Racconti

NON SPEDITE CARTOLINE AI NEMICI

Conosci il nemico come conosci te stesso, direbbe Sun Tzu.

Ma questa non è la Cina imperiale.

E neppure un workshop di strategia manageriale.

Sono sulla spiaggia di Tel Aviv, è il 7 agosto 2022, e tutto è normale.

I surfisti in mare.

I bagnanti escono dall’acqua, così mi pare.

E io, ancora una volta, mi conosco poco e male.

Se mi conoscessi meglio, infatti, saprei che mi ci vuole ancora un po’ di pratica per riconoscere il rumore che fa la guerra in questa città.

Per esempio, questo che sento in lontananza, un pigro lamento intermittente, non è l’allarme antincendio dell’Hilton, richiamato al dovere, se pur contro voglia, dai quattro tiri di sigaretta che una signora francese non ha rinunciato a farsi in camera appena sveglia.

Lo capisco a scoppio ritardato: una bestia di cemento così non rischia di farsi incendiare con tanta nonchalance. E i bagnanti, a ben guardarli, non stanno uscendo in massa dall’acqua perché unanimemente stufi della brodaglia di mezzogiorno: stanno piuttosto correndo verso la riva per sottrarsi alle mascelle dello Squalo, e del più cattivo di sempre, quello di Spielberg, il primo e inimitabile. Anzi, no, ecco che puntano tutti verso il bar, e ormai mi è chiaro che devo spicciarmi se non voglio trovare l’accesso intasato.

Allora comincio a correre anch’io.

(…)

Continua a leggere il racconto (in doppia lingua, italiano e inglese) sulla rivista letteraria Hook Magazine.

Nella foto: Censored Postcard 1939, Eretz Israel Museum, Tel Aviv.

Anno di pubblicazione:

2022-2023

Genere:

racconto (italiano e inglese)

Hook Magazine

 

DIALOGO DI UNA VIAGGIATRICE E DI UN MONUMENTO A PEST

– Da quanto tempo è in questo stato?

– Il tempo sufficiente per godermi i privilegi dell’anonimato.

– Guardi che, così impacchettato, dà più nell’occhio.

– Quantomeno, la gente ha smesso di contemplarmi. Ora sono libero di fare lo spettatore.

– Le piace spiare gli altri?

– Un po’.

– Quindi può vedermi attraverso il cellophan?

– Un po’ sfocata, ma questo è il bello. Cosa è venuta a fare in città,
signorina?

– Pasticci, come sempre!

– Vorrà dire… pasticcini? Ho visto che è appena stata da Gerbeaud.

La Viaggiatrice sogghigna e si infila un pezzo di dolce in bocca.

– La osservo da quando si è seduta là in fondo, con quella scatola in mano.

– Il take away mi costava la metà. Non sono pasticcini, però. Sono torte mignon.

– Mi perdoni, mi era sfuggita questa sottigliezza. Ai miei tempi il Café Gerbeaud non esisteva ancora.

– Ma lei, chi è?

– Potrebbe risparmiarmi almeno la fatica di fornirle i miei dati anagrafici? Suvvia, cosa dice su di me quel bel libro che tiene in grembo?

– La Lonely Planet? Non sono mica una turista qualunque. La guida me lo porto sempre dietro, ma mica la leggo.

– Meglio qualunque che poco informata. Scommetto che tutte le
persone presenti in questa piazza sanno chi sono io, tranne lei.

– Non ho dubbi, la sua immagine di carta e pixel sarà ormai ovunque! Mi dica, i turisti si indispettiscono quando scoprono che non potranno fotografarla, né tantomeno archiviare i suoi connotati nella memoria del loro iphone, insieme a tutti gli altri?

– Altri, chi?

– Kermit la rana del Muppet Show, Teddy l’inseparabile orsacchiotto di Mr. Bean, Ronald Reagan che in realtà non è mai stato a Budapest, il poliziotto grasso, il vescovo Gerardo, Árpád l’eroe sanguinario discendente di Attila, Santo Stefano d’Ungheria re apostolico che fece miracoli solo da morto… L’elenco, sulla Lonely, è lungo tre pagine.

– Allora in realtà la legge, la sua “guida”. Ai miei tempi, le statue che ha menzionato non c’erano: conosco però alquanto bene i valorosi a cui sono state dedicate le ultime tre. Di Árpád cantai le gesta in un mio poema epico, La rotta di Zalano. Il titolo le dice qualcosa?

– Mai sentito. Con tutto rispetto. 

