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  • Ridere di gioia e soccombere alla tristezza a Marrakech

    “Perché avete ucciso vostro marito?” In lacrime, la moglie di Chaloula, interrogata dal commissario nel racconto “Il mostro di Frankenstein” (Le mostre de Frankenstein) di My Seddik Rabbaj, confessa che avrebbe voluto soltanto renderlo docile e incapace di alzare la voce “come un morto”.

    A compiere tale innocente miracolo sarebbe dovuto servire l’impasto acquistato da una vecchia guaritrice, che una sera la donna propina a cena al consorte. Ingurgitarlo gli sarà fatale, non tanto perché il cibo fosse avariato, e lo era senz’altro visto che si trattava di resti levati di bocca a un morto riesumato dal cimitero, secondo la “ricetta” della vecchia venduta come infallibile; piuttosto, si scoprì che il morto era un incantatore di serpenti (o di folle?) che una notte aveva dimenticato di rimuovere il veleno dalle fauci del suo amico rettile; il serpente ne aveva dunque approfittato per morderlo a tradimento alla nuca. Il miracolo promesso dalla vecchia si era trasformato così in inesorabile disgrazia. Veleno e antidoto sono, d’altra parte, parenti.

    In questa raccolta di racconti, la ville joyeuse mostra un volto dolente e beffardo. L’ocra si sporca di nero e la macchia si allarga inghiottendo le speranze dei suoi abitanti e non solo. La città attira e respinge anche me, che non vi ho mai abitato ma che ho imparato ad amare e odiare da viaggiatrice.

    Marrakech mi elettrizza e allo stesso tempo mi rende nervosa, con quel traffico ostinato capace di coprire ogni rumore a parte il canto del muezzin del minareto della Koutubia e il suono incessante del pungi degli incantatori di serpenti della piazza Jemaa el-Fna. Meglio Essaouira e la musica del suo oceano. Ma a distanza di mesi, con questo libro in mano, mi ritrovo a ripensare con nostalgia a quel fracasso.

    Chi mai oserebbe, si chiede nella Prefazione lo scrittore Yassin Adnan, curatore di questa raccolta di quindici racconti ambientati nella “città rossa”, tessere una trama oscura attorno al cuore di un luogo deputato da sempre all’allegria e alla dolcezza di vivere?

    Farlo in modo convenzionale, pretendendo di far rispettare a scrittori e scrittrici di una città come questa le regole di un genere, il noir, che da queste parti non è molto praticato, sarebbe un’impresa fallimentare. Lo stesso Adnan, quando deve tessere la sua “trama oscura”, lo fa a modo suo, servendosi di uno humour tagliente, come già fa presagire il titolo del racconto che porta la sua firma, “Una e-mail dal cielo” (Un e-mail du ciel).

    Scritto in arabo e tradotto in francese da Catherine Charruau per l’edizione marocchina del volume, pubblicata nel 2020 dalle Éditions du Sirocco di Casablanca – l’edizione originaria, del 2018, è della casa editrice americana Akashic Books – è la storia di una divertente beffa dal tragico epilogo, nata tra le postazioni di uno cyber caffè frequentato da adolescenti creduloni, pieni di speranze verso il futuro. Una satira sull’ortodossia religiosa e sul fanatismo, in cui un ragazzo musulmano aspirante cristiano si indottrina su internet per farsi bello agli occhi di una ragazza nigeriana e per facilitarsi la vita, così crede, da futuro emigrato; per vendicarsi di un compagno di chat bigotto e spione che ha raccontato tutto a suo padre, comincerà a inviargli mail “sante” facendogli credere che siano state spedite direttamente da un angelo, fino a indurlo a compiere un gesto folle, per quanto innocuo, sulla piazza pubblica. A Jemaa el-Fna, vestito di bianco da capo a piedi, dopo aver terrorizzato i turisti facendo proclami contro gli infedeli, finirà arrestato dalla solerte polizia marocchina, davanti agli occhi ormai costernati del “fratello” che gli aveva sortito l’inganno.

    Di ironia amara sono intrisi diversi di questi racconti, che in realtà hanno poco altro in comune, diversamente dalle storie, spesso simili tra loro, della tradizione e delle leggende popolari raccontate in cerchio dagli Ḥlaiqi, i performer di Jemaa el-Fna.

    Oltre all’ironia, che in rari casi si fa cinismo e arriva al sarcasmo, mentre in altri si mantiene fin troppo leggera, ad accomunare alcune delle storie incluse in questa raccolta è la mistificazione continua della realtà operata dai suoi personaggi: la verità si traveste da menzogna e viceversa, i brutti ricordi e i traumi si trasformano in aneddoti, il succo della storia, persino quello della propria vita, si perde e si ritrova tra fatti, enigmi, scandali, pettegolezzi e malintesi fatali. Gli abitanti di Marrakech hanno d’altra parte la fama di chi si ostina a colorare la realtà, per tenere fede al mito della città, o forse per esorcizzare l’immancabile malinconia che ti pugnala alle spalle in pieno giorno, quando la gioia della notte evapora come i fumi del kif. Gli abitanti di tutta una vita, si intende, o di chi vi ha trascorso degli anni o anche solo pochi folli giorni a rincorrere i propri sogni, come Patti, la ricca collezionista d’arte americana invaghitasi del Pacha negli anni Trenta, di cui Mohamed Achaari ci racconta la controversa storia in “La mummia di Dar-el-Pacha” (La momie de Dar el-Pacha).

    Quanto Patti ritornò a Marrakech, più di quarantacinque anni dopo il dramma della sua prima visita, fu per curare una ferita che le aveva avvelenato la vita. Per anni aveva coltivato nella memoria un giardino verdeggiante dove crescevano alberi frondosi, di legno duro, tra i quali nessuna pianta inopportuna si era mai insinuata. Aveva sempre pensato che le nostre disgrazie infestano i luoghi in cui le abbiamo vissute, e allo stesso modo infestano la nostra memoria: l’unico modo per spazzarle via è riconciliarsi con i luoghi che sono state teatro di quelle disgrazie, cancellando le ultime tracce dolorose che vi sono rimaste (estratto da La momie de Dar-el-Pacha di Mohamed Achaari; traduzione in italiano mia, originale in arabo del Maracco tradotto in francese da France Meyer).

    Scappa dal proprio passato anche Imane, la protagonista del racconto più intenso e cupo di Marrakech Noir, “Una vita spezzata” (Une vie brisée) di Karima Nadir, scrittrice, femminista e attivista per i diritti umani, co-fondatrice del collettivo 490, che si batte per abolire l’articolo del codice penale marocchino, numero 490 appunto, che criminalizza il sesso al di fuori del matrimonio.

