Arrivo a Malta da Edimburgo, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale intitolato Make it happen, una satira sul crash finanziario della Royal Bank of Scotland, con il leggendario attore britannico Brian Cox sul palco nelle vesti del fantasma di Adam Smith, padre del capitalismo, che tormenta Fred “The Shred” Goodwin, il tagliatore di posti di lavoro che quella banca, nel 2008, la fece andare a picco, e con lei l’intera Scozia.
Non mettevo piede sul suolo scozzese dalla fine degli anni Novanta e mi ha colpito vedere che, al netto di boom turistico, gentrificazione e vivacità culturale, permangono grandi contrasti: uno su tutti, la presenza di giovani uomini e donne senza tetto che dormono per strada con i piedi congelati ad agosto e chissà, viene da chiedersi, in che condizioni arriveranno a settembre, considerato il clima non proprio ospitale della capitale scozzese.
Malta mi accoglie con la sua amabile brezza. Il caldo qui è una garanzia ma non toglie il respiro, mi ricorda piuttosto che siamo in estate, e quasi me ne ero dimenticata. Sono così felice che quasi mi dimentico pure che questo è il paese dei “passaporti d’oro” concessi agli investitori miliardari, lo stesso in cui un un numero crescente di maltesi vivono in povertà e in cui a quanto pare non sono in molti a potersi permettere una settimana di vacanza all’anno.
Come spesso mi accade, mi trovo sempre nel posto giusto al momento sfacciatamente giusto o in quello incredibilmente sbagliato; le vie di mezzo non sono contemplate dal caso che si diverte a sorprendermi nei miei viaggi last minute. E questo è senza dubbio il momento giusto perché capito ad Hamrun nel fuoco incrociato dei Red Boys e Blue Boys, i due club rivali che si sfidano (amichevolmente) durante le celebrazioni della vivacissima festa di San Gaetano.
Hamrun è un vecchio borgo di 9000 anime che da queste parti chiamano città, forse perché dista mezz’ora a piedi da una “capitale”, La Valletta, che non ne fa neppure 6000. È uno di quei luoghi che potrebbero far gola ai detentori di “passaporti d’oro”, se come in Make it Happen a qualcuno di loro, un giorno, il fantasma di Adam Smith mettesse in mano le chiavi della città e dicesse: fallo succedere. Gentrifica Hamrun. Ora. You can make it. Ma Hamrun, un posto che non può essere inventato perché già, orgogliosamente, esiste, è la prova che resistere all’omologazione, mentre ti globalizzi, è possibile.
L’integrazione tra working class locale e immigrati di (quasi) ogni parte del mondo, è possibile. La sicurezza e il sentirsi “a casa”, poter camminare per strada a qualsiasi ora del giorno senza che nessuno ti infastidisca, ma al contrario ti saluti con cordialità, ti sorrida con discrezione, si fermi a fare due chiacchiere, è possibile. La pulizia, il decoro, il rispetto, ma anche un po’ di sano disordine, quando c’è da far festa. È possibile.
Ma ecco, nel mezzo dei fuochi d’artificio, già mi sono dimenticata di essere a Lilliput.
Per fortuna, però, che c’è San Gejtanu. Chissà che un miracolo, un giorno, non accada sul serio.
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Se siete stati a Birmingham almeno una volta nella vostra vita (io ci ho appena trascorso una very blessed giornata di sole), avrete riconosciuto l’edificio nella foto: The Library, l’imponente biblioteca che domina Centenary Square nel cuore della città. Una delle più grandi biblioteche pubbliche in Europa e persino nel mondo.
A differenza di quanto accade in Italia, tra i britannici i lettori e le lettrici non sono mai mancati; il Regno Unito continua a collocarsi tra i primi paesi nei quali la lettura è diffusa e praticata a ogni età. Le ultime ricerche fatte dal National Literacy Trust, ente che si occupa di promuovere l’alfabetizzazione in UK, hanno tuttavia allarmato gli inglesi: nel 2024 soltanto un giovane su tre, tra gli otto e i diciotto anni, ha dichiarato di amare leggere, e si tratta della percentuale più bassa in assoluto riscontrata negli ultimi venti anni.
