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  • Philosophy of the World al Fringe Festival di Edimburgo – Non ci sono solo le tette (ma anche quelle)

    Three is the magic number. Sono stata tre giorni a Edimburgo e ho visto tre spettacoli teatrali, due dei quali, diversissimi tra loro, vedevano tre performer donne sul palco.

    Uno di questi, Philosophy of the World, della compagnia inglese In bed with My Brother, trio inglese anarchico e femminista, è andato in scena in tarda serata alla Summerhall, venue che negli anni ha ospitato compagnie emergenti e lavori teatrali sperimentali tra più interessanti, in alcuni rari casi di grande successo anche oltre i confini del palcoscenisco (le commedie Baby Reindeer e Fleabag sono diventate due famose serie TV).

    Di successo e di fama, di come sia paradossalmente difficile ottenerli quando sei in vita, parla appunto Philosophy of the World, ma anche di talento vero e presunto, e di come sia facile sfruttare il capitale artistico altrui, soprattutto quando si tratta di donne. Il titolo è preso in prestito dall’unico sfortunato album, poi passato alla storia, delle Shaggs, sgangherata band femminile americana anni Sessanta di cui si rievoca la tragicomica esistenza. 

    Ma chi erano davvero le Shaggs, la migliore peggiore band di tutti i tempi? Quale era la loro “Filosofia del mondo”? Cos’hanno da dirci queste tre sorelle capellone del New Hampshire, considerate dal padre predestinate al successo e per questo obbligate a impugnare gli strumenti, fare pratica (sempre con scarso successo) ogni giorno per ore, ed infine esibirsi davanti al pubblico per essere poi fischiate senza pietà?

    Quando entro in sala riconosco subito la musica che apre il primo atto dello show: non è un pezzo delle Shaggs, è Territorial Pissing dei Nirvana! Il mio pezzo preferito della band quando, da giovane, ero una loro fan. Il brano più hard core punk di Nevermind, quello che hanno suonato al loro debutto al Saturday Night Live ed è finita che hanno distrutto tutti gli strumenti. Territorial Pissing è Kurt Cobain che immola le sue corde vocali, lo strazio che si fa catarsi (nostra, più che sua). Ma non finisce qui: è un grido contro il patriarcato, contro la cultura machista della provincia americana che a Cobain faceva venire la gastrite, insieme a molte altre cose. “Never met a wise man, if so it’s a woman”, non ho mai conosciuto un uomo saggio, semmai una donna, canta a un certo punto.

    Certo, penso, Cobain c’entra con le Shaggs perché aveva provocatoriamente dichiarato di essersi ispirato a loro; diceva che Philosophy of the World era il suo album preferito di sempre; si era fatto fotografare con indosso una t-shirt delle Shaggs; grazie a lui e a Frank Zappa, altro insospettabile ammiratore, le Shaggs erano state riscoperte fino a diventare una band di culto.

    Ma a Nora, Dora e Kat, autrici, attrici e performer di questo pazzo show in cui succederà di tutto (alla fine, tette all’aria, stramazzeranno al suolo e non si alzeranno neppure dopo gli applausi) interessa spingere il pubblico oltre questi semplici sillogismi, su cui d’altra parte si fonda ancora l’industria culturale globale: non sei nessuno fino a quando qualcuno che conta, meglio se un artista di sesso maschile, dice al mondo che anche tu sei qualcuno che conta. Meno di lui, chiaramente, ma più di tanti altri. E altre, va da sé.

    Nei primi due atti, Nora, Dora e Kat giocano alle Shaggs  – “noi facciamo loro, voi il pubblico, ok?”, questo il patto iniziale – con tanto di parrucconi ed estenuanti sessioni di calisthenics a cui le costringe il padre per tenersi in forma. Il Padre è un Verbo e si manifesta per lo più attraverso scritte bianche su fondo nero che scorrono sopra il palco, dispositivo geniale che comanda l’azione senza bisogno di dialoghi. Questo Big Brother che impartisce ordini dall’alto alle sue creature, in alcuni momenti, si incarna nello show manager che assiste le tre dalla platea: all’occorrenza viene tirato in mezzo sul palco, sempre per prenderle di santa ragione. Ma ha, per così dire, la pellaccia, e le tre non riescono mai a farlo fuori, nonostante sanguini di brutto (per finta, visto che gli show manager sono figure essenziali e non possono essere trucidati…). Muore ma resuscita svariate volte; in ogni caso, anche quando schiatta definitivamente, torna a tormentare le tre come fantasma. 