    Il racconto è contenuto nella terza e ultima sezione del libro, intitolata “Oltre le mura” (Au-delà des murs), le cui storie sono ambientate in quartieri periferici che si trovano appunto al di là delle antiche mura della medina. Quello in cui si svolge questa storia si chiama Amerchich e prende nome dall’ospedale psichiatrico per il quale è conosciuto.

    “Per Dio, è ciò che ci vuole a tua madre, Amerchich e nient’altro!” gridò sua madre. Amerchich non è soltanto il nome di un quartiere di Daoudiate. Non è neppure unicamente il nome di un ospedale specializzato in differenti tipi di malattie. È anche un improperio. A Marrakech, Amerchich è diventato una sorta di insulto che si lancia contro il proprio avversario per tacciarlo di imbecillità e follia. Di non essere capace di vivere in società. Tra la gente per bene e normale. Per sua sfortuna, Imane aveva una madre che era stata infermiera prima di andare in pensione. E per la cronaca, conosceva delle persone che lavoravano a Amerchich.

    In questa Amerchich, luogo fisico e simbolico in cui cacciare tutto ciò che la medina non può contenere, neppure celandola nel buio delle sue notti trasgressive in cui tutto è concesso purché serva ad alimentare il mito di Marrakech la “città gioiosa”, Imane ci finisce un giorno dopo aver dimenticato chi sia. Un’amnesia totale, forse frutto dell’abuso di alcool e di haschisch, ma soprattutto della sua fatica di vivere. Ad Amerchich Imane finirà i suoi giorni, suicida.

    A preservare nella memoria la sua storia saranno due amiche, Alice e Sarah, che a questo luogo approdano per motivi ben differenti, l’una psichiatra e l’altra dottoranda in Scienze Umane. C’è, tuttavia, qualcosa che le unisce nel profondo e che le fa riconoscere nella storia dolorosa di Imane. “Ogni volta che entravo in una biblioteca”, racconta Sarah, pensavo a Imane e alla sua passione per la lettura. Spesso la notte, dopo essermi coricata, inseguivo la sua voce nelle pieghe della mia anima”. Anche Alice e Sarah scappano forse da una loro Amerchich, un luogo in cui qualcuno vorrebbe confinarle, ma come Patti, la vecchia americana che da giovane si innamorò del Pacha, hanno deciso di ritornarvi per cancellare le tracce nere della loro tristezza.

    Foto scattata questa primavera al Musée des Confluences (palazzo Dar El Bacha) di Marrakech, che ospita l’installazione fotografica L’invisible dévoilé dell’artista Lalla Essaydi. Nella foto in alto (sempre mia), la Koutubia, l’antico minareto di Marrakech. Anche la foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Una morte a Malta, la storia della giornalista Daphne Caruana Galizia raccontata dal figlio Paul

    Un dottore arrivò a visitarla e quando vide il libro che stava leggendo esclamò ‘ “Allora la chiamerete Daphne, così diventerà una scrittrice?”

    I miei nonni risero. Ma quando il dottore se ne andò, stettero in silenzio, ci rifletterono su e poi concordarono sul fatto che Daphne fosse un bel nome.

    Le suore non ne furono contente. Non c’era una Daphne nella Bibbia, non esisteva una Santa Daphne, non c’era nessuna in famiglia con questo nome. E, in ogni caso, le donne non diventavano scrittrici a Malta. Li misero in guardia che all’anagrafe non avrebbero accettato quel nome perché non era cristiano. Daphne era una ninfa greca, una figura del mito e della fantasia.

    Raggiunsero un compromesso: il nome della bambina sarebbe stato Daphne Anne. Maltese e non maltese.

    (Un breve estratto da A death of Malta, Penguin Books 2024, traduzione mia)

    Dieci giorni prima di essere assassinata, il 16 ottobre 2017, per aver rivelato i torbidi retroscena della privatizzazione della società elettrica maltese, un intreccio mafioso tra lo Stato e il principale gruppo imprenditoriale del Paese, o giornalista Daphne Caruana Galizia racconta in un’intervista che per lei scrivere era sempre stata una compulsione.

    È la parola che, sospetto, chiunque non possa fare a meno di scrivere userebbe per definire il proprio rapporto con la scrittura, soprattutto se ha preso il “vizio” da piccolo. Io non saprei come definire il mio, se non appunto così. Una compulsione che impari a disciplinare, ma che ti caratterizzerà per sempre come persona, nel bene e nel male. E come i vizi peggiori, ti porta ad acquisire un certo tipo di postura. Fisica ma anche mentale. Un modo di guardare ciò che ti circonda come qualcosa di necessariamente altro da te.

    “Non mi sono mai sentita al mio posto, qui”, confessa Daphne in quell’intervista. Spiega che la sua prospettiva era quella di chi guarda al proprio paese dall’esterno, come farebbe un antropologo, che osserva l’oggetto della sua indagine dal di fuori.

    Nell’accingersi a scrivere A Death in Malta, “Storia di un assassinio e di una famiglia che cerca giustizia”, Paul Caruana Galizia, uno dei tre figli maschi di Daphne – il minore – si rende conto di non aver capito l’”essenza” di sua madre, il suo vivere da outsider. Decide quindi di partire proprio da questo aspetto della sua personalità per raccontare chi era, perché aveva cominciato a scrivere e perché lo Stato maltese ne ha permesso l’omicidio creando un clima di impunità nell’isola.

    Divenuto anche lui giornalista investigativo, come il fratello Matthew, che poco prima dell’assassinio aveva lavorato con la madre ai Panama Papers, scrive un bel libro che non è soltanto un’inchiesta giornalistica sulle trame della corruzione a Malta, ma come ben coglie una recensione del Sunday Times citata nel frontespizio, “si legge come un thriller, una detective story e il testamento di una vita e del lavoro di una donna straordinaria”.

    Paul racconta che in una torrida giornata di agosto in cui faceva troppo caldo per uscire, una ancora giovanissima Daphne – aveva avuto il primo figlio a 21 anni – sfogliava i giornali mentre era “bloccata a casa con noi tre”. Negli anni Novanta quei giornali erano “come i suoi figli”, ammette: maschi e con niente di interessante da dire. E questo nonostante, a partire dal 1987, quando i nazionalisti sconfissero i laburisti alle elezioni, la cattolicissima e tradizionalista Malta avesse cominciato ad aprirsi all’Occidente.