– Non ho mai avuto l’ambizione di essere ricordato. Cioè, all’inizio sì. Poi non mi è più importato.

– Quindi lei è un uomo di Lettere?

– È quel suo libro a definirmi così?

– Più o meno. Dice che lei è un poeta. Un poeta romantico. Dovrei
sentirmi onorata di discorrere di cotante inezie con lei.

– Potrei offendermi per queste sue parole.

– Le fa difetto il senso dell’umorismo, o è soltanto un po’ ingessato?

– La seconda, o quasi. Sono fatto di marmo di Carrara.

– Così iniziamo a ragionare, vedo che si sta sciogliendo un po’… Certo che restaurare il marmo non deve essere semplice. Chissà per quanto tempo la terranno in gabbia. Finiranno tutti con il dimenticarla!

– Tornerò più fulgido che mai.

La Viaggiatrice brandisce il cellulare.

– Che intenzioni ha?

– Voglio farle un ritratto!

– Anche lei quindi non può farne a meno, lo ammetta.

– Io sono una viaggiatrice, non vado certo a caccia di monumenti. Se me ne capita uno sotto il naso che mi ispira, lo fotografo. E lei mi ispira: coperto dal cellophan ha un suo perché. Ma se non fosse stato per questo suo bell’abito di plastica, le assicuro che non mi sarei neanche avvicinata. Immagino che lei sia un poeta minore… Ai grandi poeti, di solito, non vengono dedicati monumenti.

– La piazza è stata chiamata con il mio nome. E pure il Café Gerbeaud, in origine, si chiamava come me.

– Romantico. Se le hanno dedicato una piazza, più che un poeta deve essere stato un cantore della Nazione.

– Alla tua patria sii sempre fedele, o ungherese… Una mia poesia
comincia proprio così.

– Sa di inno nazionale. Ne è valsa la pena? La fedeltà, intendo.

– Si arriva sempre a un punto della vita in cui della fedeltà alla patria, così come della fama, non è bene preoccuparsi troppo. Oserei dire che è lecito infischiarsene, ma devo confessare che in vita non ci sono mai riuscito.

– Ci vuole il giusto distacco. La morte è perfetta, da questo punto di vista. Ti cambia la prospettiva. Forse, da vivo, lei era uno di quegli ungheresi che cadono sempre in piedi.

– Ci si può fare malissimo.

– Lo so bene. L’ultima volta che sono caduta in piedi mi sono fratturata una spalla. Ma tornando a lei, non c’è proprio più niente che le dolga? Insomma, non le dispiace neanche un po’ che il Café Gerbeaud sia diventata la principale attrattiva della piazza, ora che a lei l’hanno incellofanato?

– Vörösmarty tér, in ogni caso, è intitolata a me.

– La piazza potrebbe cambiare nome, mi risulta che sia successo più volte nei secoli. Tuttavia, certamente lei ha un indubbio vantaggio sugli altri. Pensi, per esempio, ai poveri monumenti commemorativi di Piazza della Libertà: collocati in un luogo dal nome ambiguo, con un destino incerto. 

– O libertà, il tuo vessillo nel sangue qui sventolo… Chi è ricordato in questa “Piazza della Libertà” di cui fa menzione?

– Un po’ tutti. Ci sono, per esempio, i soldati sovietici che hanno liberato l’Ungheria dai nazifascisti. Per ora gli va ancora bene, visto che gli altri celebri compatrioti li hanno tutti trasferiti fuori città. Nell’atrio della chiesa presbiteriana c’è anche Horty, l’alleato di Hitler responsabile dell’Olocausto ungherese. C’è pure un gruppo scultoreo che vorrebbe far passare l’Ungheria per l’arcangelo Gabriele ghermito dall’aquila tedesca, ma è stato allestito un “contro monumento” ai suoi piedi, in segno protesta: un memoriale alle vittime della Shoah. Ma lei di questo non può saperne nulla, è storia recente. E io non sono mica venuta qui per fare lezioncine a nessuno, né tantomeno la morale all’Ungheria!

– Lei mi sottovaluta. Ho memoria di tutto ciò che è accaduto in questa piazza, da quando mi hanno collocato qui nel 1908. Ricordi nitidi, quelli sì che riescono ancora a trafiggermi. Le confesso una cosa: sarei felice se mi tenessero per sempre così, sotto questo velo.

– Vorrebbe proteggersi dalla Storia, signor Vörösmarty? I più romantici tra noi ci provano sempre! Mi dia retta, si goda il suo anno sabbatico al riparo dagli sguardi dei turisti. Quanto a me, farò altrettanto.