    Fino a dove voglia spingersi l’azione lo capiremo soltanto nel terzo atto, in cui una delle bravissime perfomer ci vomita addosso tutte le parole che finora non abbiamo mai sentito uscire dalla sua bocca, o meglio di nessuna di loro. Fino a quel momento, infatti, le tre si sono espresse soltanto a bisbigli, mugugni, grida e movimenti maldestri.

    È un vero rant quello che ci scagliano addosso: un’interminabile invettiva punk femminista, che chiamare monologo sarebbe ridicolo.

    Una tirata velocissima, implacabile, senza esitazioni, che intreccia acutissime riflessioni sul mondo della musica e dell’arte di ieri e di oggi. Parole tutt’altro che campate in aria; saldate, al contrario, da una logica stringente che parte dalle Shaggs e arriva a Tom Cruise, che attualmente detiene i diritti per girare un biopic sulle tre sorelle, passando per Andy Wharol che si rifiutò di restituire il manoscritto della sceneggiatura di Valerie Solanas e per questo si beccò dalla scrittrice  – non “attrice”, come la appellarono i tabloid all’epoca, precisano le Nostre – due belle pallottole nello stomaco, rischiando di rimanerci secco. C’e anche Cobain, che decreta la fama postuma delle Shaggs ma a sua volta viene inesorabilmente schiacciato dal successo.

    Nel corso dei primi due atti, il pubblico non ha fatto che ridere in modo, è il caso di dirlo, fin troppo “plateale”; vuoi perché lo show era senz’altro anche molto divertente, vuoi perché la (semi) nudità femminile sul palco di un teatro suscita sempre sensazioni forti, tra ilarità, imbarazzo, nervosismo, difficoltà a concentrarsi su ciò che viene detto. È inevitabile che lo sguardo cada sulle tette, insomma. Io stessa mi sono ritrovata a fare considerazioni, come spesso mi capita in questi casi, fuori contesto. Ogni volta mi sorprende la varietà di questa parte anatomica femminile, non si può dire che esistano due tette uguali ad altre due. E chissà cosa ne pensava in merito, invece, l’elegante giovane very british seduto di fronte a noi, in compagnia della sua fidanzata.

    Tutto questo è Philosophy of the World. È stato un successo.

    Per saperne di più:

    https://festival.summerhallarts.co.uk/events/philosophy-of-the-world/

    https://www.inbedwithmybrother.com/

    Le foto qui pubblicate sono materiale stampa ufficiale della compagnia In Bed With my Brother

  • Hamrun, poveri ma belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

    Arrivo a Malta da Edimburgo, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale intitolato Make it happen, una satira sul crash finanziario della Royal Bank of Scotland, con il leggendario attore britannico Brian Cox sul palco nelle vesti del fantasma di Adam Smith, padre del capitalismo, che tormenta Fred “The Shred” Goodwin, il tagliatore di posti di lavoro che quella banca, nel 2008, la fece andare a picco, e con lei l’intera Scozia.

    Non mettevo piede sul suolo scozzese dalla fine degli anni Novanta e mi ha colpito vedere che, al netto di boom turistico, gentrificazione e vivacità culturale, permangono grandi contrasti: uno su tutti, la presenza di giovani uomini e donne senza tetto che dormono per strada con i piedi congelati ad agosto e chissà, viene da chiedersi, in che condizioni arriveranno a settembre, considerato il clima non proprio ospitale della capitale scozzese.

    Malta mi accoglie con la sua amabile brezza. Il caldo qui è una garanzia ma non toglie il respiro, mi ricorda piuttosto che siamo in estate, e quasi me ne ero dimenticata. Sono così felice che quasi mi dimentico pure che questo è il paese dei “passaporti d’oro” concessi agli investitori  miliardari, lo stesso in cui un un numero crescente di maltesi vivono in povertà e in cui a quanto pare non sono in molti a potersi permettere una settimana di vacanza all’anno.