    Quando disse a un’amica che voleva scrivere sui politici del suo paese, criticarli ed esporli all’opinione pubblica, e questa le rispose che sarebbe stato troppo scioccante per Malta, Daphne rispose ottimisticamente che si trattava di “una cosa perfettamente normale, fuori da questo piccolo scoglio”.

    Ma tu vivi in questo piccolo scoglio, replicò l’amica. Ma questo non significa questo piccolo scoglio sia un posto speciale, ribatté lei. Non ci consideriamo forse europei? Allora, concluse, non possiamo dire: “Questo a Londra o a Roma si può scrivere, ma non a Valletta”.

    Paul capisce che Daphne aspirava ad avere libertà di espressione in un luogo in cui non era mai stata concessa e neppure desiderata. Il patriota maltese che andò a Londra nel 1835 per reclamare la libertà di stampa, ci racconta, riconobbe che il paese la desiderava soltanto in parte. Pensava che una totale libertà sarebbe degenerata in immoralità e avrebbe indisposto la Chiesa, che controllava uno dei due organi di stampa presenti sull’isola. L’altro apparteneva all’amministrazione coloniale, e quando quest’ultima abolì la censura, prima di quanto accadde in molti altri paesi, promulgò però anche una legge di diffamazione “piuttosto sensibile alle questioni religiose”. Così Malta introdusse una relativa libertà di espressione quando negli altri paesi non ve ne era nessuna, ma mentre gli altri in seguito emanciparono il giornalismo dal giogo della censura politica, Malta si guardò bene dal farlo. La cultura maltese ha continuato nel tempo a dare poco valore alla libertà di espressione e Daphne, spiega Paul, non lo sopportava: per questo, lei che credeva profondamente nell’Europa e si considerava “maltese e non maltese” allo stesso tempo, era così impaziente. Voleva vedere un cambiamento non soltanto nella classe politica ma anche nella gente comune, a tutti i livelli.

    Una prima edizione di Death of Malta è stata pubblicata nel 2023. Nel 2024 Paul Caruana ha aggiornato l’epilogo, con gli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio della madre, che quattrocento chili di tritolo nascosti sotto il sedile della sua Peugeot 108 fece saltare in aria, a pochi metri da casa, otto anni fa. A oggi, sono stati arrestati gli esecutori, gli intermediari e il presunto mandante (o uno dei?), il maltese Yorgen Fenech.

    Rampollo cocainomane di una delle famiglie di imprenditori più potenti dell’isola, già arrestato per possesso di droga a Huston in Texas, dove stava andando a disintossicarsi, dopo essere stato beccato a sniffare su un volo intercontinentale; magnate del gioco d’azzardo, della speculazione immobiliare e delle partite di calcio truccate, indagato nel 2019 anche dalla Procura di Catania nell’inchiesta “I treni del gol”, Fenech è soprattutto il tycoon del gas che all’epoca dell’omicidio di Daphne era uno dei tre direttori di ElectroGas, consorzio di cui faceva parte la società dell’Azerbaijan Socar, a cui era vincolata da un contratto di fornitura di 18 anni: dagli azeri acquistava a caro prezzo gas che poi rivendeva maggiorato a Enelmalta, società pubblica legata a sua volta da un contratto esclusivo con ElectroGas.

    Daphne e suo figlio Matthew, grazie ai leaks dei Panama Papers, avevano scoperto e reso pubblici i dettagli di questo contratto incredibilmente svantaggioso che il governo maltese aveva stipulato non certo a favore dei contribuenti maltesi, per i quali si prevedeva invece la perdita di decine di milioni di euro. Un ingranaggio diabolico di scatole cinesi in cui a guadagnarci personalmente erano anche Keith Schembri, ex capo del Gabinetto del governo laburista di Joseph Muscat, e l’ex ministro del turismo Konrad Mizzi, a cui Fenech pagava corpose tangenti attraverso la società off shore 17 Black con sede a Dubai, la cui esistenza era stata intercettata proprio dai Panama Papers a cui aveva dato ampiamente spazio Daphne nel suo blog Running Commentary. Con i soldi sporchi di chi? Degli azeri, ovviamente, che 17 Black provvedeva a spartire.

    L’inchiesta, che ha confermato le tesi di Daphne, è stata chiusa soltanto quest’anno. Schembri e Mizzi sono stati coinvolti nel frattempo anche in un ulteriore scandalo, insieme all’ex premier Muscat: tutti accusati di appropriazione indebita, frode e riciclaggio in relazione alla privatizzazione di tre ospedali pubblici, il cosiddetto “l’affare Vitals” (Vitals Global Healthcare) sul quale per prima Daphne aveva sollevato pesanti dubbi.

    Non finisce purtroppo qui.

    Prosegue infatti il progetto per alimentare la centrale elettrica di Delimara nel sud-est dell’isola, sulla cui costruzione e gestione da parte di ElectroGas Daphne stava indagando, con il nuovo gasdotto Melita TransGas, 158 km di tubi sottomarini tra la Sicilia e Malta. Un progetto da 400 milioni di euro, finanziato dalla UE, di cui ben 85 milioni entreranno nelle tasche di ElectroGas. Il vero nodo attorno al quale ancora si stringono gli interessi di chi voleva la morte di Daphne, e che vincolerà Malta per decenni ai combustibili fossili, impedendo una transizione ecologica verso fonti rinnovabili.

    Ci sarà mai, dunque, spazio per un epilogo positivo?

    I maltesi che credono nella democrazia, nella libertà di espressione, in un’economia più giusta, in una società più equa, riusciranno a invertire la rotta, come avrebbe voluto Daphne, di questa folle e immorale corsa verso una finta modernizzazione di cui beneficiano soltanto i più corrotti, avidi, criminali tra loro? E ci riusciranno i cittadini onesti di tutti gli altri paesi europei complici e, in molti casi, altrettanto corrotti?

    Per saperne di più:
    Daphne Caruana Galizia Foundation

    La foto nella cover l’ho scattata a Medni (Medina), l’antica capitale di Malta, dove ho acquistato una copia del libro A Death of Malta, non ancora tradotto in Italia.

    Leggi anche: Hamrun, poveri e belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

  • Philosophy of the World al Fringe Festival di Edimburgo – Non ci sono solo le tette (ma anche quelle)

    Three is the magic number. Sono stata tre giorni a Edimburgo e ho visto tre spettacoli teatrali, due dei quali, diversissimi tra loro, vedevano tre performer donne sul palco.

