
In uno scritto del 1969 intitolato Il disagio dell’intellettuale, l’artista Tullio Vietri, definiva la ricerca artistica “una attività intrinsecamente critica che comporta inevitabilmente delle conseguenze sociali”. Ho letto le sue riflessioni sull’arte dopo aver visto esposte alcune sue opere all’interno della mostra Le periferie – Mutazioni antropologiche a Casa Berra, il “condominio dell’arte” al numero 10 di via Domenico Berra, nel quartiere di Crescenzago a Milano, e ho subito pensato che questa sua definizione potrebbe applicarsi a tutte le forme d’arte. In fondo, non era un po’ quello che sosteneva Sartre nel suo Che cos’è la letteratura?
Se non possiamo affermare che gli esseri umani siano entità astoriche, dice Vietri, allora non possiamo neppure dire che l’arte trascenda la storia:
La ricerca infatti è destinata ad intaccare i miti e gli stati puramente emotivi, i pregiudizi tradizionali ma privi di qualsiasi base logico-etica, le aberrazioni individuali e di gruppo, i regimi politici che si reggono sul consenso artificialmente creato e mantenuto da masse umane cui viene sottratta, attraverso strumenti moderni di comunicazione di massa, ogni possibilità di giudizi critici autonomi. Una ricerca artistica in senso proprio pone sempre un problema “politico” ed è pertanto sempre e necessariamente in rapporto diretto con una determinata realtà sociale, in rapporto diretto con lo sviluppo dell’umanità e dei suoi problemi decisivi. D’altro canto a meno di non partire da una teoria ultrastorica della natura, o a meno di non considerare l’uomo nella società come una entità astorica, non si puà sostenere che l’arte trascende la storia stessa.
La ricerca artistica non può che essere critica e pone sempre un problema politico, suggerisce Vietri.

Che ce ne facciamo allora, mi chiedo, del concetto di “impegno”, applicato spesso forzatamente a un certo tipo di arte fortemente critica come quella di Vietri, che lo storico e critico d’arte Roberto Costella, massimo conoscitore dell’artista, preferisce infatti chiamare “civile”?
Allo stesso modo, in riferimento alla letteratura, ma anche al cinema per esempio, perché il mondo della cultura (chi la fa, chi la produce e chi la vende all’interno di un sistema autoregolato e autorefenziale) si ostina ancora a usare questa parola come sinonimo di “edificante” o, ancora peggio, “militante”, conferendogli una connotazione di volta in volta positiva, per nobilitare agli occhi l’opera di taluni autori e autrici, o negativa, per deligittimarne la “letterarietà”, arrivando magari perfino a ridicolizzarla? Si continua peraltro a fraintendere ciò che Sartre, che ha coniato l’espressione littérature engagée, intendeva davvero con questa espressione. L’autore, nella sua visione, è en situation, in situazione, proprio come tutti gli altri esseri umani.
Tutta l’arte che suscita interesse ed è capace di stimolare riflessione è necessariamente impegnata nel proprio tempo; impegnata a interrogarsi su ciò che accade nella società; impegnata a esprimere una qualche forma di dissenso. In questa prospettiva, anche “l’arte per l’arte” è impegnata. Come diceva Oscar Wilde tutta l’arte è immorale e tutto il pensiero è pericoloso. Se l’arte non è trasformativa, e in qualche modo eversiva, non è arte; è decorazione o intrattenimento, senza voler stigmatizzare queste e altre legittime forme di espressione e fruizione creativa.
Gli artisti più interessanti sono tuttavia, a mio parere, quelli che, nell’osservare la contemporaneità nel suo divenire, riescono a mantenere nel tempo uno sguardo personale, critico e periferico, lontano dal centro dell’inquadratura, dove invece gli altri si ostinano a guardare. Vietri era uno di questi.
Come già sottolineato dal prof. Costella in occasione di un’esposizione milanese passata, alla Casa della Memoria, la pittura di Vietri è “complessa, tanto problematica da recepire quanto difficile da ignorare, perché costituisce una summa di memoria civile e di storia partecipata aperta sulla contemporaneità”.
Fin dagli Sessanta, Vietri ha raccontato, con il suo realismo espressionista, l’omologazione architettonica, il degrado ambientale e lo sgretolamento sociale delle Periferie: sono luoghi marginali in cui la presenza umana, così come quella della natura, è latitante, residuale, eppur resistente. Gli alberi protagonisti della potentissima serie di dipinti degli anni Settanta, realizzati su carta e su carta di giornale, sono neri, ridotti a tronchi spogli, soffocati dal bianco sporco di un cielo senza luce, aggredito dal pulviscolo atmosferico. Oggi i colori di questi dipinti, così contemporanei, ci parlano anche di riscaldamento climatico, incendi boschivi, “inquinamento bianco” da plastica e fumi tossici. Ci parlano anche di fake news, di greenwashing, di tutto ciò affossa la verità in tema di tutela dell’ambiente e della natura.

Per poter coltivare in piena libertà il suo sguardo, a partire dalla fine degli anni Settanta, l’artista, bolognese di adozione, ha deciso di autoescludersi dal panorama artistico locale nazionale, respingendo e denunciando la deriva mercantilistica del mondo dell’arte fino al punto di rifiutarsi di vendere le proprie opere. Ha continuato invece a lavorare nel suo atelier di Bologna, a esporre e farsi promotore di iniziative culturali, come la fondazione nel 1999 della rivista semestrale Critica Radicale, per una nuova cultura, per una nuova arte. Alla sua morte, nel 2016, come da testamento la sua sterminata produzione pittorica e grafica – 3500 opere – nonché i circa 10.000 libri della sua biblioteca, l’archivio personale e quello della rivista da lui fondata sono andati al Comune di Oderzo, paese in provincia di Treviso del quale era originario e dove già era stato istituito un museo a suo nome dopo la donazione da parte dell’artista, a fine anni Novanta, di 163 opere.
Nel contesto della mostra Le periferie, Mutazioni antropologiche, allestita il 19 e 20 settembre a Casa Berra, alle opere di Vietri sono stati accostati gli interessanti lavori fotografici di Ennio Ghilardi e Ricardo Berardinelli. Le fotografie analogiche e digitali di quest’ultimo, scattate in via Padova, ci raccontano proprio la stratificazione di quella periferia in cui lo stesso complesso che oggi ospita Casa Berra si è venuta, negli anni, a trovare.



Ex convento del 1100, storico tesoro incastonato nel quartiere di via Padova, che negli anni Ottanta è stato trasformato in condominio, Casa Berra è diventata nel tempo un luogo ibrido, che coniuga realtà abitativa ed espositiva.

Oggi questo luogo così speciale è un punto di riferimento non solo per la comunità locale ma per l’intera città, grazie all’attività dell’associazione culturale Casa Berra, nata per promuovere e rivalutare le periferie e le risorse artistico-culturali del territorio, e al supporto di artisti che hanno scelto il quartiere di via Padova come luogo in cui abitare e lavorare, primo fra tutti il compianto Vincenzo Balena, scomparso di recente, che ho avuto il privilegio di conoscere la scorsa primavera (la foto pubblicata qui sotto l’ho fatta in occasione di una visita al suo atelier di in quel periodo).