    Come spesso mi accade, mi trovo sempre nel posto giusto al momento sfacciatamente giusto o in quello incredibilmente sbagliato; le vie di mezzo non sono contemplate dal caso che si diverte a sorprendermi nei miei viaggi last minute.
    E questo è senza dubbio il momento giusto perché capito ad Hamrun nel fuoco incrociato dei Red Boys e Blue Boys, i due club rivali che si sfidano (amichevolmente) durante le celebrazioni della vivacissima festa di San Gaetano.

    Hamrun è un vecchio borgo di 9000 anime che da queste parti chiamano città, forse perché dista mezz’ora a piedi da una “capitale”, La Valletta, che non ne fa neppure 6000. È uno di quei luoghi che potrebbero far gola ai detentori di “passaporti d’oro”, se come in Make it Happen a qualcuno di loro, un giorno, il fantasma di Adam Smith mettesse in mano le chiavi della città e dicesse: fallo succedere. Gentrifica Hamrun. Ora. You can make it.
    Ma Hamrun, un posto che non può essere inventato perché già, orgogliosamente, esiste, è la prova che resistere all’omologazione, mentre ti globalizzi, è possibile.

    L’integrazione tra working class locale e immigrati di (quasi) ogni parte del mondo, è possibile. La sicurezza e il sentirsi “a casa”, poter camminare per strada a qualsiasi ora del giorno senza che nessuno ti infastidisca, ma al contrario ti saluti con cordialità, ti sorrida con discrezione, si fermi a fare due chiacchiere, è possibile. La pulizia, il decoro, il rispetto, ma anche un po’ di sano disordine, quando c’è da far festa. È possibile.

    Ma ecco, nel mezzo dei fuochi d’artificio, già mi sono dimenticata di essere a Lilliput.

    Per fortuna, però, che c’è San Gejtanu. Chissà che un miracolo, un giorno, non accada sul serio.

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Il 2026 sarà il National Year of Reading nel Regno Unito

    Se siete stati a Birmingham almeno una volta nella vostra vita (io ci ho appena trascorso una very blessed giornata di sole), avrete riconosciuto l’edificio nella foto: The Library, l’imponente biblioteca che domina Centenary Square nel cuore della città. Una delle più grandi biblioteche pubbliche in Europa e persino nel mondo.

    A differenza di quanto accade in Italia, tra i britannici i lettori e le lettrici non sono mai mancati; il Regno Unito continua a collocarsi tra i primi paesi nei quali la lettura è diffusa e praticata a ogni età. Le ultime ricerche fatte dal National Literacy Trust, ente che si occupa di promuovere  l’alfabetizzazione in UK, hanno tuttavia allarmato gli inglesi: nel 2024 soltanto un giovane su tre, tra gli otto e i diciotto anni, ha dichiarato di amare leggere, e si tratta della percentuale più bassa in assoluto riscontrata negli ultimi venti anni.

    Per capire quale terapia d’urto adottare per non rischiare di far precipitare ulteriormente i numeri dei giovani lettori britannici, il National Literacy Trust ne ha indagato le abitudini di lettura e ha scoperto che la parola chiave per intercettare il giovane pubblico (ma chissà che non funzioni anche con gli adulti?) non è leisure, ovvero svago, intrattenimento, ciò che spesso si fa, a volte anche solo per noia, per riempire il proprio tempo libero. La parola magica è pleasure, piacere: quella sensazione inebriante che si prova quando si fa qualcosa che ci aggrada e ci dà soddisfazione.

    Secondo quanto emerso, alle ragazze darebbe soprattutto soddisfazione prendersi cura del proprio benessere: nella lettura cercherebbero, in particolare, un sostegno emotivo, cose che invece parrebbe interessare meno i loro coetanei, più inclini a quanto pare a fare gli impegnati (“more boys leaned toward reading to connect with causes or the wider world”).