    Uno di questi, Philosophy of the World, della compagnia inglese In bed with My Brother, trio inglese anarchico e femminista, è andato in scena in tarda serata alla Summerhall, venue che negli anni ha ospitato compagnie emergenti e lavori teatrali sperimentali tra più interessanti, in alcuni rari casi di grande successo anche oltre i confini del palcoscenisco (le commedie Baby Reindeer e Fleabag sono diventate due famose serie TV).

    Di successo e di fama, di come sia paradossalmente difficile ottenerli quando sei in vita, parla appunto Philosophy of the World, ma anche di talento vero e presunto, e di come sia facile sfruttare il capitale artistico altrui, soprattutto quando si tratta di donne. Il titolo è preso in prestito dall’unico sfortunato album, poi passato alla storia, delle Shaggs, sgangherata band femminile americana anni Sessanta di cui si rievoca la tragicomica esistenza. 

    Ma chi erano davvero le Shaggs, la migliore peggiore band di tutti i tempi? Quale era la loro “Filosofia del mondo”? Cos’hanno da dirci queste tre sorelle capellone del New Hampshire, considerate dal padre predestinate al successo e per questo obbligate a impugnare gli strumenti, fare pratica (sempre con scarso successo) ogni giorno per ore, ed infine esibirsi davanti al pubblico per essere poi fischiate senza pietà?

    Quando entro in sala riconosco subito la musica che apre il primo atto dello show: non è un pezzo delle Shaggs, è Territorial Pissing dei Nirvana! Il mio pezzo preferito della band quando, da giovane, ero una loro fan. Il brano più hard core punk di Nevermind, quello che hanno suonato al loro debutto al Saturday Night Live ed è finita che hanno distrutto tutti gli strumenti. Territorial Pissing è Kurt Cobain che immola le sue corde vocali, lo strazio che si fa catarsi (nostra, più che sua). Ma non finisce qui: è un grido contro il patriarcato, contro la cultura machista della provincia americana che a Cobain faceva venire la gastrite, insieme a molte altre cose. “Never met a wise man, if so it’s a woman”, non ho mai conosciuto un uomo saggio, semmai una donna, canta a un certo punto.

    Certo, penso, Cobain c’entra con le Shaggs perché aveva provocatoriamente dichiarato di essersi ispirato a loro; diceva che Philosophy of the World era il suo album preferito di sempre; si era fatto fotografare con indosso una t-shirt delle Shaggs; grazie a lui e a Frank Zappa, altro insospettabile ammiratore, le Shaggs erano state riscoperte fino a diventare una band di culto.

    Ma a Nora, Dora e Kat, autrici, attrici e performer di questo pazzo show in cui succederà di tutto (alla fine, tette all’aria, stramazzeranno al suolo e non si alzeranno neppure dopo gli applausi) interessa spingere il pubblico oltre questi semplici sillogismi, su cui d’altra parte si fonda ancora l’industria culturale globale: non sei nessuno fino a quando qualcuno che conta, meglio se un artista di sesso maschile, dice al mondo che anche tu sei qualcuno che conta. Meno di lui, chiaramente, ma più di tanti altri. E altre, va da sé.

    Nei primi due atti, Nora, Dora e Kat giocano alle Shaggs  – “noi facciamo loro, voi il pubblico, ok?”, questo il patto iniziale – con tanto di parrucconi ed estenuanti sessioni di calisthenics a cui le costringe il padre per tenersi in forma. Il Padre è un Verbo e si manifesta per lo più attraverso scritte bianche su fondo nero che scorrono sopra il palco, dispositivo geniale che comanda l’azione senza bisogno di dialoghi. Questo Big Brother che impartisce ordini dall’alto alle sue creature, in alcuni momenti, si incarna nello show manager che assiste le tre dalla platea: all’occorrenza viene tirato in mezzo sul palco, sempre per prenderle di santa ragione. Ma ha, per così dire, la pellaccia, e le tre non riescono mai a farlo fuori, nonostante sanguini di brutto (per finta, visto che gli show manager sono figure essenziali e non possono essere trucidati…). Muore ma resuscita svariate volte; in ogni caso, anche quando schiatta definitivamente, torna a tormentare le tre come fantasma. 

    Fino a dove voglia spingersi l’azione lo capiremo soltanto nel terzo atto, in cui una delle bravissime perfomer ci vomita addosso tutte le parole che finora non abbiamo mai sentito uscire dalla sua bocca, o meglio di nessuna di loro. Fino a quel momento, infatti, le tre si sono espresse soltanto a bisbigli, mugugni, grida e movimenti maldestri.

    È un vero rant quello che ci scagliano addosso: un’interminabile invettiva punk femminista, che chiamare monologo sarebbe ridicolo.

    Una tirata velocissima, implacabile, senza esitazioni, che intreccia acutissime riflessioni sul mondo della musica e dell’arte di ieri e di oggi. Parole tutt’altro che campate in aria; saldate, al contrario, da una logica stringente che parte dalle Shaggs e arriva a Tom Cruise, che attualmente detiene i diritti per girare un biopic sulle tre sorelle, passando per Andy Wharol che si rifiutò di restituire il manoscritto della sceneggiatura di Valerie Solanas e per questo si beccò dalla scrittrice  – non “attrice”, come la appellarono i tabloid all’epoca, precisano le Nostre – due belle pallottole nello stomaco, rischiando di rimanerci secco. C’e anche Cobain, che decreta la fama postuma delle Shaggs ma a sua volta viene inesorabilmente schiacciato dal successo.

    Nel corso dei primi due atti, il pubblico non ha fatto che ridere in modo, è il caso di dirlo, fin troppo “plateale”; vuoi perché lo show era senz’altro anche molto divertente, vuoi perché la (semi) nudità femminile sul palco di un teatro suscita sempre sensazioni forti, tra ilarità, imbarazzo, nervosismo, difficoltà a concentrarsi su ciò che viene detto. È inevitabile che lo sguardo cada sulle tette, insomma. Io stessa mi sono ritrovata a fare considerazioni, come spesso mi capita in questi casi, fuori contesto. Ogni volta mi sorprende la varietà di questa parte anatomica femminile, non si può dire che esistano due tette uguali ad altre due. E chissà cosa ne pensava in merito, invece, l’elegante giovane very british seduto di fronte a noi, in compagnia della sua fidanzata.

    Tutto questo è Philosophy of the World. È stato un successo.