Per capire quale terapia d’urto adottare per non rischiare di far precipitare ulteriormente i numeri dei giovani lettori britannici, il National Literacy Trust ne ha indagato le abitudini di lettura e ha scoperto che la parola chiave per intercettare il giovane pubblico (ma chissà che non funzioni anche con gli adulti?) non è leisure, ovvero svago, intrattenimento, ciò che spesso si fa, a volte anche solo per noia, per riempire il proprio tempo libero. La parola magica è pleasure, piacere: quella sensazione inebriante che si prova quando si fa qualcosa che ci aggrada e ci dà soddisfazione.
Secondo quanto emerso, alle ragazze darebbe soprattutto soddisfazione prendersi cura del proprio benessere: nella lettura cercherebbero, in particolare, un sostegno emotivo, cose che invece parrebbe interessare meno i loro coetanei, più inclini a quanto pare a fare gli impegnati (“more boys leaned toward reading to connect with causes or the wider world”).
Entrambi tuttavia sarebbero ugualmente interessati a ciò che di inaspettato la lettura può donare alla loro vita: nuove cose da sapere, nuove parole da imparare. In sostanza, è il piacere della conoscenza a resistere e questo è un dato interessante perché dimostra che i giovani britannici riconoscono il valore educativo della lettura.
Attenzione, questo non significa che amino necessariamente le letture “educative”, ma che avere accesso al “non conosciuto” rappresenta per loro una sfida intellettuale e culturale. Leggendo tra le righe, riconoscono che uscire dalla propria comfort zone può essere un’avventura molto piacevole. Magari non uscirne proprio del tutto ma quanto basta per avere un incontro ravvicinato con il nuovo, con l’altro da sé, come accade nei film e nelle serie TV. Questi ultimi sono un innegabile punto di riferimento, tanto da essere collocati dagli intervistati al primo posto anche tra i “ganci” capaci di traghettarli verso la lettura.
Non sorprende dunque che Reading for pleasure, leggere per piacere, sia il nome prescelto per la nuova campagna di promozione della lettura made in UK, anche in vista del 2026, che sarà l’anno nazionale della lettura in tutto il Regno Unito.
E quando si imbocca la strada giusta, perché non adottare la stessa strategia anche in ambiti affini? E Cosa c’è di più affine alla lettura della scrittura?
Gli inglesi hanno molti difetti, ma sono particolarmente abili nell’elaborare in forma semplice, immediata e di forte impatto, i loro insights. Il National Literary Trust ha quindi lanciato anche una campagna chiamata Writing for Pleasure, indirizzata anch’essa i giovani.
“Writing is not just about academic success, it is a deeply personal, expressive act tied to creativity, emotional wellbeing, and identity.”
L’approccio è di tipo biblioterapico, anche se la (sfortunata perché ambigua) parola “bibioterapia” non viene mai nominata esplicitamente. Promuovere, in conclusione, la scrittura come forma di espressione creativa di sé, per stare meglio con sé stessi, per capire chi si è e chi si vuole essere. Un modello che potrebbe essere forse interessante sperimentare anche in Italia?
Tratto dalla raccolta L’esilio e il regno, questo emozionante racconto di Albert Camus, se fosse un colore, potrebbe essere il bianco. Che cosa vi ispira questo colore?
Il prossimo autunno faciliterò di persona nuovi incontri di biblioterapia creativa a Milano e porterò avanti l’esperimento Leggere a colori.
Per saperne di più su questo progetto, visita la pagina dedicata alla Biblioterapia creativa sul mio blog.
Viviamo una crisi dell’immaginazione, dice Luce Beeckmans, studiosa dell’università KU Leuven intervistata per il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze” in mostra alla 24ª Esposizione Internazionale Triennale di Milano.
È certamente vero, ma l’arte può, deve e dimostra di saperla ancora usare in modi che sanno toccarci nel profondo, quando non si tira indietro e intraprende sfide che soltanto lei può vincere.
Ne è una prova il film sperimentale Brute Force, parte dell’installazione Soft image, Brittle Grounds dell’artista, designer e regista Felix Lenz, scelto per rappresentare l’Austria in Triennale. Un contributo di altissimo livello, realizzato su commissione del MAK, Museum of Applied Arts di Vienna, realtà che conferma di avere audacia e coraggio nell’investire in progetti realmente significativi. Anni fa, quando mi occupavo di promozione del design, ebbi il privilegio di essere ospitata alla Vienna Design Week e in quell’occasione, oltre all’incredibile vivacità della città, mi colpì la serietà e l’impegno profusi dall’amministrazione pubblica nel sostenere i talenti locali e non solo.