    Entrambi tuttavia sarebbero ugualmente interessati a ciò che di inaspettato la lettura può donare alla loro vita: nuove cose da sapere, nuove parole da imparare. In sostanza, è il piacere della conoscenza a resistere e questo è un dato interessante perché dimostra che i giovani britannici riconoscono il valore educativo della lettura.

    Attenzione, questo non significa che amino necessariamente le letture “educative”, ma che avere accesso al “non conosciuto” rappresenta per loro una sfida intellettuale e culturale. Leggendo tra le righe, riconoscono che uscire dalla propria comfort zone può essere un’avventura molto piacevole. Magari non uscirne proprio del tutto ma quanto basta per avere un incontro ravvicinato con il nuovo, con l’altro da sé, come accade nei film e nelle serie TV. Questi ultimi sono un innegabile punto di riferimento, tanto da essere collocati dagli intervistati  al primo posto anche tra i “ganci” capaci di traghettarli verso la lettura.

    Non sorprende dunque che Reading for pleasure, leggere per piacere, sia il nome prescelto per la nuova campagna di promozione della lettura made in UK, anche in vista del 2026,  che sarà l’anno nazionale della lettura in tutto il Regno Unito.

    E quando si imbocca la strada giusta, perché non adottare la stessa strategia anche in ambiti affini? E Cosa c’è di più affine alla lettura della scrittura?

    Gli inglesi hanno molti difetti, ma sono particolarmente abili nell’elaborare in forma semplice, immediata e di forte impatto, i loro insights. Il National Literary Trust ha quindi lanciato anche una campagna chiamata Writing for Pleasure, indirizzata anch’essa i giovani.

    “Writing is not just about academic success, it is a deeply personal, expressive act tied to creativity, emotional wellbeing, and identity.”

    L’approccio è di tipo biblioterapico, anche se la (sfortunata perché ambigua) parola “bibioterapia” non viene mai nominata esplicitamente. Promuovere, in conclusione, la scrittura come forma di espressione creativa di sé, per stare meglio con sé stessi, per capire chi si è e chi si vuole essere. Un modello che potrebbe essere forse interessante sperimentare anche in Italia?

    Per saperne di più:

    https://www.birmingham.ac.uk/news/2025/2026-year-of-reading-the-reduction-in-children-and-young-people-reading-is-a-social-justice-issue

    https://literacytrust.org.uk/

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Brute Force di Felix Lenz al padiglione austriaco – Inequalities, Triennale di Milano

    Viviamo una crisi dell’immaginazione, dice Luce Beeckmans, studiosa dell’università KU Leuven intervistata per il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze” in mostra alla 24ª Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

    È certamente vero, ma l’arte può, deve e dimostra di saperla ancora usare in modi che sanno toccarci nel profondo, quando non si tira indietro e intraprende sfide che soltanto lei può vincere.

    Ne è una prova il film sperimentale Brute Force, parte dell’installazione Soft image, Brittle Grounds dell’artista, designer e regista Felix Lenz, scelto per rappresentare l’Austria in Triennale. Un contributo di altissimo livello, realizzato su commissione del MAK, Museum of Applied Arts di Vienna, realtà che conferma di avere audacia e coraggio nell’investire in progetti realmente significativi.
    Anni fa, quando mi occupavo di promozione del design, ebbi il privilegio di essere ospitata alla Vienna Design Week e in quell’occasione, oltre all’incredibile vivacità della città, mi colpì la serietà e l’impegno profusi dall’amministrazione pubblica nel sostenere i talenti locali e non solo.

    Felix Lenz si è formato all’università di arti applicate di Vienna, specializzandosi in Design Investigations, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre in tutto il mondo e nel 2024 gli è stato riconosciuto nel suo paese il prestigioso premio di eccellenza per artisti Outstanding Artist Award nella categoria “Design sperimentale”. Per realizzare Brute Force, un film di  di 30 minuti di rara poesia e pregnanza (qui presentato in versione Exhibition Cut), frutto del suo interesse per gli intrecci tra geopolitica, ecologia e tecnologia, ha impiegato oltre cinque anni di ricerca e tre di riprese, dal 2022  al 2025: dagli impressionanti laghi e deserti salati dello Utah in California, o meglio di ciò che rimane di un paesaggio che va sempre più assottigliandosi, ormai drasticamente compromesso dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche, agli esterni e interni dei mastodontici data center di Vienna, non dissimili da quelli collocati in sempre più parti del mondo.