    Per saperne di più:

    https://festival.summerhallarts.co.uk/events/philosophy-of-the-world/

    https://www.inbedwithmybrother.com/

    Le foto qui pubblicate sono materiale stampa ufficiale della compagnia In Bed With my Brother

  • Hamrun, poveri ma belli nell’isola più neoliberista d’Europa (Malta)

    Arrivo a Malta da Edimburgo, dopo aver assistito a uno spettacolo teatrale intitolato Make it happen, una satira sul crash finanziario della Royal Bank of Scotland, con il leggendario attore britannico Brian Cox sul palco nelle vesti del fantasma di Adam Smith, padre del capitalismo, che tormenta Fred “The Shred” Goodwin, il tagliatore di posti di lavoro che quella banca, nel 2008, la fece andare a picco, e con lei l’intera Scozia.

    Non mettevo piede sul suolo scozzese dalla fine degli anni Novanta e mi ha colpito vedere che, al netto di boom turistico, gentrificazione e vivacità culturale, permangono grandi contrasti: uno su tutti, la presenza di giovani uomini e donne senza tetto che dormono per strada con i piedi congelati ad agosto e chissà, viene da chiedersi, in che condizioni arriveranno a settembre, considerato il clima non proprio ospitale della capitale scozzese.

    Malta mi accoglie con la sua amabile brezza. Il caldo qui è una garanzia ma non toglie il respiro, mi ricorda piuttosto che siamo in estate, e quasi me ne ero dimenticata. Sono così felice che quasi mi dimentico pure che questo è il paese dei “passaporti d’oro” concessi agli investitori  miliardari, lo stesso in cui un un numero crescente di maltesi vivono in povertà e in cui a quanto pare non sono in molti a potersi permettere una settimana di vacanza all’anno.

    Come spesso mi accade, mi trovo sempre nel posto giusto al momento sfacciatamente giusto o in quello incredibilmente sbagliato; le vie di mezzo non sono contemplate dal caso che si diverte a sorprendermi nei miei viaggi last minute.
    E questo è senza dubbio il momento giusto perché capito ad Hamrun nel fuoco incrociato dei Red Boys e Blue Boys, i due club rivali che si sfidano (amichevolmente) durante le celebrazioni della vivacissima festa di San Gaetano.

    Hamrun è un vecchio borgo di 9000 anime che da queste parti chiamano città, forse perché dista mezz’ora a piedi da una “capitale”, La Valletta, che non ne fa neppure 6000. È uno di quei luoghi che potrebbero far gola ai detentori di “passaporti d’oro”, se come in Make it Happen a qualcuno di loro, un giorno, il fantasma di Adam Smith mettesse in mano le chiavi della città e dicesse: fallo succedere. Gentrifica Hamrun. Ora. You can make it.
    Ma Hamrun, un posto che non può essere inventato perché già, orgogliosamente, esiste, è la prova che resistere all’omologazione, mentre ti globalizzi, è possibile.

    L’integrazione tra working class locale e immigrati di (quasi) ogni parte del mondo, è possibile. La sicurezza e il sentirsi “a casa”, poter camminare per strada a qualsiasi ora del giorno senza che nessuno ti infastidisca, ma al contrario ti saluti con cordialità, ti sorrida con discrezione, si fermi a fare due chiacchiere, è possibile. La pulizia, il decoro, il rispetto, ma anche un po’ di sano disordine, quando c’è da far festa. È possibile.

    Ma ecco, nel mezzo dei fuochi d’artificio, già mi sono dimenticata di essere a Lilliput.

    Per fortuna, però, che c’è San Gejtanu. Chissà che un miracolo, un giorno, non accada sul serio.

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Il 2026 sarà il National Year of Reading nel Regno Unito

    Se siete stati a Birmingham almeno una volta nella vostra vita (io ci ho appena trascorso una very blessed giornata di sole), avrete riconosciuto l’edificio nella foto: The Library, l’imponente biblioteca che domina Centenary Square nel cuore della città. Una delle più grandi biblioteche pubbliche in Europa e persino nel mondo.

    A differenza di quanto accade in Italia, tra i britannici i lettori e le lettrici non sono mai mancati; il Regno Unito continua a collocarsi tra i primi paesi nei quali la lettura è diffusa e praticata a ogni età. Le ultime ricerche fatte dal National Literacy Trust, ente che si occupa di promuovere  l’alfabetizzazione in UK, hanno tuttavia allarmato gli inglesi: nel 2024 soltanto un giovane su tre, tra gli otto e i diciotto anni, ha dichiarato di amare leggere, e si tratta della percentuale più bassa in assoluto riscontrata negli ultimi venti anni.

    Per capire quale terapia d’urto adottare per non rischiare di far precipitare ulteriormente i numeri dei giovani lettori britannici, il National Literacy Trust ne ha indagato le abitudini di lettura e ha scoperto che la parola chiave per intercettare il giovane pubblico (ma chissà che non funzioni anche con gli adulti?) non è leisure, ovvero svago, intrattenimento, ciò che spesso si fa, a volte anche solo per noia, per riempire il proprio tempo libero. La parola magica è pleasure, piacere: quella sensazione inebriante che si prova quando si fa qualcosa che ci aggrada e ci dà soddisfazione.

    Secondo quanto emerso, alle ragazze darebbe soprattutto soddisfazione prendersi cura del proprio benessere: nella lettura cercherebbero, in particolare, un sostegno emotivo, cose che invece parrebbe interessare meno i loro coetanei, più inclini a quanto pare a fare gli impegnati (“more boys leaned toward reading to connect with causes or the wider world”).

    Entrambi tuttavia sarebbero ugualmente interessati a ciò che di inaspettato la lettura può donare alla loro vita: nuove cose da sapere, nuove parole da imparare. In sostanza, è il piacere della conoscenza a resistere e questo è un dato interessante perché dimostra che i giovani britannici riconoscono il valore educativo della lettura.

    Attenzione, questo non significa che amino necessariamente le letture “educative”, ma che avere accesso al “non conosciuto” rappresenta per loro una sfida intellettuale e culturale. Leggendo tra le righe, riconoscono che uscire dalla propria comfort zone può essere un’avventura molto piacevole. Magari non uscirne proprio del tutto ma quanto basta per avere un incontro ravvicinato con il nuovo, con l’altro da sé, come accade nei film e nelle serie TV. Questi ultimi sono un innegabile punto di riferimento, tanto da essere collocati dagli intervistati  al primo posto anche tra i “ganci” capaci di traghettarli verso la lettura.

    Non sorprende dunque che Reading for pleasure, leggere per piacere, sia il nome prescelto per la nuova campagna di promozione della lettura made in UK, anche in vista del 2026,  che sarà l’anno nazionale della lettura in tutto il Regno Unito.

    E quando si imbocca la strada giusta, perché non adottare la stessa strategia anche in ambiti affini? E Cosa c’è di più affine alla lettura della scrittura?