Felix Lenz si è formato all’università di arti applicate di Vienna, specializzandosi in Design Investigations, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre in tutto il mondo e nel 2024 gli è stato riconosciuto nel suo paese il prestigioso premio di eccellenza per artisti Outstanding Artist Award nella categoria “Design sperimentale”. Per realizzare Brute Force, un film di di 30 minuti di rara poesia e pregnanza (qui presentato in versione Exhibition Cut), frutto del suo interesse per gli intrecci tra geopolitica, ecologia e tecnologia, ha impiegato oltre cinque anni di ricerca e tre di riprese, dal 2022 al 2025: dagli impressionanti laghi e deserti salati dello Utah in California, o meglio di ciò che rimane di un paesaggio che va sempre più assottigliandosi, ormai drasticamente compromesso dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche, agli esterni e interni dei mastodontici data center di Vienna, non dissimili da quelli collocati in sempre più parti del mondo.
Estrazione di sale ed estrazione di dati, pratiche neocoloniali interconnesse che incidono la topografia della Terra lasciando tracce geologiche incancellabili. “Le nostre tecnologie non catturano la realtà, la creano. Anche su scala più ampia, nel guardare il mondo attraverso le lenti della nostra tecnologia, lo riconfiguriamo”.
Le voci fuori campo della poetessa Day Eve Comet, della fisica e teorica femminista Karen Barad, del media artist Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez, con la loro critica interdisciplinare alla tecnologia che produce “conoscenza” razionalizzata, razzializzata, e asservita alle logiche di potere e controllo, intessono questo racconto visivo di parole che suonano più concrete che mai. Il linguaggio grazie alle immagini si sottrae alla voragine dell’astrazione, e le immagini grazie al linguaggio bucano la superficie. La conoscenza diventa un oggetto solido. Qualcosa che ora, grazie all’arte, comprendiamo pienamente nella sua essenza unitaria, che penetra nella nostra mente attraverso le vie misteriose, eppur così chiare, della poesia.
Robert Bresson, nelle sue Note sul cinematografo, diceva che le parole imparate a fior di labbra, i gesti ripetuti venti volte meccanicamente, troveranno le inflessioni e la canzone proprie alla loro vera natura. Bresson credeva nel potere dell’automatismo e aborriva il “teatro fotografato”, così il grande cineasta francese chiamava il cinema tout court in cui attori professionisti interpretano personaggi sul set, ovvero fingono di essere qualcun altro come farebbero se fossero sul palco di un teatro. Sul palco di un teatro come questo, per esempio.
Un teatro magnifico con oltre duecento anni di storia: qui risuonò il violino di Nicolò Paganini – nel 1823 – e da sempre si avvicendarono concerti, opera e prosa. Seguirono nel tempo, e tuttora vengono messi in scena, spettacoli e eventi di altro tipo, dai concerti di musica pop alle performance artistiche, come quella proposta da Ed Atkins qualche giorno fa, a cui ho avuto il piacere di partecipare.
Uso il verbo “partecipare” non perché si sia trattato di una delle solite performance partecipate/partecipative a cui si è chiamati a interagire attivamente con chi sta sul palco, ma perché è stata, a mio avviso, un’esperienza propriamente teatrale, nel senso più antico, primigenio del termine: un atto collettivo, un “gioco rituale”, una “specie di cerimoniale”, per usare le parole di Jerzy Grotowski.
Se The Sun si fosse svolta all’interno di una galleria d’arte contemporanea, non avrei probabilmente avuto la stessa percezione, e questo in fondo è il bello dell’art performance, la performance artistica o d’artista, a seconda di come la si voglia chiamare. L’esperienza vissuta, l’idea che ci si fa dell’opera, muta a seconda del luogo – e del tempo – in cui è eseguita. E il Teatro Sociale di Como non è il primo luogo in cui Atkins porta la sua performance, la quale peraltro assume di volta in volta anche un titolo diverso (nel 2019, alla biennale d’arte newyorkese Performa, si chiamava A Catch Upon the Mirror; all’Holland Festival di Amsterdam nel 2013 si intitolava Epitaph).
