatte dell’imperialismo britannico.

Come se non bastasse, cantano prevalentemente in gaelico e osano fare perfino di più: cominciano una frase in British English, la lingua dei colonizzatori (li chiamano così, sdoganando un termine ancora scomodo); proseguono in anglo-irlandese e finiscono con l’antico nobile idioma, da loro arricchito di strabilianti neologismi, vedi in particolare alla voce “MDMA”. Non mancano tributi qua e là all’American English, la lingua dei rapper neri ma anche di quelli bianchissimi come loro, che hanno amato da piccoli. Eminem senz’altro, tanto che nello spassoso Kneecap di Rich Peppiatt interpretano se stessi proprio come fece il rapper di Detroit nell’indimenticabile 8 Mile più di vent’anni fa. Il film, un divertente biopic sui generis, è uscito l’anno scorso ma è arrivato nelle nostre sale soltanto in questi giorni; in Italia, dopo tanti premi internazionali, ha vinto il Generator +18 al 55° Giffoni Film Festival. Il padre di uno dei membri del trio, interpretato da Michael Fassbender, dice a un certo punto al figlioletto e al suo amico del cuore che poi diventerà compagno di palco: «Ogni parola di irlandese è un proiettile per la libertà».

Uno dei pezzi migliori dei Kneecap, una dichiarazione d’intenti trascinante, incendiaria, traboccante di satira sociale e di autoironia, si intitola H.O.O.D, “teppistello”(Low-life scum, that’s what they say about me – “feccia di bassa lega, è quello che dicono di me”).

I’m a H.O.O.D
Low-life scum, that’s what they say about me
‘Cause I’m a H.O.O.D
Low-life scum, that’s what they say about me

A dog with a job, ah, what the fuck is that?
When our poor Micky’s just sitting in the flat
Sipping on his cans and smoking rollies
‘Cause all the best jobs are taken by doleies
20 black, yeah craic! And mo spliff achan lá
Beat the fash then the sesh, get that note off my car
Isteach anois, hide the stash, mugged her purse san áit
Ach ar dtús, cúpla líne, sula n-éiríonn seo aisteach

Jah, it’s gonna be a bloodbath

It’s gonna be a bloodbath, “sarà un bagno di sangue”. E così è stato: con i loro testi, video e proclami sul palco hanno fatto una mattanza.

Metaforicamente parlando, si intende. Forse è bene specificarlo, oggi che le metafore risultano sempre più indigeste a molti. In particolare, a chi vorrebbe rivendicarne l’esclusivo usufrutto, cioè ai politici, conservatori o progressisti che siano, di tutto il mondo, Italia compresa. Perché è pur vero che le metafore possono illuminare le menti, ma anche ottenebrarle per renderle più malleabili.

Premetto che ho anch’io un rapporto controverso con questa figura retorica. Sono abbastanza allergica all’uso delle metafore nella lingua letteraria e più in generale nella narrativa contemporanea, a meno che non sia ponderatissimo – d’altra parte non vengono mica bene a tutti come a Bolaño. Mi piace però quando le metafore si infilano in modo intelligente nel linguaggio dell’arte, della musica, del teatro; in tutto ciò che è act, un’azione che viene performata su un palco, in cui qualcuno è se stesso ma pure qualcun altro. Mi piace l’idea della metafora incarnata.

Ai conservatori britannici, le metafore dei Kneecap danno invece il voltastomaco perché li toccano da vicino. Anzi, direi che li tamponano da dietro a grande velocità e con grandi scoppi di risa. Il pubblico si gode la scena. «Un conservatore buono è un conservatore morto: uccidete il vostro deputato locale», pare abbiano detto in un loro concerto nel 2023. Sono gli stessi che si autoproclamo “feccia di bassa lega”. Chi mai li prenderebbe alla lettera?

Il pubblico è lì perché ha accettato un patto, come a teatro, come quando comincia a leggere un romanzo. Se l’approccio al linguaggio usato da chi scrive canzoni, di qualsiasi genere, non fosse capito e condiviso da chi le ascolta, dopo ogni concerto di musica metal, dagli anni Sessanta a oggi, per fare un esempio al di fuori del contesto rap, ci sarebbero state e ci sarebbero tuttora orde di teenager sanguinari smaniosi di spaccare la testa a chiunque capiti loro a tiro.