    Estrazione di sale ed estrazione di dati, pratiche neocoloniali interconnesse che incidono la topografia della Terra lasciando tracce geologiche incancellabili.
    “Le nostre tecnologie non catturano la realtà, la creano. Anche su scala più ampia, nel guardare il mondo attraverso le lenti della nostra tecnologia, lo riconfiguriamo”.

    Le voci fuori campo della poetessa Day Eve Comet, della  fisica e teorica femminista Karen Barad, del media artist Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez, con la loro critica interdisciplinare alla tecnologia che produce “conoscenza” razionalizzata, razzializzata, e asservita alle logiche di potere e controllo, intessono questo racconto visivo di parole che suonano più concrete che mai. Il linguaggio grazie alle immagini si sottrae alla voragine dell’astrazione, e le immagini grazie al linguaggio bucano la superficie. La conoscenza diventa un oggetto solido. Qualcosa che ora, grazie all’arte, comprendiamo pienamente nella sua essenza unitaria, che penetra nella nostra mente attraverso le vie misteriose, eppur così chiare, della poesia.

    Per saperne di più:

    https://triennale.org/eventi/austria-soft-image-brittle-ground

    https://felixlenz.at/project/brute-force

    Le foto qui pubblicate sono mie, tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere: Felix Lenz, Triennale Milano.

  • The Sun, una performance di Ed Atkins al Teatro Sociale di Como

    Robert Bresson, nelle sue Note sul cinematografo, diceva che le parole imparate a fior di labbra, i gesti ripetuti venti volte meccanicamente, troveranno le inflessioni e la canzone proprie alla loro vera natura. Bresson credeva nel potere dell’automatismo e aborriva il “teatro fotografato”, così il grande cineasta francese chiamava il cinema tout court in cui attori professionisti interpretano personaggi sul set, ovvero fingono di essere qualcun altro come farebbero se fossero sul palco di un teatro. Sul palco di un teatro come questo, per esempio. 

    Un teatro magnifico con oltre duecento anni di storia: qui risuonò il violino di Nicolò Paganini – nel 1823 – e da sempre si avvicendarono concerti, opera e prosa. Seguirono nel tempo, e tuttora vengono messi in scena, spettacoli e eventi di altro tipo, dai concerti di musica pop alle performance artistiche, come quella proposta da Ed Atkins qualche giorno fa, a cui ho avuto il piacere di partecipare. 

    Uso il verbo “partecipare” non perché si sia trattato di una delle solite performance partecipate/partecipative a cui si è chiamati a interagire attivamente con chi sta sul palco, ma perché è stata, a mio avviso, un’esperienza propriamente teatrale, nel senso più antico, primigenio del termine: un atto collettivo, un “gioco rituale”, una “specie di cerimoniale”, per usare le parole di Jerzy Grotowski. 

    Se The Sun si fosse svolta all’interno di una galleria d’arte contemporanea, non avrei probabilmente avuto la stessa percezione, e questo in fondo è il bello dell’art performance, la performance artistica o d’artista, a seconda di come la si voglia chiamare. L’esperienza vissuta, l’idea che ci si fa dell’opera, muta a seconda del luogo – e del tempo – in cui è eseguita. E il Teatro Sociale di Como non è il primo luogo in cui Atkins porta la sua performance, la quale peraltro assume di volta in volta anche un titolo diverso (nel 2019, alla biennale d’arte newyorkese Performa, si chiamava A Catch Upon the Mirror; all’Holland Festival di Amsterdam nel 2013 si intitolava Epitaph).

    Ma cosa fa, dunque, Ed Atkins sul palco? Che cosa performa?

    Recita una breve poesia di Gilbert Sorrentino, scrittore americano di culto per chi ama l’avanguardia postmodernista anni Sessanta e Settanta. Mai tradotto in Italia, è scomparso nel 2006 a 77 anni per un cancro ai polmoni. Per inciso, anche il padre di Atkins è morto di cancro, nel 2009, quando l’artista stava concludendo i suoi studi in Fine Arts alla University of London. 