Ma cosa fa, dunque, Ed Atkins sul palco? Che cosa performa?
Recita una breve poesia di Gilbert Sorrentino, scrittore americano di culto per chi ama l’avanguardia postmodernista anni Sessanta e Settanta. Mai tradotto in Italia, è scomparso nel 2006 a 77 anni per un cancro ai polmoni. Per inciso, anche il padre di Atkins è morto di cancro, nel 2009, quando l’artista stava concludendo i suoi studi in Fine Arts alla University of London.
La poesia s’intitola The Morning Roundup eruota intorno a unamalinconica“rassegna mattutina” degli amici persi che l’autore si trova a fare ogni mattina, suo malgrado, nel momento in cui si ripromette di non ascoltare le previsioni del tempo per il fine settimana ma inesorabilmente gli vengono in mente le assolate, splendide domeniche in cui gli amici in questione erano vivi:
I don’t want to hear any news on the radio
about the weather on the weekend. Talk about
that.
Once upon a time
a couple of people were alive
who were friends of mine.
The weathers, the weathers they lived in!
Christ, the sun on those Saturdays.
[da Corrosive Sublimate (1971)]
Ed Atkinsla recita infinite volte, in loop,inframmezzandola con il canto di alcune dolcissime, struggenti canzoni barocche come Under this Stone Lies Gabriel John di Henry Purcell (1686).
Nel comunicato, sempre identico, che accompagna tutte le esecuzioni della performance fatte negli anni da Atkins, si parla di The Morning Roundup come di una poesia che esprime “la frustrazione per la finitudine di tutte le cose e per la promessa e l’inevitabile fallimento del linguaggio nell’offrire conforto o rimedio”. Frustrazione amplificata dalla brevità del componimento, perché “ogni volta che Atkins lo recita si muove sempre più lontano dall’intento – fallito – di comunicare un sentimento: il tempo, l’amore, il passato; ciò che è andato via per sempre”.
Leggo queste parole qualche giorno prima della performance e mi suonano fin troppo beckettiane. Il “fallimento del linguaggio” mi fa venire in mente il teatro dell’assurdo, il teatro di parola che scarnifica la parola, l’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta e i suoi capolavori che ancora ci ispirano. Proprio per questo decido di diffidarne. Dove vuole andare a parare Ed Atkins con queste premesse, se tutte le parole sono appunto mezze verità?
Alla fine, anche queste parole che dovrebbero introdurre l’opera, si riveleranno tali. Prova del fatto che prendere alla lettera un artista non è mai raccomandabile.
E poi siamo a luglio, l’afa ci soffoca, il Teatro Sociale di Como è un signor teatro. Un teatro borghese dell’Ottocento in cui immagino si sia sempre continuato a fare teatro borghese otto/novecentesco, riadattandolo di volta in volta sino ai nostri giorni, magari in salsa tecno-illusionistica, come spesso oggi accade, con artifici sempre più sofisticati. Mi viene difficile anche solo immaginarmi un Finale di partita messo in scena in uno spazio del genere. Anziché al teatro d’avanguardia o al teatro povero, penso invece al teatro recitato di cui parlava Bresson, che ho citato all’inizio. Quel teatro scimmiottato dal cinema, da cui invece il “cinematografo” secondo il regista avrebbe dovuto differenziarsi; cosa accaduta poi molto raramente, così come altrettanto di rado il teatro è riuscito, paradossalmente, a essere teatrale.
Invece, ciò che accade al Teatro Sociale di Como riesce a sorprendermi. L’automatismo che sembra tenere in scacco Ed Atkins sul palco, quei suoi numerosi tentativi di recitare in modo espressivo la poesia di Gilbert Sorrentino, di attribuirle un significato, di dare corpo alla perdita attraverso la parola, in realtà lo liberano.