Lo sanno bene anche i conservatori britannici, consumati oratori politici. Ma la portata di quel Kill your MP (“Uccidi il tuo parlamentare locale”) ha finito per essere ingigantita alla luce delle esternazioni pro Palestina che il gruppo non ha mai smesso di fare nei vari tour in Gran Bretagna e, lo scorso aprile, anche sul mastodontico palco del Coachella, il festival musicale americano più seguito. It’s a f***ing joke, si è trattato di uno scherzo, una battuta satirica, ha dichiarato la band a proposito della frase del 2023. I tre hanno anche ricordato che sul palco interpretano dei personaggi ma “Il punto è che nessuno si è preoccupato di quella frase fino a quando non abbiamo detto ‘Free Palestine’ a Coachella”.

È finita che la Metropolitan Police, che li stava indagando per il Kill your MP, ha poi deciso di non procedere oltre. In compenso, il più giovane membro della band, Mo Chara, nome d’arte di Liam Óg Ó hAnnaidh, 27 anni, è stato messo sotto processo per terrorismo dopo aver sventolato, secondo l’accusa, una bandiera di Hezbollah che un fan avrebbe gettato sul palco durante un concerto a Londra. Il giovane si è presentato alla corte di Westminster lo scorso 20 agosto, accolto da una folla di fan e sostenitori. L’udienza è stata rinviata al 26 settembre e intanto il trio ha cancellato il tour previsto negli States, anche perché, dopo l’esibizione a Coachella, il governo americano ha revocato loro il visto e non è chiaro se abbia intenzione di concederglielo in futuro.

Gli Stati Uniti hanno revocato il visto anche a un altro potenziale “nemico” Made in UK: Bob Vylan, duo punk rap londinese che come i Kneecap ci ha messo la faccia e non si è risparmiato nel denunciare il genocidio in Palestina. Provenienti da un paese formalmente “amico”, l’Inghilterra, ma al momento assai sgraditi in casa propria, i Bob Vylan sono stati scaricati dagli agenti che li sponsorizzavano negli USA.

C’è ancora di mezzo l’esibizione sul palco di un festival. Questa volta si tratta di Glastonbury, in diretta sulla BBC. Le parole controverse sono quelle di un coro intonato insieme al pubblico: Death to the IDF, “Morte all’IDF”. Sia gli organizzatori del festival sia la BBC lo hanno definito “antisemita”; i Bob Vylan sono stati indagati, e sui media britannici si è scatenato un tornado. Come se, nelle parole dei Bob Vylan, la storia importante da coprire fossero loro, l’esibizione a un festival e un coro intonato contro l’esercito israeliano, piuttosto che i crimini perpetrati in Palestina nell’indifferenza generale del governo. “Più tempo spendono a parlare di Bob Vylan e meno tempo spendono a rispondere del loro immobilismo criminale”, scrivono nella dichiarazione qui sotto.

In merito all’accusa di antisemitismo, come ben dice l’editorialista del Guardian Owen Jones, suona più offensivo assimilare il popolo ebraico nel suo complesso a un esercito “le cui azioni hanno indotto la corte penale internazionale a emettere un mandato di arresto per Netanyahu e per il suo ex ministro della Difesa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità”.

Jones titola così un articolo uscito a suo nome ai primi di luglio: Welcome to Britain 2025: where a musician’s words cause more outrage than the murder and horror in Gaza, “Benvenuti nella Gran Bretagna del 2025, dove le parole di un musicista causano più indignazione dei crimini e degli orrori di Gaza”. Lo spostamento dell’attenzione da parte del governo e dei media è, a suo parere, deliberato. “È quello che è”, scrive, “una campagna di distrazione” che vuole oscurare “la complicità della Gran Bretagna nel crimine del secolo”. Tanto più che si vuole passare sotto silenzio, aggiunge, il fatto che i cittadini britanni arruolati nell’IDF non siano stati indagati per i crimini di guerra compiuti a Gaza.

La storia della censura in cui sono incorsi i Bob Vylan, così come i Kneecap – perché del tentativo di silenziarli, di fatto, si tratta – ci racconta che mentre muoiono decine di migliaia di persone a Gaza, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si dispiegano forze non indifferenti per fare guerra all’uso figurato di una parola scomoda solo sulla carta: la parola “morte”.

Per saperne di più:

https://www.kneecap.ie/

https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/jul/01/britain-musician-gaza-glastonbury

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