    Gli inglesi hanno molti difetti, ma sono particolarmente abili nell’elaborare in forma semplice, immediata e di forte impatto, i loro insights. Il National Literary Trust ha quindi lanciato anche una campagna chiamata Writing for Pleasure, indirizzata anch’essa i giovani.

    “Writing is not just about academic success, it is a deeply personal, expressive act tied to creativity, emotional wellbeing, and identity.”

    L’approccio è di tipo biblioterapico, anche se la (sfortunata perché ambigua) parola “bibioterapia” non viene mai nominata esplicitamente. Promuovere, in conclusione, la scrittura come forma di espressione creativa di sé, per stare meglio con sé stessi, per capire chi si è e chi si vuole essere. Un modello che potrebbe essere forse interessante sperimentare anche in Italia?

    Per saperne di più:

    https://www.birmingham.ac.uk/news/2025/2026-year-of-reading-the-reduction-in-children-and-young-people-reading-is-a-social-justice-issue

    https://literacytrust.org.uk/

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati.

  • Brute Force di Felix Lenz al padiglione austriaco – Inequalities, Triennale di Milano

    Viviamo una crisi dell’immaginazione, dice Luce Beeckmans, studiosa dell’università KU Leuven intervistata per il progetto “Lo spazio delle disuguaglianze” in mostra alla 24ª Esposizione Internazionale Triennale di Milano.

    È certamente vero, ma l’arte può, deve e dimostra di saperla ancora usare in modi che sanno toccarci nel profondo, quando non si tira indietro e intraprende sfide che soltanto lei può vincere.

    Ne è una prova il film sperimentale Brute Force, parte dell’installazione Soft image, Brittle Grounds dell’artista, designer e regista Felix Lenz, scelto per rappresentare l’Austria in Triennale. Un contributo di altissimo livello, realizzato su commissione del MAK, Museum of Applied Arts di Vienna, realtà che conferma di avere audacia e coraggio nell’investire in progetti realmente significativi.
    Anni fa, quando mi occupavo di promozione del design, ebbi il privilegio di essere ospitata alla Vienna Design Week e in quell’occasione, oltre all’incredibile vivacità della città, mi colpì la serietà e l’impegno profusi dall’amministrazione pubblica nel sostenere i talenti locali e non solo.

    Felix Lenz si è formato all’università di arti applicate di Vienna, specializzandosi in Design Investigations, ha esposto i suoi lavori in numerose mostre in tutto il mondo e nel 2024 gli è stato riconosciuto nel suo paese il prestigioso premio di eccellenza per artisti Outstanding Artist Award nella categoria “Design sperimentale”. Per realizzare Brute Force, un film di  di 30 minuti di rara poesia e pregnanza (qui presentato in versione Exhibition Cut), frutto del suo interesse per gli intrecci tra geopolitica, ecologia e tecnologia, ha impiegato oltre cinque anni di ricerca e tre di riprese, dal 2022  al 2025: dagli impressionanti laghi e deserti salati dello Utah in California, o meglio di ciò che rimane di un paesaggio che va sempre più assottigliandosi, ormai drasticamente compromesso dal cambiamento climatico e dallo sfruttamento sconsiderato delle risorse idriche, agli esterni e interni dei mastodontici data center di Vienna, non dissimili da quelli collocati in sempre più parti del mondo.

    Estrazione di sale ed estrazione di dati, pratiche neocoloniali interconnesse che incidono la topografia della Terra lasciando tracce geologiche incancellabili.
    “Le nostre tecnologie non catturano la realtà, la creano. Anche su scala più ampia, nel guardare il mondo attraverso le lenti della nostra tecnologia, lo riconfiguriamo”.

    Le voci fuori campo della poetessa Day Eve Comet, della  fisica e teorica femminista Karen Barad, del media artist Vladan Joler e del geologo Diego P. Fernandez, con la loro critica interdisciplinare alla tecnologia che produce “conoscenza” razionalizzata, razzializzata, e asservita alle logiche di potere e controllo, intessono questo racconto visivo di parole che suonano più concrete che mai. Il linguaggio grazie alle immagini si sottrae alla voragine dell’astrazione, e le immagini grazie al linguaggio bucano la superficie. La conoscenza diventa un oggetto solido. Qualcosa che ora, grazie all’arte, comprendiamo pienamente nella sua essenza unitaria, che penetra nella nostra mente attraverso le vie misteriose, eppur così chiare, della poesia.

    Per saperne di più:

    https://triennale.org/eventi/austria-soft-image-brittle-ground

    https://felixlenz.at/project/brute-force

    Le foto qui pubblicate sono mie, tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere: Felix Lenz, Triennale Milano.

  • The Sun, una performance di Ed Atkins al Teatro Sociale di Como

    Robert Bresson, nelle sue Note sul cinematografo, diceva che le parole imparate a fior di labbra, i gesti ripetuti venti volte meccanicamente, troveranno le inflessioni e la canzone proprie alla loro vera natura. Bresson credeva nel potere dell’automatismo e aborriva il “teatro fotografato”, così il grande cineasta francese chiamava il cinema tout court in cui attori professionisti interpretano personaggi sul set, ovvero fingono di essere qualcun altro come farebbero se fossero sul palco di un teatro. Sul palco di un teatro come questo, per esempio. 

    Un teatro magnifico con oltre duecento anni di storia: qui risuonò il violino di Nicolò Paganini – nel 1823 – e da sempre si avvicendarono concerti, opera e prosa. Seguirono nel tempo, e tuttora vengono messi in scena, spettacoli e eventi di altro tipo, dai concerti di musica pop alle performance artistiche, come quella proposta da Ed Atkins qualche giorno fa, a cui ho avuto il piacere di partecipare. 

    Uso il verbo “partecipare” non perché si sia trattato di una delle solite performance partecipate/partecipative a cui si è chiamati a interagire attivamente con chi sta sul palco, ma perché è stata, a mio avviso, un’esperienza propriamente teatrale, nel senso più antico, primigenio del termine: un atto collettivo, un “gioco rituale”, una “specie di cerimoniale”, per usare le parole di Jerzy Grotowski. 

    Se The Sun si fosse svolta all’interno di una galleria d’arte contemporanea, non avrei probabilmente avuto la stessa percezione, e questo in fondo è il bello dell’art performance, la performance artistica o d’artista, a seconda di come la si voglia chiamare. L’esperienza vissuta, l’idea che ci si fa dell’opera, muta a seconda del luogo – e del tempo – in cui è eseguita. E il Teatro Sociale di Como non è il primo luogo in cui Atkins porta la sua performance, la quale peraltro assume di volta in volta anche un titolo diverso (nel 2019, alla biennale d’arte newyorkese Performa, si chiamava A Catch Upon the Mirror; all’Holland Festival di Amsterdam nel 2013 si intitolava Epitaph).