    La poesia s’intitola The Morning Roundup e ruota intorno a una malinconica “rassegna mattutina” degli amici persi che l’autore si trova a fare ogni mattina, suo malgrado, nel momento in cui si ripromette di non ascoltare le previsioni del tempo per il fine settimana ma inesorabilmente gli vengono in mente le assolate, splendide domeniche in cui gli amici in questione erano vivi:

    I don’t want to hear any news on the radio

    about the weather on the weekend. Talk about

    that.

    Once upon a time

    a couple of people were alive

    who were friends of mine.

    The weathers, the weathers they lived in!

    Christ, the sun on those Saturdays.

    [da Corrosive Sublimate (1971)]

    Ed Atkins la recita infinite volte, in loop, inframmezzandola con il canto di alcune dolcissime, struggenti canzoni barocche come Under this Stone Lies Gabriel John di Henry Purcell (1686).

    Nel comunicato, sempre identico, che accompagna tutte le esecuzioni  della performance fatte negli anni da Atkins, si parla di The Morning Roundup come di una poesia che esprime “la frustrazione per la finitudine di tutte le cose e per la promessa e l’inevitabile fallimento del linguaggio nell’offrire conforto o rimedio”. Frustrazione amplificata dalla brevità del componimento, perché “ogni volta che Atkins lo recita si muove sempre più lontano dall’intento – fallito – di comunicare un sentimento: il tempo, l’amore, il passato; ciò che è andato via per sempre”. 

    Leggo queste parole qualche giorno prima della performance e mi suonano fin troppo beckettiane. Il “fallimento  del linguaggio” mi fa venire in mente il teatro dell’assurdo, il teatro di parola che scarnifica la parola, l’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta e i suoi capolavori che ancora ci ispirano. Proprio per questo decido di diffidarne. Dove vuole andare a parare Ed Atkins con queste premesse, se tutte le parole sono appunto mezze verità? 

    Alla fine, anche queste parole che dovrebbero introdurre l’opera, si riveleranno tali. Prova del fatto che prendere alla lettera un artista non è mai raccomandabile. 

    E poi siamo a luglio, l’afa ci soffoca, il Teatro Sociale di Como è un signor teatro. Un teatro borghese dell’Ottocento in cui immagino si sia sempre continuato a fare teatro borghese otto/novecentesco, riadattandolo di volta in volta sino ai nostri giorni, magari in salsa tecno-illusionistica, come spesso oggi accade, con artifici sempre più sofisticati. Mi viene difficile anche solo immaginarmi un Finale di partita messo in scena in uno spazio del genere. Anziché al teatro d’avanguardia o al teatro povero, penso invece al teatro recitato di cui parlava Bresson, che ho citato all’inizio. Quel teatro scimmiottato dal cinema, da cui invece il “cinematografo” secondo il regista avrebbe dovuto differenziarsi; cosa accaduta poi molto raramente, così come altrettanto di rado il teatro è riuscito, paradossalmente, a essere teatrale

    Invece, ciò che accade al Teatro Sociale di Como riesce a sorprendermi. L’automatismo che sembra tenere in scacco Ed Atkins sul palco, quei suoi numerosi tentativi di recitare in modo espressivo la poesia di Gilbert Sorrentino, di attribuirle un significato, di dare corpo alla perdita attraverso la parola, in realtà lo liberano. 

    Sul palco Ed Atkins diventa sé stesso: non è l’affermato artista inglese celebrato da una grande retrospettiva alla Tate che oggi veste gli abiti del performer. È un uomo di quarantatré anni in giacca e pantaloni eleganti che senz’altro sta sudando parecchio mentre ripete a memoria The Morning Roundup. Mentre cerca di trasmetterci attraverso le parole qualcosa che neppure il poeta è riuscito a comunicare del tutto scrivendo il suo testo. Ecco che, invece, attraverso il suo corpo, ci restituisce quel sentimento, l’imbarazzo nel comprendere che non c’è niente di comprensibile nella morte. Perché quel “paio di persone lì”, che una volta erano vive ed erano amiche nostre, non ci sono più? 