Sul palco Ed Atkins diventa sé stesso: non è l’affermato artista inglese celebrato da una grande retrospettiva alla Tate che oggi veste gli abiti del performer. È un uomo di quarantatré anni in giacca e pantaloni eleganti che senz’altro sta sudando parecchio mentre ripete a memoria The Morning Roundup. Mentre cerca di trasmetterci attraverso le parole qualcosa che neppure il poeta è riuscito a comunicare del tutto scrivendo il suo testo. Ecco che, invece, attraverso il suo corpo, ci restituisce quel sentimento, l’imbarazzo nel comprendere che non c’è niente di comprensibile nella morte. Perché quel “paio di persone lì”, che una volta erano vive ed erano amiche nostre, non ci sono più?
Vidi alcuni lavori di Ed Atkins alla Biennale di Venezia nel 2019 e mi colpirono molto per gli spunti offerti intorno all’immagine digitale, le riflessioni sui confini tra realtà e finzione, sul concetto di ripetizione e sull’angoscia e rassicurazione che, allo stesso tempo, provoca in noi. Le sue opere mi inquietarono per il senso di perdita e morte che vi aleggiava – tuttora permane nella sua arte – ma ci trovai una dolcezza di fondo capace di confortarmi. Come se l’artista volesse veicolare nello spettatore un superamento della solitudine, o l’impressione (vogliamo chiamarla illusione?) di quel superamento, perché alla resa dei conti, come la morte altrui appunto ci ricorda, preparandoci alla nostra, ci è precluso andare oltre noi stessi.
Nel corso della performance The Sun ho sentito quella stessa carezza consolatoria, nel momento in cui al parlato si è sostituito il canto.
Atkins, in un’intervista, ha definito le canzoni “generose” e trovo che sia un aggettivo perfetto perché le parole cantate, e in particolare le parole che si trasformano in un certo tipo di musica, sono spesso capaci di donare un ineguagliabile senso quiete. Sospendono l’angoscia che nasce dal non poter comprendere la realtà, il perché accadono le cose.
Scriveva Grotowski in Dalla compagnia teatrale all’arte come veicolo, in riferimento ai canti rituali della tradizione:
… il canto diventa il senso stesso attraverso le qualità vibratorie; anche se non si comprendono le parole, basta la ricezione delle qualità vibratorie. Quando parlo di tale ‘senso’ parlo nel contempo anche degli impulsi del corpo; ciò significa che la sonorità e gli impulsi sono il senso, direttamente.
Under this Stone Lies Gabriel John, intonata da Atkins durante la performance, non è il tipo di canto a cui si riferiva Grotowski ma forse è parte della tradizione dell’artista, che ha dichiarato di servirsi delle stesse canzoni che canta a sua figlia. Dobbiamo credergli?
Non ha in realtà importanza, perché è in ogni caso un dono che ci arriva dolcissimo, soprattutto nel momento in cui, durante la performance, accade ciò che non ci aspetteremmo: al Teatro Sociale di Como cade la cosiddetta “quarta parete” e si rompe la frontalità del teatro tradizionale, cardine sul quale si regge il rapporto visivo tra chi è sul palco e chi è in platea, con i secondi che guardano i primi, di fronte a sé, senza poter distogliere lo sguardo dal palco, come se fosse un dipinto appeso su una parete.
Ecco che invece, in platea, sentiamo il canto crescerci intorno, alle nostre spalle, con voci femminili e maschili che si uniscono a quella dell’artista. Penso un po’ ingenuamente che si tratti di un suono registrato, di un artificio digitale. Mi volto a destra e a sinistra per capire da dove provengano quelle voci e scopro che sono persone, donne e uomini qui, ora; corpi cantanti in mezzo a noi, le cui voci risuonano cristalline nello spazio di questo teatro dall’acustica stupefacente. Senza microfoni, senza musica di sottofondo, il canto ci abbraccia. L’emozione è grande.
Ed Atkins è al momento ospite della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove sta conducendo il laboratorio di ricerca Low Realisms, che martedì 23 luglio si aprirà al pubblico. Per saperne di più:
MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.
«Stiamo aggiornando il sistema.»
In estate?
Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina.
«Ci vorranno 10 giorni»
Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?
«L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»
Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.
Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline.
Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.
Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 diMaria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo, penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi?
Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza.
Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google.
Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra.
Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti.
Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi.
Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire.
Il piacere è un surrogato della felicità?
Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.
Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale
Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?
Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).
Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts
Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali
Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.