    Ma cosa fa, dunque, Ed Atkins sul palco? Che cosa performa?

    Recita una breve poesia di Gilbert Sorrentino, scrittore americano di culto per chi ama l’avanguardia postmodernista anni Sessanta e Settanta. Mai tradotto in Italia, è scomparso nel 2006 a 77 anni per un cancro ai polmoni. Per inciso, anche il padre di Atkins è morto di cancro, nel 2009, quando l’artista stava concludendo i suoi studi in Fine Arts alla University of London. 

    La poesia s’intitola The Morning Roundup e ruota intorno a una malinconica “rassegna mattutina” degli amici persi che l’autore si trova a fare ogni mattina, suo malgrado, nel momento in cui si ripromette di non ascoltare le previsioni del tempo per il fine settimana ma inesorabilmente gli vengono in mente le assolate, splendide domeniche in cui gli amici in questione erano vivi:

    I don’t want to hear any news on the radio

    about the weather on the weekend. Talk about

    that.

    Once upon a time

    a couple of people were alive

    who were friends of mine.

    The weathers, the weathers they lived in!

    Christ, the sun on those Saturdays.

    [da Corrosive Sublimate (1971)]

    Ed Atkins la recita infinite volte, in loop, inframmezzandola con il canto di alcune dolcissime, struggenti canzoni barocche come Under this Stone Lies Gabriel John di Henry Purcell (1686).

    Nel comunicato, sempre identico, che accompagna tutte le esecuzioni  della performance fatte negli anni da Atkins, si parla di The Morning Roundup come di una poesia che esprime “la frustrazione per la finitudine di tutte le cose e per la promessa e l’inevitabile fallimento del linguaggio nell’offrire conforto o rimedio”. Frustrazione amplificata dalla brevità del componimento, perché “ogni volta che Atkins lo recita si muove sempre più lontano dall’intento – fallito – di comunicare un sentimento: il tempo, l’amore, il passato; ciò che è andato via per sempre”. 

    Leggo queste parole qualche giorno prima della performance e mi suonano fin troppo beckettiane. Il “fallimento  del linguaggio” mi fa venire in mente il teatro dell’assurdo, il teatro di parola che scarnifica la parola, l’avanguardia teatrale degli anni Cinquanta e i suoi capolavori che ancora ci ispirano. Proprio per questo decido di diffidarne. Dove vuole andare a parare Ed Atkins con queste premesse, se tutte le parole sono appunto mezze verità? 

    Alla fine, anche queste parole che dovrebbero introdurre l’opera, si riveleranno tali. Prova del fatto che prendere alla lettera un artista non è mai raccomandabile. 

    E poi siamo a luglio, l’afa ci soffoca, il Teatro Sociale di Como è un signor teatro. Un teatro borghese dell’Ottocento in cui immagino si sia sempre continuato a fare teatro borghese otto/novecentesco, riadattandolo di volta in volta sino ai nostri giorni, magari in salsa tecno-illusionistica, come spesso oggi accade, con artifici sempre più sofisticati. Mi viene difficile anche solo immaginarmi un Finale di partita messo in scena in uno spazio del genere. Anziché al teatro d’avanguardia o al teatro povero, penso invece al teatro recitato di cui parlava Bresson, che ho citato all’inizio. Quel teatro scimmiottato dal cinema, da cui invece il “cinematografo” secondo il regista avrebbe dovuto differenziarsi; cosa accaduta poi molto raramente, così come altrettanto di rado il teatro è riuscito, paradossalmente, a essere teatrale

    Invece, ciò che accade al Teatro Sociale di Como riesce a sorprendermi. L’automatismo che sembra tenere in scacco Ed Atkins sul palco, quei suoi numerosi tentativi di recitare in modo espressivo la poesia di Gilbert Sorrentino, di attribuirle un significato, di dare corpo alla perdita attraverso la parola, in realtà lo liberano. 

    Sul palco Ed Atkins diventa sé stesso: non è l’affermato artista inglese celebrato da una grande retrospettiva alla Tate che oggi veste gli abiti del performer. È un uomo di quarantatré anni in giacca e pantaloni eleganti che senz’altro sta sudando parecchio mentre ripete a memoria The Morning Roundup. Mentre cerca di trasmetterci attraverso le parole qualcosa che neppure il poeta è riuscito a comunicare del tutto scrivendo il suo testo. Ecco che, invece, attraverso il suo corpo, ci restituisce quel sentimento, l’imbarazzo nel comprendere che non c’è niente di comprensibile nella morte. Perché quel “paio di persone lì”, che una volta erano vive ed erano amiche nostre, non ci sono più? 

    Vidi alcuni lavori di Ed Atkins alla Biennale di Venezia nel 2019 e mi colpirono molto per gli spunti offerti intorno all’immagine digitale, le riflessioni sui confini tra realtà e finzione, sul concetto di ripetizione e sull’angoscia e rassicurazione che, allo stesso tempo,  provoca in noi. Le sue opere mi inquietarono per il senso di perdita e morte che vi aleggiava – tuttora permane nella sua arte – ma ci trovai una dolcezza di fondo capace di confortarmi. Come se l’artista volesse veicolare nello spettatore un superamento della solitudine, o l’impressione (vogliamo chiamarla illusione?) di quel superamento, perché alla resa dei conti, come la morte altrui appunto ci ricorda, preparandoci alla nostra, ci è precluso andare oltre noi stessi. 

    Nel corso della performance The Sun ho sentito quella stessa carezza consolatoria, nel momento in cui al parlato si è sostituito il canto. 

    Atkins, in un’intervista, ha definito le canzoni “generose” e trovo che sia un aggettivo perfetto perché le parole cantate, e in particolare le parole che si trasformano in un certo tipo di musica, sono spesso capaci di donare un ineguagliabile senso quiete. Sospendono l’angoscia che nasce dal non poter comprendere la realtà, il perché accadono le cose.  

    Scriveva Grotowski in Dalla compagnia teatrale all’arte come veicolo, in riferimento ai canti rituali della tradizione:

    … il canto diventa il senso stesso attraverso le qualità vibratorie; anche se non si comprendono le parole, basta la ricezione delle qualità vibratorie. Quando parlo di tale ‘senso’ parlo nel contempo anche degli impulsi del corpo; ciò significa che la sonorità e gli impulsi sono il senso, direttamente.