    Vidi alcuni lavori di Ed Atkins alla Biennale di Venezia nel 2019 e mi colpirono molto per gli spunti offerti intorno all’immagine digitale, le riflessioni sui confini tra realtà e finzione, sul concetto di ripetizione e sull’angoscia e rassicurazione che, allo stesso tempo,  provoca in noi. Le sue opere mi inquietarono per il senso di perdita e morte che vi aleggiava – tuttora permane nella sua arte – ma ci trovai una dolcezza di fondo capace di confortarmi. Come se l’artista volesse veicolare nello spettatore un superamento della solitudine, o l’impressione (vogliamo chiamarla illusione?) di quel superamento, perché alla resa dei conti, come la morte altrui appunto ci ricorda, preparandoci alla nostra, ci è precluso andare oltre noi stessi. 

    Nel corso della performance The Sun ho sentito quella stessa carezza consolatoria, nel momento in cui al parlato si è sostituito il canto. 

    Atkins, in un’intervista, ha definito le canzoni “generose” e trovo che sia un aggettivo perfetto perché le parole cantate, e in particolare le parole che si trasformano in un certo tipo di musica, sono spesso capaci di donare un ineguagliabile senso quiete. Sospendono l’angoscia che nasce dal non poter comprendere la realtà, il perché accadono le cose.  

    Scriveva Grotowski in Dalla compagnia teatrale all’arte come veicolo, in riferimento ai canti rituali della tradizione:

    … il canto diventa il senso stesso attraverso le qualità vibratorie; anche se non si comprendono le parole, basta la ricezione delle qualità vibratorie. Quando parlo di tale ‘senso’ parlo nel contempo anche degli impulsi del corpo; ciò significa che la sonorità e gli impulsi sono il senso, direttamente.

    Under this Stone Lies Gabriel John, intonata da Atkins durante la performance, non è il tipo di canto a cui si riferiva Grotowski ma forse è parte della tradizione dell’artista, che ha dichiarato di servirsi delle stesse canzoni che canta a sua figlia. Dobbiamo credergli? 

    Non ha in realtà importanza, perché è in ogni caso un dono che ci arriva dolcissimo, soprattutto nel momento in cui, durante la performance, accade ciò che non ci aspetteremmo: al Teatro Sociale di Como cade la cosiddetta “quarta parete” e si rompe la frontalità del teatro tradizionale, cardine sul quale si regge il rapporto visivo tra chi è sul palco e chi è in platea, con i secondi che guardano i primi, di fronte a sé, senza poter distogliere lo sguardo dal palco, come se fosse un dipinto appeso su una parete. 

    Ecco che invece, in platea, sentiamo il canto crescerci intorno, alle nostre spalle, con voci femminili e maschili che si uniscono a quella dell’artista. Penso un po’ ingenuamente che si tratti di un suono registrato, di un artificio digitale. Mi volto a destra e a sinistra per capire da dove provengano quelle voci e scopro che sono persone, donne e uomini qui, ora; corpi cantanti in mezzo a noi, le cui voci risuonano cristalline nello spazio di questo teatro dall’acustica stupefacente. Senza microfoni, senza musica di sottofondo, il canto ci abbraccia. L’emozione è grande. 

    Ed Atkins è al momento ospite della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove sta conducendo il laboratorio di ricerca Low Realisms, che martedì 23 luglio si aprirà al pubblico. Per saperne di più:  

    https://fondazioneratti.org/it/progetti/xxix-csav-artists-research-laboratory-low-realisms-2

    La foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Vecchi e nuovi tecnofeticismi

    MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.

    «Stiamo aggiornando il sistema.»

    In estate? 

    Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina. 

    «Ci vorranno 10 giorni»

    Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?

    «L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»

    Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.

    Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline. 

    Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.

    Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo,  penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi? 

    Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza. 

    Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google. 

    Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra. 

    Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti. 

    Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi. 

    Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire. 

    Il piacere è un surrogato della felicità? 

    Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

    Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale

    Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?

    Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).

    Per saperne di più:

    https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape

    Visitabile sino al 31 agosto 2025.

    Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts

    Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.