Tratto dalla raccolta Sillabari, “Cinema” di Goffredo Parise è protagonista del secondo incontro di biblioterapia creativa della serie Leggere a colori . Che cosa vi ispira il colore rosso?
Per saperne di più su questo esperimento, visita la pagina dedicata alla Biblioterapia creativa sul mio blog.
Ho creato su youtube il nuovo canale “Biblioterapia creativa”, dove pubblicherò le letture ad alta voce di alcuni dei brani che utilizzerò nelle mie sessioni di biblioterapia.
In questo video leggo il racconto breve La scuola di Donald Barthelme, proposto nel primo incontro “Leggere a colori”, dedicato al giallo. A cosa vi fa pensare il giallo?
Un sito web è per sempre, mi disse un tizio molto romantico. O forse era fin troppo innamorato del suo lavoro. Faceva il web designer.
Ho deciso in ogni caso di ricominciare a prendermi cura di questo spazio, l’unico che senta davvero mio, per un motivo fin troppo ovvio: è appunto mio.
Corrono voci che per rendere internet un posto migliore dovremmo ripartire da qui, dalla nostra home, la “stanza tutta per sé” che un giorno abbiamo preso in affitto su un server. In fondo, cosa c’è di più saggio, dopo trent’anni ormai di vita sul web, che guardarsi indietro e provare a ripercorrere la strada fatta sinora?
Volevamo costruire case mobili fantasmagoriche su palafitte digitali. Volevamo dipingerle di tutti i colori e aprire le porte agli ospiti, per poterli invitare a prendere un tè online. E poi condividere le nostre idee, lavorare insieme ai progetti che più ci stavano a cuore. Volevamo lasciar fluire libera la nostra creatività. Diventare più intelligenti, più colti, più cosmopoliti, più estroversi. Più veloci, soprattutto. Come i futuristi, siamo andati in estasi di fronte alla bellezza della velocità, senza sospettare che presto avremmo fatto un balzo dall’avanguardia alla retroguardia. C’era anche chi, già tra le fila della mia generazione, sognava più prosaicamente di fare un mucchio di soldi. A pochissimi è perfino riuscito.
Ci siamo infine ritrovati a vivere tutti insieme in una comune online, o forse era una colonia anarchica, una casa popolare, un palazzotto grigio di periferia, un condominio borghese del centro. Ad ogni modo, a un certo punto ci hanno detto che c’erano delle regole da seguire, ma più che per vivere insieme, ci sarebbero servite per poter esistere agli occhi degli altri. Ubbidire o sparire. Scegli tu.
Ecco che allora non resta che ritornarsene, solitari, a casa. Spalancare le finestre, lasciare aperte le porte, invitare qualcuno a prendere un tè e sperare che qualcun altro ti inviti a sua volta. Uscire ogni tanto a farsi un giro, senza una meta precisa. Citofonare agli sconosciuti. Esplorare il mondo intorno, vicino e lontano. Scoprire che internet vale ancora la pena di essere abitato.
Allora, dove eravamo rimasti?
Questo non doveva essere un post su internet ma un aggiornamento sui miei “lavori in corso”, un articolo in cui avrei dovuto raccontare cosa ho fatto finora e cosa sto facendo al momento. Ma il bello di scrivere è anche questo, permettersi di andare fuori tema.
Ecco allora qualche novità su di me:
Da quasi un anno ho lasciato il mio lavoro d’ufficio nell’editoria e faccio l’insegnante – Sono pure riuscita a non pentirmi.
Attendo che il mio secondo romanzo trovi la sua strada verso la pubblicazione.
Sto sviluppando un’idea per il teatro, insieme all’amica Angela Di Sante, con la quale abbiamo creato un piccolo collettivo artistico per realizzare progetti creativi in ambito performativo e cinematografico. Ho scritto un testo, il punto di partenza di un lavoro drammaturgico in divenire. Al momento sto raccogliendo feedback, se lavori nel mondo teatrale e vorresti saperne di più, scrivimi!
Infine, sto scrivendo una seria di racconti ispirati ai miei viaggi. A proposito, uno di questi si intitolerà probabilmente Gli occhiali ed è per questo che ho pensato di includere nel post un mio recente ritratto occhialuto. C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero, cantava Battiato, o forse soltanto per non soccombere al luminoso fascino di Marrakech.