    Under this Stone Lies Gabriel John, intonata da Atkins durante la performance, non è il tipo di canto a cui si riferiva Grotowski ma forse è parte della tradizione dell’artista, che ha dichiarato di servirsi delle stesse canzoni che canta a sua figlia. Dobbiamo credergli? 

    Non ha in realtà importanza, perché è in ogni caso un dono che ci arriva dolcissimo, soprattutto nel momento in cui, durante la performance, accade ciò che non ci aspetteremmo: al Teatro Sociale di Como cade la cosiddetta “quarta parete” e si rompe la frontalità del teatro tradizionale, cardine sul quale si regge il rapporto visivo tra chi è sul palco e chi è in platea, con i secondi che guardano i primi, di fronte a sé, senza poter distogliere lo sguardo dal palco, come se fosse un dipinto appeso su una parete. 

    Ecco che invece, in platea, sentiamo il canto crescerci intorno, alle nostre spalle, con voci femminili e maschili che si uniscono a quella dell’artista. Penso un po’ ingenuamente che si tratti di un suono registrato, di un artificio digitale. Mi volto a destra e a sinistra per capire da dove provengano quelle voci e scopro che sono persone, donne e uomini qui, ora; corpi cantanti in mezzo a noi, le cui voci risuonano cristalline nello spazio di questo teatro dall’acustica stupefacente. Senza microfoni, senza musica di sottofondo, il canto ci abbraccia. L’emozione è grande. 

    Ed Atkins è al momento ospite della Fondazione Antonio Ratti di Como, dove sta conducendo il laboratorio di ricerca Low Realisms, che martedì 23 luglio si aprirà al pubblico. Per saperne di più:  

    https://fondazioneratti.org/it/progetti/xxix-csav-artists-research-laboratory-low-realisms-2

    La foto della cover è mia. Tutti i diritti riservati.

  • Vecchi e nuovi tecnofeticismi

    MOMus, Experimental Center for the Arts, Thessaloniki.

    «Stiamo aggiornando il sistema.»

    In estate? 

    Mi guardo intorno: non siamo in pochi a visitare il museo questa mattina. 

    «Ci vorranno 10 giorni»

    Dieci giorni, ho capito bene? δέκα?

    «L’entrata è gratuita, fino a quando il sistema non sarà aggiornato.»

    Perbacco, Salonicco! Riesci a stupirmi ogni giorno di più.

    Anche se – lo mettono subito in chiaro – non sarà possibile acquistare nulla all’interno del museo. Dimentichiamoci catalogo, gadget, cartoline. 

    Non male, per una mostra che dichiara di “esplorare la feticizzazione della tecnologia da parte della società tecnocapitalista contemporanea”. Technofetishism: Whip it into Shape.

    Quando mi imbatto nel primo lavoro esposto, The Oracle, 2020-2025 di Maria Glyka, una serie di quadri-screenshot che ritraggono alcune delle domande più comuni rivolte da noi mortali ai messaggeri divini Google e ChatGPT, traghettatori di speranze del nostro tempo,  penso a quante persone intorno a me, con il cellulare in mano, si stanno trattenendo in questo momento dal digitare sul cellulare: perché è così difficile resistere agli impulsi? 

    Come sempre, le risposte che attendiamo potrebbero deluderci ma, in fondo, ha poca importanza: conta soprattutto dare un seguito all’impulso, agire. Vogliamo insomma assicurarci quella soddisfazione purissima che soltanto un’azione portata a termine, per quanto piccola, è in grado di offrirci. Digitare una frase che termina con un punto interrogativo su un motore di ricerca è pur sempre un’azione, o perlomeno ne ha la parvenza. 

    Certo, parlare con qualcuno è tutta un’altra storia. Un atto linguistico, così dicono alcuni. Un atto vero e proprio: un’azione compiuta attraverso l’uso del linguaggio, risponderebbe l’AI di Google. 

    Mica come pensare, che sarà pure un atto, come sostengono tal altri, ma non sempre ci soddisfa, anzi spesso ci frustra. 

    Un pensiero non lo si porta mai davvero a compimento, e c’è sempre il rischio che pensare ci mandi ai matti. 

    Come parlare con qualcuno, del resto, che da questo punto di vista presenta analoghi rischi. 

    Compiere micro azioni alla nostra portata, con un inizio e una fine, può invece appagarci; e le micro azioni ossessive che possiamo compiere con la tecnologia vanno dritte allo scopo, ci mandano in (micro) estasi in tempi record. Come quando, per esempio, ci compiacciamo di aver trovato le risposte giuste alle nostre domande; il che non esclude che anche le cattive risposte possono essere “giuste”, a seconda di quanto ci piaccia soffrire. 

    Il piacere è un surrogato della felicità? 

    Eudaimonia, felicità in greco, è il titolo dell’installazione di Kalos&Klio. Una serie di mobili e un abito da sera femminile rivestiti di velluto stampato a motivi caleidoscopici. Il materiale iconografico è tratto da annunci pubblicitari pornografici apparsi agli artisti durante la navigazione in internet, senza firewall installato e alla ricerca di una varietà di argomenti che non includessero la parola “sesso” nella ricerca. Barocco digitale, lo definiscono così.

    Barocco digitale, eleva il volgare e il marginale al sublime, il privato al pubblico, il virtuale al reale

    Un’opera leggera, divertente, giocosa, l’unica in questa mostra che ancora può permettersi di esserlo. Sarà perché risale a più di vent’anni fa?

    Nella cover: Tech Shibari I di Moises Sanabria in collaborazione con Tom Galle e John Yuyi (2017).

    Per saperne di più:

    https://www.momus.gr/en/exhibitions/tehnofetihismos-whip-it-shape

    Visitabile sino al 31 agosto 2025.

    Curatrice: Eirini Papakostantinou, Art Historian, Curator MOMus-Experimental Center for the Arts

    Artisti: Maria Antelman, Zisis Bliatkas, Thomas Diafas, Carla Gannis, Maria Glyka, Faith Holland, Kalos&Klio, Casey Kauffmann, Echo Can Luo, Rosa Menkman, Eva Papamargariti, Moises Sanabria in collaboration with Tom Galle and John Yuyi, Super G (George Ouzounis), Theo Triantafyllidis, Anna Vasof, Emilio Vavarella, Vassilis Vlastaras, Maria Vozali

    Le foto qui pubblicate sono mie. Tutti i diritti riservati. Per i diritti delle opere, MOMus Thessaloniki.