– Un altro dolce da Gerbeaud? Non la trattengo. Mi permetta soltanto di osservarla da lontano. Mi piace quel suo modo di camminare distratto, quasi non si direbbe che è una viaggiatrice.

CINCILLA’

Con questa sono sette, e abbassò il dito indice della mano destra.
 
Ancora tre e ho finito, si disse paziente. Poi, Padrenostro e Angelodidio. Quest’ultimo già se lo pregustava con l’acquolina in bocca, come un amaretto panciuto con la mandorla al centro. Era il suo preferito, lo recitava tutte le notti. All’Angelo gli lasciava pure un posticino nel letto, vicino a lei, anche a Ferragosto. Non si schifava mica del suo sudore, lui!
 
Erano le Avemarie la vera scocciatura di quella sera. Per fortuna gliene aveva date solo dieci. E se non gli avesse risposto? Forse gliene sarebbero toccate venti. Magari cinquanta? Sarebbero state troppe per lei, anche se ormai era diventata velocissima a infilarle una dietro l’altra.
 
“Da sola o con altri?”, le aveva chiesto il Padre.
 
“Da sola!”. Perché mai avrebbe dovuto farlo in compagnia? L’idea l’aveva fatta inorridire. E poi, altri, chi?

Da quando aveva fatto la Comunione, in bagno doveva entrarci sempre da sola. Ma se farlo con altri fosse meno grave? E se, in quei casi, cinque o otto Avemarie fossero sufficienti? Come stabilirlo? Di chiedere a sua madre non se ne parlava.
Le rimase il dubbio, ma quel giorno imparò che esisteva un peccato in più che prima ignorava, forse due.
Perché le toccasse chiedere sempre perdono alla Madonna, anziché al Padrenostro, era invece evidente. I padri, di quegli atti impuri lì, non ne sapevano nulla. Figuriamoci! Era una cosa da femmine, l’aveva capito benissimo.
(…)

Continua a leggere “Cincillà” sulla rivista letteraria Squadernauti.

L’illustrazione originale che accompagna il racconto è di Dario Frascoli (tutti i diritti riservati).

Anno di pubblicazione:

maggio 2022

Genere:

racconto

https://squadernauti.wordpress.com/2022/06/05/cincilla/

LA DIETA DI D’ANNUNZIO

Ornella sguscia dal tavolo della cucina, dimenticandosi di avere un corpo e di quanto sia divenuto ingombrante. Mentre percorre il corridoio, le sue dita sfilano il coperchio viola del tupperware e lo scrigno si lascia aprire con un clic ovattato, come un cofanetto di velluto. Senza latte, burro, uova: Il suo dessert luccica inoffensivo. A metà dell’ingresso è già finito.
«Ancora torta di carote?» le domanda Eugenio, lasciandosi alle spalle la porta di casa.
«Per te c’è la zucca nel forno. Ti aspettavo per l’ora di pranzo.»
Eugenio le racconta svogliato della gita di classe. Siamo stati al lago, le dice con la solita vaghezza.
«Como?»
«Garda, dove c’è la casa di D’Annunzio. Ma ancora ci provi con la dieta?»
«Il Vittoriale!»
«Allora, quand’è che ci dai un taglio con carote e zucca? Non ne posso più!» «Vedrai, questa volta le ho tagliate sottilissime. Il Vittoriale com’era?»
Eugenio le indirizza una delle sue smorfie. Che si guardasse il video su YouTube, è meglio che dal vivo.
Che strazio questo figlio. Si pente di avergli lasciato in caldo quelle fette perfette. «E quindi, il Vittoriale? Non ci sono mai stata.»
«In un posto così solo uno come lui ci poteva abitare. Pazzesco. Guardati il video che poi capisci.» E le racconta che D’Annunzio aveva fatto imbalsamare la sua tartaruga, Cheli, morta di indigestione. «L’ha messa sul tavolo da pranzo, per far sentire in colpa gli altri perché mangiavano troppo, mentre lui digiunava!» D’Annunzio dedito al digiuno? Ornella aveva altre reminiscenze scolastiche. «Sto video come…», ma Eugenio ha fame ed è già fuggito in cucina.

Continua a leggere “La dieta di D’Annunzio” sul mensile di racconti Fiction.

Anno di pubblicazione:

febbraio 2023

Genere:

racconto

Foto: Marco Beck Peccoz

https://fiction.altervista.org/la-dieta-di-dannunzio/